MARTEDÌ 14 AGOSTO SAN MASSIMILIANO MARIA KOLBE

Massimiliano Maria, al secolo Rajmund, Kolbe nasce a Zdunska-Wola (Lodz) nella Polonia centrale, l’8 gennaio 1894, e fu battezzato lo stesso giorno col nome di Raimondo. La famiglia si trasferì poi a Pabianice dove Raimondo frequentò le scuole primarie, avvertì un misterioso invito della B. Vergine Maria ad amare generosamente Gesù e sentì i primi segni della vocazione religiosa e sacerdotale. Nel 1907 Raimondo venne accolto nel Seminario dei Frati Minori Conventuali di Leopoli, dove frequentò gli studi secondari e più chiaramente comprese che per corrispondere alla vocazione divina doveva consacrarsi a Dio nell’Ordine francescano.   Il 4 settembre 1910 incominciò … Continua a leggere MARTEDÌ 14 AGOSTO SAN MASSIMILIANO MARIA KOLBE

SAN MASSIMILIANO KOLBE – TRANSITO E RIFLESSIONI DI PAPA BENEDETTO XVI

Papa Benedetto XVI: L’amore vince le tenebre dell’odio e dell’egoismo Il 14 agosto, la Chiesa celebra la memoria di San Massimiliano Kolbe, sacerdote francescano polacco morto nel lager nazista di Auschwitz per salvare un padre di famiglia. Il Papa lo ha definito una “luce” che “ha incoraggiato altri a donarsi” per essere vicini ai sofferenti e agli oppressi. Ce ne parla Sergio Centofanti. Vincere il male con il bene, l’odio con l’amore: è ciò che ci ricorda il Vangelo odierno dedicato al “comandamento nuovo” di Gesù: “amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amati”. Parole che padre Kolbe … Continua a leggere SAN MASSIMILIANO KOLBE – TRANSITO E RIFLESSIONI DI PAPA BENEDETTO XVI

SAN MASSIMILIANO KOLBE: «SE GLI ANGELI POTESSERO ESSERE INVIDIOSI DEGLI UOMINI, LO SAREBBERO PER UNA COSA, L’EUCARISTIA»

di Angela Esposito mipk   San Massimiliano Kolbe imparò ai piedi dell’altare l’arte della carità. Alla scuola dell’Eucaristia, il discepolo Kolbe non offre qualcosa di sé, ma «spezza» la sua vita per gli altri, si lascia fare a pezzi, dimostrando ad Auschwitz l’amore più grande. Per lui «l’Eucaristia è la forza dell’anima» e perché il sacramento dell’Eucaristia potesse sprigionare tutta la sua forza ed efficacia, nella sua vita dava molta importanza alla preparazione immediata alla santa Messa e al ringraziamento che la segue, perché diceva che «si può e si deve anticipare e prolungare con il buon adempimento dei propri … Continua a leggere SAN MASSIMILIANO KOLBE: «SE GLI ANGELI POTESSERO ESSERE INVIDIOSI DEGLI UOMINI, LO SAREBBERO PER UNA COSA, L’EUCARISTIA»

