VERSO I 100 ANNI DI WOJTYLA: «Io al capezzale di Giovanni Paolo II: quella benedizione prima di chiudere gli occhi»

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San Giovanni Paolo II raccontato alla Nuova Bussola Quotidiana da Pawel Ptasznik, fra i suoi collaboratori più stretti: «Il mio ultimo incontro con il Santo Padre fu nella sua camera il giorno che morì: era presente anche Ratzinger, pregammo insieme, poi monsignor Dziwisz chiese al papa di benedirmi. Mi inginocchiai, mi pose la mano sulla testa e fece il segno di croce. In questo momento sono convinto che Wojtyla stia chiedendo a Dio un regalo per noi».

Tra i collaboratori più stretti di San Giovanni Paolo II, negli ultimi dieci anni del suo pontificato, spicca don Pawel Ptasznik. Sacerdote dell’arcidiocesi di Cracovia – la stessa di Wojtyla – nel 1995, Ptasznik fu chiamato a lavorare nella sezione polacca della Segreteria di Stato Vaticano e iniziò a cooperare con il Papa in particolare nella stesura dei discorsi. Un’impronta indelebile e una toccante testimonianza che rivive nell’intervista concessa da don Pawel alla Nuova Bussola Quotidiana.

Don Pawel, quando Giovanni Paolo II fu eletto papa, lei aveva 16 anni. Negli anni ’60 e ’70, quando era cardinale arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtyla era già un personaggio conosciuto in Polonia? Cosa si diceva di lui?
All’età di nove anni, quando divenni chierichetto, ero già attivo in parrocchia. Ero anche impegnato nel movimento giovanile “Luce e Vita”, ma non avevo certo idea di chi fosse per la Chiesa di Cracovia, per la Polonia e per il mondo, Karol Wojtyla. Ovviamente conoscevo il suo nome, ma per un ragazzo di periferia, il Vescovo era un personaggio così lontano che praticamente non esisteva nella mia coscienza. Va tenuto conto che a quei tempi non c’era internet e la televisione aveva appena cominciato ad entrare nelle case. Inoltre, la censura del regime comunista non lasciava spazio all’informazione sulla vita della Chiesa. Solo nel 1976, per la prima volta mi sono reso conto di chi fosse veramente Karol Wojtyla. Partecipai al corso per i lettori liturgici: durante un incontro, il sacerdote ci disse che il nostro cardinale Karol Wojtyla aveva appena predicato gli esercizi spirituali per papa Paolo VI. Poi ci raccontò la sua storia: le vicende giovanili, il sacerdozio, la partecipazione come vescovo al Concilio Vaticano II, della sua collaborazione con il cardinale Wyszynski e di quanto fosse apprezzato a Roma. E concluse: “Forse un giorno il nostro cardinale diventerà papa?!”. Questa per me fu davvero una rivelazione…

A che età è entrato in seminario? La presenza in Vaticano di un papa come Giovanni Paolo II – oltretutto polacco – pensa abbia in qualche modo aiutato e sostenuto la sua vocazione?
Sono entrato al seminario di Cracovia all’età di 19 anni, nel 1981, due mesi dopo l’attentato a Giovanni Paolo II. Alla mia vocazione sacerdotale avevo pensato già molto prima ma quel tragico avvenimento spinse noi giovani della parrocchia ad accompagnare il Santo Padre con molte preghiere. Vivere quel momento in modo così intenso, consolidò sicuramente la mia decisione e forse non solo la mia: quell’anno i candidati al seminario soltanto nella nostra diocesi furono ben 84. Il pontificato di Giovanni Paolo II ha quindi sicuramente plasmato il nostro sacerdozio. In primo luogo abbiamo studiato i documenti pontifici. Per quanto era possibile, seguivamo l’attività del Santo Padre, i suoi viaggi, le catechesi, le omelie. Ci furono poi i pellegrinaggi del Papa in Polonia nel 1983 e nel 1987, l’anno della nostra ordinazione sacerdotale. Tutto questo è rimasto nel mio cuore e nella mia coscienza come una speciale esperienza di fede.

