JOSEPH RATZINGER TEOLOGO. MODERNO, NON “MODERNISTA”.

di Antonio Caragliu*

Antonio Livi, nella sua recensione all’ultimo volume di Enrico Maria Radaelli segnalato nel precedente post di Settimo Cielo, ha il merito di essere chiaro e di invitarci a considerare alcuni problemi di fondo riguardanti il sempre attuale e rilevante tema del rapporto tra fede e ragione.

Egli contesta a Joseph Ratzinger di assumere “il presupposto epistemologico dell’impossibilità della conoscenza razionale di Dio e della legge naturale”, sconfessando così la dottrina classica dei “preambula fidei” e rendendosi complice del “modernismo”, scettico e soggettivista.

La tesi di Livi non mi convince. Essa tuttavia ci induce a porci un interrogativo interessante: qual è il carattere specificatamente moderno della teologia di Joseph Ratzinger?

Lo stesso papa emerito, infatti, rivendica esplicitamente la modernità della propria riflessione teologica: “Ho cercato di portare avanti la Chiesa sulla base di una interpretazione moderna della fede”, dice nelle “Ultime conversazioni” con Peter Seewald.

Come avverte Livi, la modernità della teologia ratzingeriana influisce nella considerazione della dottrina classica dei “preambula fidei”, ovvero di quelle verità di ordine razionale e naturale che preparano alla fede. Ma questa diversa considerazione, a differenza di quanto sostiene Livi, non contraddice il principio della conoscibilità razionale di Dio, alla quale Ratzinger giunge attraverso un’altra via.

Quest’altra via fa i conti con l’ateismo metodologico proprio delle scienze sperimentali, le quali, prescindendo sotto l’aspetto logico dalla questione dell’esistenza di Dio, segnano il passaggio dalla cultura classica a quella moderna.

Nel fare i conti con questo ateismo metodologico Livi e Ratzinger prendono due strade divergenti.

Livi prende la strada di una metafisica del “senso comune”, da lui definito come “l’insieme organico di quelle certezze circa l’esistenza degli enti dell’esperienza immediata che sono sempre e necessariamente alla base di ogni altra certezza, ossia di ogni altra pretesa di verità nei giudizi, sia di esistenza che attributivi” (A. Livi, “Filosofia del senso comune. Logica della scienza e della fede”, Roma 2010, p. 7). La strada schiettamente metafisica di Livi si incentra sulla determinazione di “evidenze primarie” che rimangono sostanzialmente estranee rispetto all’indagine del reale fatto proprio dalle scienze moderne.

Ratzinger sceglie invece una strada che definirei di “approfondimento ontologico” degli stessi presupposti epistemici della scienza moderna. Un approfondimento ontologico che attinge l’origine  della razionalità umana in una “Ragione creatrice” dell’essere.

A questo riguardo vale puntualizzare come la conoscenza che emerge nella scienza moderna non è tanto descrizione di stati di fatto e di cose (questo è l’errore nel quale persiste il neopositivismo e la filosofia analitica), ma conoscenza di leggi, ovvero di rapporti tra le cose, di funzioni.

Un simile approccio metodologico prescinde dalla determinazione della causa dell’esistenza delle cose.

Pertanto l’approfondimento ontologico di Ratzinger non si orienta agli “enti” ed alla causa della loro esistenza – come fa la metafisica classica o quella di Livi –, ma a quella legalità e razionalità che costituisce l’inevitabile presupposto trascendentale della ricerca scientifica.

È una via moderna ed insieme straordinariamente aderente alla fede biblica.

Scrive Ratzinger nel “Saggio introduttivo alla nuova edizione del 2000” del suo classico “Introduzione al cristianesimo” che è oggetto delle critiche di Radaelli e Livi:

“Il prologo di Giovanni presenta l’idea del Lógos come centrale alla fede cristiana in Dio. Il termine Lógos significa ragione, senso, ma anche parola; quindi, un senso che è parola, che è relazione, che è creativo. Dio, che è  Lógos, assicura all’uomo la sensatezza del mondo, la sensatezza dell’esistere, la corrispondenza di Dio alla ragione e la corrispondenza della ragione a Dio, sebbene la sua ragione travalichi continuamente la nostra e spesso possa sembrarci oscura. Il mondo nasce dalla ragione e questa ragione è persona, amore: è questo il messaggio della fede biblica in Dio. La ragione può parlare di Dio, deve anzi parlare di Dio, se non vuole amputare se stessa. Alla ragione è legata l’idea di creazione. Il mondo non è soltanto ‘maya’, apparenza, che l’uomo deve, da ultimo, lasciarsi alle spalle. Il mondo non si riduce all’infinita ruota delle sofferenze, a cui l’uomo deve cercare di sottrarsi. Il mondo è positivo” (“Introduzione al cristianesimo”, Brescia 2005, p. 21).