LE RELIGIONI SONO TUTTE VIE CHE PORTANO VERSO LO STESSO DIO? Direi che anche sul piano empirico, storico, non è vera questa concezione molto comoda per il pensiero di oggi. È un riflesso del relativismo diffuso, ma la realtà non è questa perché le religioni non stanno in un modo statico una accanto all’altra, ma si trovano in un dinamismo storico nel quale diventano anche sfide l’una per l’altra. Alla fine la Verità è una, Dio è uno, perciò tutte queste espressioni, così diverse, nate in vari momenti storici, non sono equivalenti, ma sono un cammino nel quale si pone la domanda: dove andare? Non si può dire che sono vie equivalenti perché sono in un dialogo interiore e naturalmente mi sembra evidente che non possono essere mezzi della salvezza cose contraddittorie: la verità e la menzogna non possono essere allo stesso modo vie della salvezza. Perciò questa idea semplicemente non risponde alla realtà delle religioni e non risponde alla necessità dell’uomo di trovare una risposta coerente alle sue grandi domande…… Domanda:Riecheggiando Dostoevskij mi chiedo se un uomo moderno può credere, credere veramente che Gesù di Nazaret è Dio fatto uomo. E’ percepito come assurdo. R: Certo, per un uomo moderno è una cosa quasi impensabile, un po’ assurda e facilmente si attribuisce ad un pensiero mitologico di un tempo passato che non è più accettabile. La distanza storica rende tanto più difficile pensare che un individuo vissuto in un tempo lontano possa essere adesso presente, per me, e sia la risposta alle mie domande. Mi sembra importante allora osservare che Cristo non è un individuo del passato lontano da me, ma ha creato una strada di luce che pervade la storia cominciando con i primi martiri, con questi testimoni che trasformano il pensiero umano, vedono la dignità umana dello schiavo, si occupano dei poveri, dei sofferenti e portano così una novità nel mondo anche con la propria sofferenza. Con quei grandi dottori che trasformano la saggezza dei greci, dei latini, in una nuova visione del mondo ispirata proprio da Cristo, che trova in Cristo la luce per interpretare il mondo, con figure come San Francesco d’Assisi, che ha creato il nuovo umanesimo. O figure anche del nostro tempo: pensiamo a Madre Teresa, Massimiliano Kolbe… È un’ininterrotta strada di luce che si fa cammino della storia e una ininterrotta presenza di Cristo e mi sembra che questo fatto – che Cristo non è rimasto nel passato ma è stato sempre contemporaneo con tutte le generazioni ed ha creato una nuova storia, una nuova luce nella storia, nella quale è presente e sempre contemporaneo, fa capire che non si tratta di un qualunque grande della storia, ma di una realtà davvero Altra, che porta sempre luce. Così, associandosi a questa storia, uno entra in un contesto di luce, non si mette in rapporto con una persona lontana, ma con una realtà presente. Perché, secondo lei, un uomo del 2003 ha bisogno di Cristo? E’ facile accorgersi che le cose rese disponibili solo da un mondo materiale o anche intellettuale, non rispondono al bisogno più profondo, più radicale che esiste in ogni uomo: perché l’uomo ha il desiderio – come dicono già i Padri – dell’infinito. Mi sembra che proprio il nostro tempo con le sue contraddizioni, le sue disperazioni, il suo massiccio rifugiarsi in scorciatoie come la droga, manifesti visibilmente questa sete dell’infinito e solo un amore infinito che tuttavia entra nella finitudine, e diventa addirittura un uomo come me, è la risposta. E’ certo un paradosso che Dio, l’immenso, sia entrato nel mondo finito come una persona umana. Ma è proprio la risposta della quale abbiamo bisogno: una risposta infinita che tuttavia si rende accettabile e accessibile, per me, “finendosi” in una persona umana che tuttavia è l’infinito. È la risposta della quale si ha bisogno: si dovrebbe quasi inventare se non esistesse. Domanda: C’è una novità nel suo libro a proposito del tema del relativismo. Lei sostiene che nella pratica politica, il relativismo è il benvenuto perché ci vaccina, diciamo, dalla tentazione utopica. E’ il giudizio che la Chiesa ha sempre dato sulla politica? R:Direi proprio di sì. E’ questa una delle novità essenziali del cristianesimo per la storia. Perché fino a Cristo l’identificazione di religione e stato, divinità e stato, era quasi necessaria per dare stabilità allo stato. Poi l’islam ritorna a questa identificazione tra mondo politico e religioso, col pensiero che solo con il potere politico si può anche moralizzare l’umanità. In realtà, da Cristo stesso troviamo subito la posizione contraria: Dio non è di questo mondo, non ha legioni, così dice Cristo, Stalin dice non ha divisioni. Non ha un potere mondano, attira l’umanità a sé non con un potere esterno, politico, militare ma solo col potere della verità che convince, dell’amore che attrae. Egli dice: “attirerò tutti a me”. Ma lo dice proprio dalla croce. E così crea questa distinzione tra imperatore e Dio, tra il mondo dell’imperatore al quale conviene lealtà, ma una lealtà critica, e il mondo di Dio, che è assoluto. Mentre non è assoluto lo stato. Quindi non c’è potere o politica o ideologia che possa rivendicare per sé l’assoluto, la definitività, la perfezione. Questo è molto importante. Perciò sono stato contrario alla teologia della liberazione, che di nuovo ha trasformato il Vangelo in ricetta politica con l’assolutizzazione di una posizione, per cui solo questa sarebbe la ricetta per liberare e dare progresso. In realtà, il mondo politico è il mondo della nostra ragione pratica dove, con i mezzi della nostra ragione, dobbiamo trovare le strade. Bisogna lasciare proprio alla ragione umana di trovare i mezzi più adatti e non assolutizzare lo stato. I padri hanno pregato per lo stato riconoscendone la necessità, il suo valore, ma non hanno adorato lo stato: mi sembra proprio questa la distinzione decisiva. Ma questo è uno straordinario punto d’incontro tra pensiero cristiano e cultura liberal-democratica. Io penso che la visione liberal-democratica non potesse nascere senza questo avvenimento cristiano che ha diviso i due mondi, così creando pure una nuova libertà. Lo stato è importante, si deve ubbidire alle leggi, ma non è l’ultimo potere. La distinzione tra lo stato e la realtà divina crea lo spazio di una libertà in cui una persona può anche opporsi allo stato. I martiri sono una testimonianza per questa limitazione del potere assoluto dello stato. Così è nata una storia di libertà. Anche se poi il pensiero liberal democratico ha preso le sue strade, l’origine è proprio questa…. Domanda:Torno a un altro aspetto del “relativismo culturale”. Anche fra i cattolici c’è chi considera la missione quasi una violenza psicologica nei confronti di popoli che hanno un’altra civiltà. R:Se uno pensa che il cristianesimo sia solo il suo proprio mondo tradizionale evidentemente sente così la missione. Ma si vede che non ha capito la grandezza di questa perla, come dice il Signore, che gli si dona nella fede. Naturalmente, se fossero solo tradizioni nostre, non si potrebbero portare ad altri. Se invece abbiamo scoperto, come dice San Giovanni, l’Amore, se abbiamo scoperto il volto di Dio, abbiamo il dovere di raccontare agli altri. Non posso mantenere solo per me una cosa grande, un amore grande, devo comunicare la Verità. Naturalmente nel pieno rispetto della loro libertà, perché la verità non s’impone con altri mezzi che con la propria evidenza e solo offrendo questa scoperta agli altri – mostrando cosa abbiamo trovato, che dono abbiamo in mano, che è destinato a tutti – possiamo annunciare bene il cristianesimo, sapendo che suppone l’altissimo rispetto della libertà dell’altro, perché una conversione che non fosse basata sulla convinzione interiore – “ho trovato quanto desideravo” – non sarebbe una vera conversione. Cardinale Joseph Ratzinger – 2003