In che circostanze, fu chiamato a collaborare con il Papa? Cosa ricorda in particolare di quei primi momenti a Roma?
Dopo aver conseguito la laurea presso la Pontificia Università Gregoriana tornai a Cracovia e il cardinale Franciszek Macharski mi affidò l’incarico di direttore spirituale nel Seminario Maggiore. Dopo un anno, alla fine del 1995, mi chiamò e mi disse: “Bisogna andare a Roma”. Mi spiegò che si trattava di una proposta di lavorare presso la Segreteria di Stato. Non ero molto interessato ad un lavoro d’ufficio e cominciai a cercare scuse: dissi che mi piaceva il lavoro pastorale, che avevo appena cominciato il servizio nel Seminario, ecc. Il cardinale, però, chiuse il discorso, dicendomi: “Non possiamo dire al Santo Padre che nella diocesi non c’è nessuno che possa sostituirti nel Seminario”. Gli sono infinitamente grato per quella ferma decisione, perché proprio grazie a quella decisione ho potuto vivere dieci anni – forse i più belli della mia vita – accanto a San Giovanni Paolo II.

Cosa accadde poi?
All’inizio fui invitato a pranzo con il Papa. Mi fu assegnato il posto accanto a lui. Avevo avuto già in precedenza alcune occasioni di incontrarlo e di scambiare qualche parola, ma in quella circostanza, ovviamente, ero paralizzato dall’emozione. Ma fin dal primo momento, dalla sua stretta di mano, mi accolse con tanta semplicità e tanto calore che, senza alcuna tensione, potemmo tranquillamente dialogare tutto il tempo del pranzo. Mi chiese della mia famiglia, dei miei genitori, della mia parrocchia che conosceva bene fin dai tempi di quando era arcivescovo di Cracovia. Si ricordava pure che negli anni Sessanta c’era stato un incendio che aveva totalmente devastato la nostra chiesa parrocchiale. Poi chiese dei miei studi, cominciando dall’oggetto della mia tesi. Fu così che entrammo in una discussione teologica sullo Spirito Santo.

Com’era la sua vita quotidiana a servizio di San Giovanni Paolo II? Può raccontarci qualche episodio di quegli anni?
Come ufficiale della Prima Sezione della Segreteria di Stato, mi occupavo principalmente dei contatti dei fedeli e dei pastori polacchi con il Santo Padre e con la Santa Sede. Quindi, si trattava soprattutto di sovrintendere alla corrispondenza, di assistere il Papa durante gli incontri e le udienze pontificie. Il mio compito specifico era comunque quello di aiutare il Santo Padre nella preparazione dei suoi testi. Quasi ogni mattina mi recavo da lui per scrivere su un computer portatile quello che lui dettava: i documenti, i discorsi, le omelie. Questo lavoro lo cominciò nel 1993 monsignor Stanisław Rylko (oggi cardinale): il Papa, cadendo, si era rotto la mano e per alcune settimane non aveva potuto scrivere, ma voleva proseguire la preparazione dei discorsi per gli avvenimenti futuri. Gli fu così consigliato di dettare. A lui non dispiaceva affatto. Diceva che, in questo modo, avrebbe potuto scrivere di più nello stesso tempo. Il mio, però, non era però solo un lavoro tecnico da “scriba”. Fin dal primo giorno il Santo Padre, dopo aver dettato un brano, mi chiese: “Tu che cosa ne pensi?”. Era un invito alla discussione, allo scambio di idee. A volte, dopo la conversazione, mi chiedeva di fargli qualche appunto, perché potesse ritornare sull’argomento. Lui dettava sempre in polacco. Poi bisognava eventualmente apportare le note, tradurre i testi in italiano. Con il passare del tempo il Santo Padre mi chiese di curare anche tutto il processo di redazione e pubblicazione dei suoi libri. È stato un lavoro stupendo. Egli mi ha trattato sempre come un vero collaboratore, si è fidato e io ho cercato, con tutte le mie forze, di rispondere adeguatamente e con dovuto rispetto e amore a questa fiducia. Era per me una grazia inesprimibile. Quante cose ho potuto imparare da lui! Ho avuto anche la possibilità di accompagnarlo durante i viaggi all’estero. Anche questa è stata per me un’esperienza indimenticabile: vedere con i miei occhi la Chiesa nella sua diversità culturale e unità nella fede.

