APPELLO A DELPINI , PASTORA A MESSA PERCHE’ IL VESCOVO DEVE INTERVENIRE

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L’episodio, verificatosi il 20 gennaio scorso nella parrocchia di San Giovanni in Laterano a Milano, riferitoci con puntualità da un nostro lettore, merita una riflessione.

Ricapitoliamo i punti chiave dell’accaduto. Il parroco, don Giuseppe Grampa, in occasione dell’Ottavario di preghiera per l’Unità dei Cristiani, ha pensato ad una iniziativa “ecumenica”: ha invitato una signora battista, che nella propria comunità svolge il servizio di pastora, alla Messa delle 11. Durante la celebrazione, la signora è rimasta sempre sul presbiterio e ha proclamato il Vangelo, pronunciato l’omelia ed infine distribuito la Santa Comunione ai fedeli presenti.

Contattato telefonicamente dal nostro Andrea Zambrano, don Giuseppe ha spiegato che si tratta di una consuetudine che si è verificata con una certa frequenza in passato (non è stato precisato, ma ci viene da pensare che probabilmente si tratti del periodo martiniano) e che in seguito era andata un po’ scemando. Questa consuetudine dello “scambio di ambone” lo ha visto protagonista altre volte, secondo la sua testimonianza telefonica: un paio di volte lui si è recato a predicare in una chiesa valdese, permettendo la stessa cosa ai valdesi nella propria chiesa.

Cominciamo allora proprio da qui, dalla consuetudine dello scambio di ambone. Don Giuseppe, con molta onestà, ha ammesso di non sapere se vi siano documenti che regolino la cosa. In realtà, non ci sono documenti che la autorizzino, ma vi sono documenti che indicano espressamente che essa non è consentita. L’Ordinamento Generale del Messale Romano, al n. 59 dice: “Le letture […] siano proclamate da un lettore, il Vangelo sia invece proclamato dal diacono o, in sua assenza, da un altro sacerdote. Se non è presente un diacono o un altro sacerdote, lo stesso sacerdote celebrante legga il Vangelo; e se manca un lettore idoneo, il sacerdote celebrante proclami anche le altre letture”. Dunque non è contemplato che un laico possa proclamare il Vangelo durante la Santa Messa. Per fugare ogni possibilità di equivoco, l’Istruzione Redemptionis Sacramentum, al n. 63 afferma chiaramente che “la lettura del Vangelo, che ‘costituisce il culmine della Liturgia della Parola’, è riservata, secondo la tradizione della Chiesa, nella celebrazione della sacra Liturgia al ministro ordinato. Non è pertanto consentito a un laico, anche religioso, proclamare il Vangelo durante la celebrazione della santa Messa e neppure negli altri casi in cui le norme non lo permettano esplicitamente”. Dunque, in quanto laica, alla signora battista non è permesso proclamare il Vangelo durante la Celebrazione Eucaristica. Il Direttorio ecumenico, a sua volta, che regola esplicitamente le “ospitalità ecumeniche”, al n. 133, non prevede questa possibilità, ma solamente quella di poter proclamare le altre letture e solo in occasioni eccezionali, con il permesso del Vescovo: “Durante una celebrazione eucaristica della Chiesa cattolica la proclamazione della sacra Scrittura è fatta da membri di questa Chiesa. In occasioni eccezionali e per una giusta causa, il Vescovo diocesano può permettere che un membro di un’altra Chiesa o comunità ecclesiale vi svolga la funzione di lettore”.

Anche per quanto riguarda l’omelia, don Giuseppe ha autorizzato un abuso. Il CIC, 767 § 1 insegna che “tra le forme di predicazione è eminente l’omelia, che è parte della stessa liturgia ed è riservata al sacerdote o al diacono”. L’Ordinamento riprende il canone ed aggiunge l’esplicitazione “mai però a un laico” (n. 66). A ciò si aggiunga che Redemptionis Sacramentum risponde anche con estrema chiarezza alla giustificazione del parroco di rifarsi ad una consuetudine: “Va ricordato che, in base a quanto prescritto dal canone 767, § 1, si ritiene abrogata ogni precedente norma che abbia consentito a fedeli non ordinati di tenere l’omelia durante la celebrazione eucaristica. Tale prassi è, di fatto, riprovata e non può, pertanto, essere accordata in virtù di alcuna consuetudine”. Neppure il Direttorio ecumenico apre alla possibilità ai laici di altre confessioni e ribadisce che “per la liturgia eucaristica cattolica, l’omelia, che è parte della liturgia stessa, è riservata al sacerdote o al diacono, perché in essa vengono presentati i misteri della fede e le norme della vita cristiana in consonanza con l’insegnamento e la tradizione cattolica”. Dunque non c’è ragione ecumenica che tenga.

Infine, la distribuzione dell’Eucaristia. Qui la confusione, non solo nella parrocchia di San Giovanni in Laterano di Milano, è tanta. I ministri straordinari si chiamano appunto “straordinari” per una ragione. E tale ragione sta nel fatto che essi possono aiutare il sacerdote nella distribuzione della Santa Comunione “soltanto in caso di vera necessità” (Redemptionis Sacramentum, 151). L’Istruzione Immensae Caritatis del 29 gennaio 1973 indica tre condizioni per avvalersi del servizio dei ministri straordinari: che manchino il sacerdote, il diacono o l’accolito; che questi siano impediti o perché impegnati altrove, o perché malati o molto anziani; che il numero dei fedeli che si accostano alla Comunione sia tale da prolungare eccessivamente la celebrazione (cf. AAS 65 (1973), pp. 265-266). Su quest’ultimo punto, è bene notare che tale prolungamento deve risultare eccessivo; perciò, come richiede esplicitamente l’Istruzione Su alcune questioni circa la collaborazione dei fedeli laici al ministero dei sacerdoti, art. 8, non è lecito estendere “arbitrariamente il concetto di ‘numerosa partecipazione’”.

