TERREMOTO IN VATICANO : I DIVORZIATI RISPOSATI NON VIVONO IN STATO DI ADULTERIO !!! Mc 10,11-12: «CHI RIPUDIA LA PROPRIA MOGLIE E NE SPOSA UN’ALTRA , COMMETTE ADULTERIO CONTRO DI LEI ; SE LA DONNA RIPUDIA IL MARITO E NE SPOSA UN ALTRO , COMMETTE ADULTERIO». …

Mons. Mark Benedict Coleridge:

Che quello dei divorziati risposati sia uno stato di peccato non è una novità, ma non si deve parlare di adulterio in questi casi di seconda unione“.

Le parole di mons. Mark Benedict Coleridge, arcivescovo di Brisbane (Australia), uno dei relatori ai Circoli Minori nel Sinodo sulla famiglia, mostrano come in quest’assemblea sinodale abbia fatto passi avanti il modo di approcciarsi alla questione più spinosa sul tappeto, quella di chi è unito in seconde nozze civili civile dopo il fallimento del precedente matrimonio: uno stato che, per le norme della Chiesa, era finora considerato di “adulterio” rispetto alla precedente unione sacramentale, se non dichiarata nulla.

Ma in quest’assemblea sinodale, e quanto dice il presule australiano lo dimostra, si sta andando avanti anche nel linguaggio, a dispetto della passata rigidità dottrinale. “Non si può dire che ogni secondo matrimonio sia un adulterio – ripete mons. Coleridge nel briefing con la stampa -. Se si tratta di una situazione stabile, magari con dei bambini, non è come se parlassimo di una coppia che si incontra ogni tanto in un alberghetto in una relazione segreta. Non può essere la stessa cosa“. Il relatore del Circolo ’Anglicus C’, impegnato ora come gli altri 12 nell’apportare proposte ed emendamenti che contribuiranno alla relazione finale del Sinodo, invita quindi al “discernimento e al dialogo pastorale, ad ascoltare e valutare queste storie: non solo ad andare avanti mostrando quella che è la dottrina della Chiesa e basta». «Ci sono tante situazioni, anche irregolari – insiste -, ma ogni storia è diversa. Mi addolora che le persona si sentano escluse e si isolino. La Chiesa sinodale è per definizione una Chiesa in ascolto“.

Coleridge, sulla questione dei risposati e la loro perdurante esclusione dai sacramenti, invita anche a non entrare nella prospettiva del “tutto o niente, o ammessi o tenuti fuori. C’è anche un vasto territorio inesplorato. Stiamo attenti a interpretazioni manichee, del bianco o nero, ci sono anche tante situazioni sfumate. No, comunque, alla parola ’adulteriò: è brutta per descrivere situazioni che non sono tali“. Per il patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, “siamo in un campo non dico minato, ma molto delicato: non bisogna generalizzare, ma studiare caso per caso, affidare la cosa al vescovo. Se non è uno stato di peccato, comunque, è uno stato di disordine, e la conversione per me è sempre necessaria“. Anche per il vescovo di Parma mons. Enrico Solmi, per anni capo commissione Cei sulla Famiglia, quella dei divorziati risposati è una “situazione non conforme a quanto detto sul matrimonio da Gesù nel Vangelo. Ma occorre considerare che è una situazione di vita, che riguarda persone battezzate. Ci sono fasi, anche con nuclei familiari ormai assodati, con figli“. Quindi anche per Solmi servono “ascolto e discernimento, mettersi accanto e dialogare: vedere quali sono i rapporti con la vita passata, quali le prospettive per il futuro. Ed è così che può emergere un pentimento rispetto agli errori: è questa la ‘via penitenziale’, camminare ancora, chiedere perdono. E va tenuto conto di questo bisogno di essere accolti in un cammino di riconciliazione con Dio, che può avvenire anche al di fuori della mediazione della Chiesa“.

La valutazione “caso per caso” sembra la più diffusa per chi apre alla possibilità che anche i risposati possano avere la comunione, ma nessuno si sbilancia sulle percentuali al Sinodo tra chi è a favore e chi è contro. “Non arriveremo mai a dividerci in questo modo” garantisce Twal. Sia Coleridge che Solmi, comunque, dicono no a un Sinodo soltanto “cosmetico”, che apporti “modifiche superficiali”, fermo restando che la dottrina deve rimanere “intatta”. Il punto, nella prassi pastorale, è arrivare a mettere insieme “misericordia e verità”, su questo tutti convergono, e anche arrivare alla fine di questa settimana con un documento “che stia in contatto con la realtà”.