Cosa ricorda, invece, della malattia e degli ultimi tempi di vita del Papa? Quando lo ha visto in vita l’ultima volta e cosa vi siete detti?
Il Santo Padre ha sempre accettato le sue sofferenze come un’opportunità per condividere le sofferenze di Cristo e quindi poter vivere questa esperienza insieme a tutti i malati e sofferenti del mondo. Per questo non ha mai nascosto la sua debolezza fisica e, anche quando non ha potuto più parlare ed era molto debole, non ha cessato mai di incontrare la gente almeno per impartire la sua benedizione. Le ultime settimane, già dalla fine di gennaio, furono sempre più difficili. Non so se qualcuno lo abbia mai notato, ma nell’ultima catechesi del mercoledì, il Santo Padre pronunciò personalmente – commentandoli – i versi del Salmo 116: “Ritorna, anima mia, alla tua pace, poiché il Signore ti ha beneficato; […] Camminerò alla presenza del Signore sulla terra dei viventi”. Forse fu una coincidenza, ma a me sembra che, proprio con quel salmo, sia voluto entrare nell’ultima tappa della sua vita. Tutto è cominciato con i problemi di respirazione, il ricovero al Policlinico Gemelli e l’intervento di tracheotomia. Il 16 marzo ci fu il famoso Angelus: per la prima volta, il Santo Padre apparve alla finestra, ma non poteva parlare. Comunque impartì la benedizione e questo fu sufficiente per i tanti fedeli radunati presso il Policlinico, in piazza San Pietro e nel mondo. Il 19 marzo il Santo Padre firmò la Lettera ai Sacerdoti, nella quale dichiarò che univa nell’Eucaristia la sua sofferenza a quella di Cristo. Il 30 marzo ebbe luogo l’ultima Udienza Generale. Il Santo Padre apparve alla finestra dell’appartamento, però non poteva parlare. I saluti, già preparati prima, vennero poi letti da altri. Ebbi il triste onore di dare la voce al Papa che voleva salutare e ringraziare i suoi connazionali.

Era presente il giorno della sua morte?
La mattina del 2 aprile, il suo ultimo giorno, il Santo Padre benedisse le nuove corone con l’effigie della Madonna Nera per il Santuario di Częstochowa e per la cappella polacca delle grotte vaticane. Fu l’ultimo atto pubblico del Papa che stava per lasciare questo mondo. Il mio ultimo incontro con il Santo Padre, ancora pienamente cosciente, fu a mezzogiorno. Nella sua camera era presente anche il cardinale Ratzinger. Pregammo insieme alcuni minuti. Poi, al momento del congedo, monsignor Dziwisz chiese al Santo Padre di benedirmi. Mi inginocchiai, lui pose la mano sulla mia testa e fece il segno della croce. Questo gesto rimarrà scolpito per sempre nel mio cuore.

A 15 anni dalla sua morte e a 6 dalla canonizzazione, qual è, a suo avviso, l’attualità di Karol Wojtyla?
È vero che per tanti, soprattutto per i più giovani, Giovanni Paolo II è ormai un personaggio storico. Ma la sua memoria è sempre viva. La gente forse non si ricorda più i suoi discorsi, il suo insegnamento teologico e spirituale, ma ha ben impressa nella memoria la sua personalità, la sua umanità, i suoi gesti di tenerezza, di comprensione, di sensibilità, rivolti ad ogni uomo: sono quegli stessi gesti che ci mostrano tanti film a lui dedicati ma che ci vengono anche trasmessi dai nonni e dai genitori che hanno avuto la fortuna di vivere durante il suo pontificato. Il suo “Non abbiate paura!” rimane sempre un invito alla fiducia in Cristo e nella sua potestà nel mondo, anche nel mondo di oggi così provato dalla pandemia e dai suoi effetti sociali ed economici. Il suo messaggio sulla Misericordia di Dio e l’atto di affidamento del mondo sono più che attuali oggi. Il suo Totus tuus è per tutti una lezione di fede, che non è solo una confessione delle verità astratte, ma un totale abbandono all’amore di Dio per intercessione di sua Madre.

Il 18 maggio, giorno del centenario della nascita di San Giovanni Paolo II, è anche la data di ripresa delle messe col popolo in Italia: in molti hanno notato la coincidenza. Cosa ne pensa?
Devo dire che ero rimasto un po’ meravigliato, quando ho pensato a questa particolare coincidenza, quasi come segno del benevolo accompagnamento di Giovanni Paolo II in questo difficile periodo. Poi me l’hanno confermato alcuni giovani studenti universitari della mia comunità. In questo momento così particolare, mi trovo ogni giorno a pregare Giovanni Paolo II. E sono convinto che stia chiedendo a Dio onnipotente un regalo per noi, in occasione del suo compleanno.

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