Continua a leggere LE RELIGIONI SONO TUTTE VIE CHE PORTANO VERSO LO STESSO DIO? Direi che anche sul piano empirico, storico, non è vera questa concezione molto comoda per il pensiero di oggi. È un riflesso del relativismo diffuso, ma la realtà non è questa perché le religioni non stanno in un modo statico una accanto all’altra, ma si trovano in un dinamismo storico nel quale diventano anche sfide l’una per l’altra. Alla fine la Verità è una, Dio è uno, perciò tutte queste espressioni, così diverse, nate in vari momenti storici, non sono equivalenti, ma sono un cammino nel quale si pone la domanda: dove andare? Non si può dire che sono vie equivalenti perché sono in un dialogo interiore e naturalmente mi sembra evidente che non possono essere mezzi della salvezza cose contraddittorie: la verità e la menzogna non possono essere allo stesso modo vie della salvezza. Perciò questa idea semplicemente non risponde alla realtà delle religioni e non risponde alla necessità dell’uomo di trovare una risposta coerente alle sue grandi domande…… Domanda:Riecheggiando Dostoevskij mi chiedo se un uomo moderno può credere, credere veramente che Gesù di Nazaret è Dio fatto uomo. E’ percepito come assurdo. R: Certo, per un uomo moderno è una cosa quasi impensabile, un po’ assurda e facilmente si attribuisce ad un pensiero mitologico di un tempo passato che non è più accettabile. La distanza storica rende tanto più difficile pensare che un individuo vissuto in un tempo lontano possa essere adesso presente, per me, e sia la risposta alle mie domande. Mi sembra importante allora osservare che Cristo non è un individuo del passato lontano da me, ma ha creato una strada di luce che pervade la storia cominciando con i primi martiri, con questi testimoni che trasformano il pensiero umano, vedono la dignità umana dello schiavo, si occupano dei poveri, dei sofferenti e portano così una novità nel mondo anche con la propria sofferenza. Con quei grandi dottori che trasformano la saggezza dei greci, dei latini, in una nuova visione del mondo ispirata proprio da Cristo, che trova in Cristo la luce per interpretare il mondo, con figure come San Francesco d’Assisi, che ha creato il nuovo umanesimo. O figure anche del nostro tempo: pensiamo a Madre Teresa, Massimiliano Kolbe… È un’ininterrotta strada di luce che si fa cammino della storia e una ininterrotta presenza di Cristo e mi sembra che questo fatto – che Cristo non è rimasto nel passato ma è stato sempre contemporaneo con tutte le generazioni ed ha creato una nuova storia, una nuova luce nella storia, nella quale è presente e sempre contemporaneo, fa capire che non si tratta di un qualunque grande della storia, ma di una realtà davvero Altra, che porta sempre luce. Così, associandosi a questa storia, uno entra in un contesto di luce, non si mette in rapporto con una persona lontana, ma con una realtà presente. Perché, secondo lei, un uomo del 2003 ha bisogno di Cristo? E’ facile accorgersi che le cose rese disponibili solo da un mondo materiale o anche intellettuale, non rispondono al bisogno più profondo, più radicale che esiste in ogni uomo: perché l’uomo ha il desiderio – come dicono già i Padri – dell’infinito. Mi sembra che proprio il nostro tempo con le sue contraddizioni, le sue disperazioni, il suo massiccio rifugiarsi in scorciatoie come la droga, manifesti visibilmente questa sete dell’infinito e solo un amore infinito che tuttavia entra nella finitudine, e diventa addirittura un uomo come me, è la risposta. E’ certo un paradosso che Dio, l’immenso, sia entrato nel mondo finito come una persona umana. Ma è proprio la risposta della quale abbiamo bisogno: una risposta infinita che tuttavia si rende accettabile e accessibile, per me, “finendosi” in una persona umana che tuttavia è l’infinito. È la risposta della quale si ha bisogno: si dovrebbe quasi inventare se non esistesse. Domanda: C’è una novità nel suo libro a proposito