“Non dobbiamo ragionare in termini astratti, ma concreti, dobbiamo radicarci nella realtà”, chiosa Coleridge. E una ventata di “realtà” nel Sinodo è stato il racconto del vescovo messicano, che ha commosso tutti, sul bambino che alla prima comunione ha spezzato l’ostia per darne un pezzetto anche al papà e alla mamma risposati, altrimenti impossibilitati a ricevere la comunione.

fonte : leggi qui !

 

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CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

LETTERA
AI VESCOVI DELLA CHIESA CATTOLICA
CIRCA LA RECEZIONE
DELLA COMUNIONE EUCARISTICA
DA PARTE DI FEDELI DIVORZIATI
RISPOSATI

 

Eccellenza Reverendissima,

  1. L’Anno Internazionale della Famiglia è un’occasione particolarmente importante per riscoprire le testimonianze dell’amore e della sollecitudine della Chiesa per la famiglia(1) e, nel contempo, per riproporre le inestimabili ricchezze del matrimonio cristiano che della famiglia costituisce il fondamento.
  2. In questo contesto una speciale attenzione meritano le difficoltà e le sofferenze di quei fedeli che si trovano in situazioni matrimoniali irregolari(2). I pastori sono chiamati a far sentire la carità di Cristo e la materna vicinanza della Chiesa; li accolgano con amore, esortandoli a confidare nella misericordia di Dio, e suggerendo loro con prudenza e rispetto concreti cammini di conversione e di partecipazione alla vita della comunità eccesiale(3).
  3. Consapevoli però che l’autentica comprensione e la genuina misericordia non sono mai disgiunti dalla verità(4), i pastori hanno il dovere di richiamare a questi fedeli la dottrina della Chiesa riguardante la celebrazione dei sacramenti e in particolare la recezione dell’Eucaristia. Su questo punto negli ultimi anni in varie regioni sono state proposte diverse soluzioni pastorali secondo cui certamente non sarebbe possibile un’ammissione generale dei divorziati risposati alla Comunione eucaristica, ma essi potrebbero accedervi in determinati casi, quando secondo il giudizio della loro coscienza si ritenessero a ciò autorizzati. Così, ad esempio, quando fossero stati abbandonati del tutto ingiustamente, sebbene si fossero sinceramente sforzati di salvare il precedente matrimonio, ovvero quando fossero convinti della nullità del precedente matrimonio, pur non potendola dimostrare nel foro esterno, oppure quando avessero già trascorso un lungo cammino di riflessione e di penitenza, o anche quando per motivi moralmente validi non potessero soddisfare l’obbligo della separazione.

Da alcune parti è stato anche proposto che, per esaminare oggettivamente la loro situazione effettiva, i divorziati risposati dovrebbero intessere un colloquio con un sacerdote prudente ed esperto. Questo sacerdote però sarebbe tenuto a rispettare la loro eventuale decisione di coscienza ad accedere all’Eucaristia, senza che ciò implichi una autorizzazione ufficiale.

In questi e simili casi si tratterebbe di una soluzione pastorale tollerante e benevola per poter rendere giustizia alle diverse situazioni dei divorziati risposati.

  1. Anche se è noto che soluzioni pastorali analoghe furono proposte da alcuni Padri della Chiesa ed entrarono in qualche misura anche nella prassi, tuttavia esse non ottennero mai il consenso dei Padri e in nessun modo vennero a costituire la dottrina comune della Chiesa né a determinarne la disciplina. Spetta al Magistero universale della Chiesa, in fedeltà alla Sacra Scrittura e alla Tradizione, insegnare ed interpretare autenticamente il «depositum fidei».

Di fronte alle nuove proposte pastorali sopra menzionate questa Congregazione ritiene pertanto doveroso richiamare la dottrina e la disciplina della Chiesa in materia. Fedele alla parola di Gesù Cristo(5), la Chiesa afferma di non poter riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio e perciò non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione(6).

Questa norma non ha affatto un carattere punitivo o comunque discriminatorio verso i divorziati risposati, ma esprime piuttosto una situazione oggettiva che rende di per sé impossibile l’accesso alla Comunione eucaristica: «Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale; se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio»(7).