Tra la verità ontologica della Ragione creatrice ed i presupposti trascendentali della scienza non vi è un rapporto logicamente necessario. Come detto sopra, le leggi scientifiche prescindono dalla questione dell’esistenza di Dio e dell’origine della realtà. Per questa ragione logica Ratzinger sostiene che quella di Dio rimane “l’ipotesi migliore, benché sia un’ipotesi” (J. Ratzinger, “L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture”, Siena 2005, p. 123).

E nella considerazione di questa ragione logica sta, a mio parere, il carattere specificatamente moderno della teologia di Joseph Ratzinger.

Una teologia moderna, ma non per questo scettica, soggettivistica e modernista.

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* Avvocato del foro di Trieste e membro dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani.

 cardinal ratzinger reading
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3 pensieri su “JOSEPH RATZINGER TEOLOGO. MODERNO, NON “MODERNISTA”.

  1. Santità, Lei sa che non tutto si svolge a livello metafisico, una tradizione questa tipicamente occidentale, soprattutto da quando alla Chiesa è stato di fatto impedito l’esercizio diretto sulla realtà.
    La storia, da quella delle religioni a quella delle antiche civiltà, ci insegna la presenza di una pluralità di divinità che hanno animato il nostro mondo successivamente alla vicenda raccontata dalla Bibbia, dalla creazione dell’universo alla cacciata di Adamo ed Eva, fatti i cui riferimenti sono rintracciabili sul territorio, nella storia, nella letteratura religiosa ecc..
    Il mondo contemporaneo, come sa, soprattutto quello occidentale, nasce per distinzione e differenziazione dal mondo ecclesiale e dal messaggio della Chiesa, di cui rappresenta sostanzialmente uno “specchio rovesciato”, e per altri versi una “fuga in avanti”. Può essere questa la chiave interpretativa per capire l’Occidente, almeno nella sua elaborazione più avanzata, con apporti pre-cristiani (pagani o ebraico pre-cristiani) e successivamente laico-illuministici.
    La cristallizzazione politica poi, insieme ad una nuova sistematizzazione storico-scientifica, hanno ridisegnato il mondo moderno, da cui sono stati espunti tutti gli elementi che richiamavano la religione e la religiosità, assommati talora nell’unico calderone del teismo “possibilista” di origine illuministica, eliminando cioè ogni riferimento alla divinità, al suo intervento storico sulla Terra, alla creaturalità della condizione umana, sostituendo le modalità della nascita del mondo e dell’uomo con nuove categorie storico-interpretative, in cui è il “caso” (il contrario cioè della provvidenza e della sua intelligenza) ad aver creato, sempre per caso, il mondo, la sua costruzione ambientale, l’uomo ecc., a partire da un gruppo di cellule arrivato qui da chissà dove.
    Attorno a questo nucleo, in cui una nuova astronomia e una nuova biologia sostituiscono ogni accenno alla creaturalità di natura divina, il paradigma della scienza si caratterizza per un assunto: sostituire alla ricerca delle cause prime la descrizione dei fenomeni. Si scambia cioè la ricerca delle cause dei fenomeni con la loro descrizione. Ecco dunque la fissazione in parte sul linguaggio, che diventa talvolta più sostanziale delle cose, rendendo fondamentali assunti spesso da dimostrare, e che vanno talora contro la stessa ragione e l’espressione dei sensi.
    E’ possibile che in questa stessa aporia possa essere trovata la soluzione: è possibile cioè che anche dove “non c’è religione”, dove non c’è cioè una descrizione del mondo che parta necessariamente da Dio, si possa esprimere la pienezza della condizione umana, descritta da Dio quando disse “(era) cosa buona” (Genesi), lo spazio in cui – attraverso la storia e le sue filosofie, talvolta spesso “laiche” – si possa rispondere al comandamento di Cristo in cui si descrivono gli “ultimi tempi”, rispondendo però a quella chiamata che lui voleva rivolta a “questi miei fratelli minori” (logica di fede).
    La storia cioè può forse essere il luogo in cui le idee, anche quelle religiose, possono trovare la loro realizzazione compiuta. Laddove può fallire l’annuncio diretto della fede, cioè della costruzione di una realtà a partire dall’annuncio di Dio e del suo messaggio diretto, può esserci invece un compimento diretto-indiretto. In fondo Lei sa che cosa è successo in un primo momento alle 15 di quel famoso giorno.