del tema del relativismo. Lei sostiene che nella pratica politica, il relativismo è il benvenuto perché ci vaccina, diciamo, dalla tentazione utopica. E’ il giudizio che la Chiesa ha sempre dato sulla politica? R:Direi proprio di sì. E’ questa una delle novità essenziali del cristianesimo per la storia. Perché fino a Cristo l’identificazione di religione e stato, divinità e stato, era quasi necessaria per dare stabilità allo stato. Poi l’islam ritorna a questa identificazione tra mondo politico e religioso, col pensiero che solo con il potere politico si può anche moralizzare l’umanità. In realtà, da Cristo stesso troviamo subito la posizione contraria: Dio non è di questo mondo, non ha legioni, così dice Cristo, Stalin dice non ha divisioni. Non ha un potere mondano, attira l’umanità a sé non con un potere esterno, politico, militare ma solo col potere della verità che convince, dell’amore che attrae. Egli dice: “attirerò tutti a me”. Ma lo dice proprio dalla croce. E così crea questa distinzione tra imperatore e Dio, tra il mondo dell’imperatore al quale conviene lealtà, ma una lealtà critica, e il mondo di Dio, che è assoluto. Mentre non è assoluto lo stato. Quindi non c’è potere o politica o ideologia che possa rivendicare per sé l’assoluto, la definitività, la perfezione. Questo è molto importante. Perciò sono stato contrario alla teologia della liberazione, che di nuovo ha trasformato il Vangelo in ricetta politica con l’assolutizzazione di una posizione, per cui solo questa sarebbe la ricetta per liberare e dare progresso. In realtà, il mondo politico è il mondo della nostra ragione pratica dove, con i mezzi della nostra ragione, dobbiamo trovare le strade. Bisogna lasciare proprio alla ragione umana di trovare i mezzi più adatti e non assolutizzare lo stato. I padri hanno pregato per lo stato riconoscendone la necessità, il suo valore, ma non hanno adorato lo stato: mi sembra proprio questa la distinzione decisiva. Ma questo è uno straordinario punto d’incontro tra pensiero cristiano e cultura liberal-democratica. Io penso che la visione liberal-democratica non potesse nascere senza questo avvenimento cristiano che ha diviso i due mondi, così creando pure una nuova libertà. Lo stato è importante, si deve ubbidire alle leggi, ma non è l’ultimo potere. La distinzione tra lo stato e la realtà divina crea lo spazio di una libertà in cui una persona può anche opporsi allo stato. I martiri sono una testimonianza per questa limitazione del potere assoluto dello stato. Così è nata una storia di libertà. Anche se poi il pensiero liberal democratico ha preso le sue strade, l’origine è proprio questa…. Domanda:Torno a un altro aspetto del “relativismo culturale”. Anche fra i cattolici c’è chi considera la missione quasi una violenza psicologica nei confronti di popoli che hanno un’altra civiltà. R:Se uno pensa che il cristianesimo sia solo il suo proprio mondo tradizionale evidentemente sente così la missione. Ma si vede che non ha capito la grandezza di questa perla, come dice il Signore, che gli si dona nella fede. Naturalmente, se fossero solo tradizioni nostre, non si potrebbero portare ad altri. Se invece abbiamo scoperto, come dice San Giovanni, l’Amore, se abbiamo scoperto il volto di Dio, abbiamo il dovere di raccontare agli altri. Non posso mantenere solo per me una cosa grande, un amore grande, devo comunicare la Verità. Naturalmente nel pieno rispetto della loro libertà, perché la verità non s’impone con altri mezzi che con la propria evidenza e solo offrendo questa scoperta agli altri – mostrando cosa abbiamo trovato, che dono abbiamo in mano, che è destinato a tutti – possiamo annunciare bene il cristianesimo, sapendo che suppone l’altissimo rispetto della libertà dell’altro, perché una conversione che non fosse basata sulla convinzione interiore – “ho trovato quanto desideravo” – non sarebbe una vera conversione. Cardinale Joseph Ratzinger – 2003