Per i fedeli che permangono in tale situazione matrimoniale, l’accesso alla Comunione eucaristica è aperto unicamente dall’assoluzione sacramentale, che può essere data «solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò importa, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione, “assumano l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi”»(8). In tal caso essi possono accedere alla comunione eucaristica, fermo restando tuttavia l’obbligo di evitare lo scandalo.

  1. La dottrina e la disciplina della Chiesa su questa materia sono state ampiamente esposte nel periodo postconciliare dall’Esortazione Apostolica «Familiaris consortio». L’Esortazione, tra l’altro, ricorda ai pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le diverse situazioni e li esorta a incoraggiare la partecipazione dei divorziati risposati a diversi momenti della vita della Chiesa. Nello stesso tempo ribadisce la prassi costante e universale, «fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla Comunione eucaristica i divorziati risposati»(9), indicandone i motivi. La struttura dell’Esortazione e il tenore delle sue parole fanno capire chiaramente che tale prassi, presentata come vincolante, non può essere modificata in base alle differenti situazioni.
  2. Il fedele che convive abitualmente «more uxorio» con una persona che non è la legittima moglie o il legittimo marito, non può accedere alla Comunione eucaristica. Qualora egli lo giudicasse possibile, i pastori e i confessori, date la gravità della materia e le esigenze del bene spirituale della persona(10) e del bene comune della Chiesa, hanno il grave dovere di ammonirlo che tale giudizio di coscienza è in aperto contrasto con la dottrina della Chiesa(11). Devono anche ricordare questa dottrina nell’insegnamento a tutti i fedeli loro affidati.

Ciò non significa che la Chiesa non abbia a cuore la situazione di questi fedeli, che, del resto, non sono affatto esclusi dalla comunione ecclesiale. Essa si preoccupa di accompagnarli pastoralmente e di invitarli a partecipare alla vita ecclesiale nella misura in cui ciò è compatibile con le disposizioni del diritto divino, sulle quali la Chiesa non possiede alcun potere di dispensa(12). D’altra parte, è necessario illuminare i fedeli interessati affinché non ritengano che la loro partecipazione alla vita della Chiesa sia esclusivamente ridotta alla questione della recezione dell’Eucaristia. I fedeli devono essere aiutati ad approfondire la loro comprensione del valore della partecipazione al sacrificio di Cristo nella Messa, della comunione spirituale(13), della preghiera, della meditazione della Parola di Dio, delle opere di carità e di giustizia(14).

  1. L’errata convinzione di poter accedere alla Comunione eucaristica da parte di un divorziato risposato, presuppone normalmente che alla coscienza personale si attribuisca il potere di decidere in ultima analisi, sulla base della propria convinzione(15), dell’esistenza o meno del precedente matrimonio e del valore della nuova unione. Ma una tale attribuzione è inammissibile(16). Il matrimonio infatti, in quanto immagine dell’unione sponsale tra Cristo e la sua Chiesa, e nucleo di base e fattore importante nella vita della società civile, è essenzialmente una realtà pubblica.
  2. É certamente vero che il giudizio sulle proprie disposizioni per l’accesso all’Eucaristia deve essere formulato dalla coscienza morale adeguatamente formata. Ma è altrettanto vero che il consenso, col quale è costituito il matrimonio, non è una semplice decisione privata, poiché crea per ciascuno dei coniugi e per la coppia una situazione specificamente ecclesiale e sociale. Pertanto il giudizio della coscienza sulla propria situazione matrimoniale non riguarda solo un rapporto immediato tra l’uomo e Dio, come se si potesse fare a meno di quella mediazione ecclesiale, che include anche le leggi canoniche obbliganti in coscienza. Non riconoscere questo essenziale aspetto significherebbe negare di fatto che il matrimonio esiste come realtà della Chiesa, vale a dire, come sacramento.
  3. D’altronde l’Esortazione «Familiaris consortio», quando invita i pastori a ben distinguere le varie situazioni dei divorziati risposati, ricorda anche il caso di coloro che sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido(17). Si deve certamente discernere se attraverso la via di foro esterno stabilita dalla Chiesa vi sia oggettivamente una tale nullità di matrimonio. La disciplina della Chiesa, mentre conferma la competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici nell’esame della validità del matrimonio dei cattolici, offre anche nuove vie per dimostrare la nullità della precedente unione, allo scopo di escludere per quanto possibile ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva conosciuta dalla retta coscienza(18).