Se dunque sussiste una vera necessità, Immensae Caritatis spiega che “la designazione della persona idonea […] si farà tenendo presente il seguente ordine preferenziale, che può essere peraltro mutato secondo il prudente giudizio dell’Ordinario del luogo: lettore, alunno di seminario maggiore, religioso, religiosa, catechista, fedele: uomo o donna”. Pare strano che don Giuseppe non abbia trovato nessuno tra queste categorie di persone. In realtà, siamo stati informati del fatto che durante la distribuzione dell’Eucaristia, erano presenti, oltre al sacerdote, altri tre ministri, di cui uno (pare) consacrato e gli altri straordinari. Non erano sufficienti?

Inoltre l’Istruzione precisa che “il fedele, ministro straordinario della santa Comunione, debitamente preparato, si deve distinguere per la vita cristiana, la fede e la condotta. Dovrà cercare di essere all’altezza di questo grande compito, di coltivare la pietà verso la santissima Eucaristia e di essere di esempio agli altri fedeli con la sua devozione e il suo rispetto verso l’augustissimo Sacramento dell’altare. Nessuno sia scelto a tale ufficio, se la sua designazione possa essere motivo di stupore ai fedeli”. Ora, che una signora protestante possa distinguersi per la pietà, la devozione ed il rispetto verso la santissima Eucaristia è perlomeno questionabile, per il semplice fatto che non si tratta solo di un certo contegno, ma di adesione alla fede cattolica nell’Eucaristia. Incalzato più volte al telefono, don Giuseppe è caduto nello stesso errore del Cardinale Coccopalmerio (vedi qui e in particolare qui), e cioè quello di ritenere che la dottrina cattolica della transustanziazione sia solamente uno dei modi per esprimere la realtà eucaristica.

Ma Paolo VI, nell’enciclica Mysterium fidei, rifacendosi al Concilio di Trento e a Cristo stesso, ricordava che “perché nessuno fraintenda questo modo di presenza […] è necessario ascoltare docilmente la voce della Chiesa docente e orante. Ora, questa voce, che riecheggia continuamente la voce di Cristo, ci assicura che Cristo non si fa presente in questo Sacramento se non per la conversione di tutta la sostanza del pane nel corpo di Cristo e di tutta la sostanza del vino nel suo sangue; conversione singolare e mirabile che la Chiesa Cattolica chiama giustamente e propriamente transustanziazione”. Inoltre, non ha tenuto conto della opportunità della designazione del ministro straordinario, che evidentemente per alcuni è stato motivo non solo di stupore, visto che due persone se ne sono andate dalla chiesa e un’altra ha provveduto ad informarci dell’accaduto.

Tirando le somme, auspichiamo un intervento dell’Arcivescovo di Milano, che verrà debitamente informato. Non vogliamo la testa di nessuno: chiediamo semplicemente che certi abusi cessino e che si spieghi alle persone che hanno visto queste cose perché sono sbagliate e perché non devono essere ripetute. Non bisogna sorvolare sul fatto che il messaggio che è passato è devastante: la pastora che sta in presbiterio, che proclama il Vangelo, che pronuncia l’omelia e che distribuisce la Comunione può indurre pensare ad un ministero valido presso le comunità protestanti ed anche ad una condivisione di fondo della stessa fede nell’Eucaristia come sacrificio e come sacramento. Perché la liturgia ha la sua lingua, anche se poi noi, a parole, diciamo che non volevamo dire fischi ma fiaschi.

TRATTO DA  http://www.lanuovabq.it/it/pastora-a-messa-perche-il-vescovo-deve-intervenire

Luisella Scrosati  29 GENNAIO 2019

Un pensiero su “APPELLO A DELPINI , PASTORA A MESSA PERCHE’ IL VESCOVO DEVE INTERVENIRE

  1. Ora mi sembra di capire che le ipotesi siano due: sembra che la soppressione della commissione “Ecclesia Dei” non serve a rendere poi obbligatoria la Messa “vetus ordo” per tutti, ma al contrario ad abolirla e rendere unica la Messa celebrata con il “novus ordo” (è l’arma conseguente alla fine del “quantitative easing”, sembra di capire), pertanto si compirebbe un passo sostanziale verso un’ulteriore “protestantizzazione” della Chiesa cattolica. Aggiungete a questo la situazione anomala in seno al seggio di Pietro per capire in che direzione potrebbe andare ulteriormente la Chiesa cattolica, non certo in direzione di un ritorno alla dottrina bensì verso un’ulteriore sostituzione del papa con un “amministratore delegato” più o meno gradito. A questo punto non ci sarebbe che una soluzione. Tenete conto, inoltre, che non dovrebbe esserci molto tempo, visto che urge la necessità di fare l’unità della Chiesa e tenuto conto che già dovremmo essere alla fine della “lista di Malachia”, con Ratzinger che sarebbe l’ultimo pontefice romano regolare. Perciò

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