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  2. In estremissima sintesi. Tutto il nucleo del pensiero ratzingeriano è l’armonia tra fede e r agione, è l’esaltazione dell’ascendenza greca del cristianesimo che non è solo un’appendice dell’ascendenza ebraica. Cristo è Logos, è Razionalità. Dio può essere raggiunto e dimostrato con la sola razionalità; la divinità di Gesù Cristo, e tutto l’edificio della fede cattolica, può essere creduto per fede perché non contraddice la ragione.
    Questo concetto è espresso in decine e decine di testi (es. la lezione di Ratisbona), ma adesso mi limito a citare questo passaggio breve ma esemplare:

    «La matematica come tale è una creazione della nostra intelligenza: la corrispondenza tra le sue strutture e le strutture reali dell’universo – che è il presupposto di tutti i moderni sviluppi scientifici e tecnologici, già espressamente formulato da Galileo Galilei con la celebre affermazione che il libro della natura è scritto in linguaggio matematico – suscita la nostra ammirazione e pone una grande domanda. Implica infatti che l’universo stesso sia strutturato in maniera intelligente, in modo che esista una corrispondenza profonda tra la nostra ragione soggettiva e la ragione oggettivata nella natura. Diventa allora inevitabile chiedersi se non debba esservi un’unica intelligenza originaria, che sia la comune fonte dell’una e dell’altra. Così proprio la riflessione sullo sviluppo delle scienze ci riporta verso il Logos creatore.»

    Benedetto XVI (discorso del 19/10/2006)
    http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2006/october/documents/hf_ben-xvi_spe_20061019_convegno-verona.html

    Ora forse qualcuno pensa che il Papa stia “dubitando”, esprimendo un sua incertezza effettiva, perché il tenore letterale delle sue parole è “chiediamoci se non…”?
    Ma questo costrutto verbale è il tipico procedimento di Ratzinger, del professor Ratzinger: quando vuole far capire qualcosa di importante al suo interlocutore, non si limita ad affermarlo “id est”, ma in un certo senso prende l’allievo per mano per portarlo passo passo dall’ignoranza alla scienza: parte in modo pacato ed interrogativo per svolgere l’argomento fino alla conclusione sicura e coerente. E infatti il ragionamento, partendo da questo “chiediamoci se”… “ci riporta verso il Logos creatore”.

    Questo modus operandi è molto simile a quello di San Tommaso, il quale per dimostrare una tesi espone dapprima la tesi contraria al fine di meglio confutarla; e così per esempio all’articolo 3 della I Parte della Summa teologica San Tommaso scrive “Pare che Dio non esista”, ed espone una serie di argomenti atei, e poi li smonta uno ad uno, e infine spiega le cinque vie dimostrando razionalmente che Dio esiste. Incidentalmente questo modus operandi ha la controindicazione che non rare volte si trova chi, citazioni alla mano, attribuisce a San Tommaso tesi che egli confuta! A volte ho l’impressione che anche Ratzinger patisca lo stesso fenomeno. L’unico modo per evitare questi errori è leggere senza pregiudizi e per intero. Certe critiche, onestamente, mi sembrano fatte da gente che si è fermata al primo paragrafo, come se uno volesse giudicare la teologia di San Tommaso fermandosi all’incipit dell’argomento I- 3:

    «Pare che Dio non esista. Infatti. Se di due contrari uno è infinito, l’altro resta completamente distrutto. Ora, nel nome Dio si intende affermato un bene infinito. Se dunque Dio esistesse non dovrebbe esserci il male. Viceversa nel mondo c’è il male. Quindi Dio non esiste.»

    E se qualcuno, sulla base di questa citazione, sostenesse che San Tommaso è ateo? Non sarebbe forse una conclusione assurda? Eppure, se si legge bene Ratzinger, è altrettanto assurdo sostenere che sia agnostico e kantianamente scettico.

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    1. Io non ho una grande intelligenza di fede o di ragione…..ma so una cosa solo non cercare le cose più alto di te, la vita mi insegna questo, perché noi creature siamo sempre limitati chi più chi meno.. La Sapienza viene dal Signore, è onniscienza in tutto e per tutti….E’ un dono e lo da a chi vuole e quando vuole….Ogni uno di noi abbiamo ricevuto doni diversi, e gli sta il nostro posto…..Da ignorante penso cosi …ditemi voi…!!!

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