Attenersi al giudizio della Chiesa e osservare la vigente disciplina circa I obbligatorietà della forma canonica in quanto necessaria per la validità dei matrimoni dei cattolici, è ciò che veramente giova al bene spirituale dei fedeli interessati. Infatti, la Chiesa è il Corpo di Cristo e vivere nella comunione ecclesiale è vivere nel Corpo di Cristo e nutrirsi del Corpo di Cristo. Ricevendo il sacramento dell’Eucaristia, la comunione con Cristo Capo non può mai essere separata dalla comunione con i suoi membri, cioè con la sua Chiesa. Per questo il sacramento della nostra unione con Cristo è anche il sacramento dell’unità della Chiesa. Ricevere la Comunione eucaristica in contrasto con le norme della comunione ecclesiale è quindi una cosa in sé contraddittoria. La comunione sacramentale con Cristo include e presuppone l’osservanza, anche se talvolta difficile, dell’ordinamento della comunione ecclesiale, e non può essere retta e fruttifera se il fedele, volendo accostarsi direttamente a Cristo, non rispetta questo ordinamento.

  1. In armonia con quanto sinora detto, è da realizzare pienamente il desiderio espresso dal Sinodo dei Vescovi, fatto proprio dal Santo Padre Giovanni Paolo II e attuato con impegno e con lodevoli iniziative da parte di Vescovi, sacerdoti, religiosi e fedeli laici: con sollecita carità fare tutto quanto può fortificare nell’amore di Cristo e della Chiesa i fedeli che si trovano in situazione matrimoniale irregolare. Solo così sarà possibile per loro accogliere pienamente il messaggio del matrimonio cristiano e sopportare nella fede la sofferenza della loro situazione. Nell’azione pastorale si dovrà compiere ogni sforzo perché venga compreso bene che non si tratta di nessuna discriminazione, ma soltanto di fedeltà assoluta alla volontà di Cristo che ci ha ridato e nuovamente affidato l’indissolubilità del matrimonio come dono del Creatore. Sarà necessario che i pastori e la comunità dei fedeli soffrano e amino insieme con le persone interessate, perché possano riconoscere anche nel loro carico il giogo dolce e il carico leggero di Gesù(19). Il loro carico non è dolce e leggero in quanto piccolo o insignificante, ma diventa leggero perché il Signore – e insieme con lui tutta la Chiesa – lo condivide. É compito dell’azione pastorale che deve essere svolta con totale dedizione, offrire questo aiuto fondato nella verità e insieme nell’amore.

Uniti nell’impegno collegiale di far risplendere la verità di Gesù Cristo nella vita e nella prassi della Chiesa, mi è grato professarmi dell’Eccellenza Vostra Reverendissima dev.mo in Cristo

Joseph Card. Ratzinger
Prefetto

+ Alberto Bovone
Arcivescovo tit. di Cesarea di Numidia
Segretario

Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nel corso dell’Udienza concessa al Cardinale Prefetto, ha approvato la presente Lettera, decisa nella riunione ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.

Roma, dalla Sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il 14 Settembre 1994, nella festa dell’Esaltazione della Santa Croce.

fonte SANTA SEDE !

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CARO Mons. Mark Benedict Coleridge : COSA E’ CAMBIATO DAL 1994 AD OGGI , forse avete intenzione di modificare pure cio’ che le Sacre Scritture  ci tramandarono   Mc 10,11-12: «CHI RIPUDIA LA PROPRIA MOGLIE E NE SPOSA UN’ALTRA , COMMETTE ADULTERIO CONTRO DI LEI ; SE LA DONNA RIPUDIA IL MARITO E NE SPOSA UN ALTRO , COMMETTE ADULTERIO». …??????

A.C.

 

 

Un pensiero su “TERREMOTO IN VATICANO : I DIVORZIATI RISPOSATI NON VIVONO IN STATO DI ADULTERIO !!! Mc 10,11-12: «CHI RIPUDIA LA PROPRIA MOGLIE E NE SPOSA UN’ALTRA , COMMETTE ADULTERIO CONTRO DI LEI ; SE LA DONNA RIPUDIA IL MARITO E NE SPOSA UN ALTRO , COMMETTE ADULTERIO». …

  1. E’ la strada di protestantizzare la Chiesa, almeno nei Paesi ad influenza della cultura protestante-anglosassone. In Australia hanno infatti già proposto di rivedere il celibato per i sacerdoti.

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