IL TESTO COMPLETO DI PAPA BENEDETTO – Caro Müller, un errore cacciarti. Firmato: Benedetto XVI….

Eminenza, caro confratello,

il tuo settantesimo compleanno si sta avvicinando e anche se non sono più in grado di scrivere un vero contributo scientifico per la miscellanea che ti sarà dedicata per questa occasione, vorrei comunque partecipare con una parola di saluto e di ringraziamento.

Sono trascorsi ormai ventidue anni da quando, nel marzo 1995, mi regalasti la tua Katholische Dogmatik für Studium und Praxis der Theologie. Questo fu per me allora un segno incoraggiante del fatto che anche nella generazione teologica postconciliare vi fossero pensatori con il coraggio di occuparsi dell’intero, di presentare cioè la fede della Chiesa nella sua unità e integralità. Infatti, così com’è importante l’esplorazione del dettaglio, non è meno importante che la fede della Chiesa appaia nella sua unità interna e integralità e che in ultimo la semplicità della fede emerga da tutte le riflessioni teologiche complesse. Perché la sensazione che la Chiesa ci carichi di un fardello di cose incomprensibili, che alla fine possono interessare solo gli specialisti, è l’ostacolo principale per pronunciare il sì al Dio che in Gesù Cristo ci parla. Non si diventa, secondo la mia opinione, un grande teologo per il fatto di riuscire ad affrontare dettagli minuziosi e difficili, ma per il fatto che si è in grado di presentare l’ultima unità e semplicità della fede.

La tua Dogmatik in un volume però mi ha riguardato anche per un motivo autobiografico. Karl Rahner aveva presentato nel primo volume dei suoi scritti un progetto per una rinnovata costruzione della dogmatica, che aveva elaborato insieme ad Hans Urs Von Balthasar. Questo fatto ovviamente ha risvegliato in tutti noi un’incredibile sete di vedere questo schema riempito di contenuti e portato a compimento. Il desiderio di una dogmatica firmata Rahner-Balthasar, che nacque in questa occasione, si scontrò con un problema editoriale. Erich Wewel aveva convinto, negli anni ’50, padre Bernard Häring di scrivere un manuale di teologia morale, che dopo la sua pubblicazione divenne un grande successo. Allora all’editore venne un pensiero: che anche nella dogmatica dovesse essere realizzato qualcosa di simile e che fosse necessario che tale opera venisse scritta in un volume unico da una sola mano. Ovviamente si rivolse a Karl Rahner, chiedendogli di scrivere questo libro. Però Rahner era nel frattempo invischiato in così tanti impegni che non si ritenne in grado di corrispondere ad una così grande impresa. Stranamente consigliò all’editore di rivolgersi a me, che a quel tempo, all’inizio del mio cammino, stavo insegnando dogmatica e teologia fondamentale a Frisinga. Però anch’io, nonostante fossi agli esordi, ero coinvolto in molti impegni e non mi sentivo in grado di scrivere un’opera così imponente in un tempo accettabile. Allora chiesi di poter coinvolgere un collaboratore – il mio amico padre Alois Grillmeier. Nel limite del possibile ho lavorato al progetto e diverse volte mi sono incontrato con padre Grillmeier per ampie consultazioni. Però il Concilio Vaticano II richiese tutti i miei sforzi nonché di pensare in modo nuovo tutta l’esposizione tradizionale della dottrina della fede della Chiesa. Quando nel 1977 fui nominato arcivescovo di Monaco-Frisinga era chiaro che non potevo più pensare ad una tale impresa. Allorché nel 1995 il tuo libro giunse nelle mie mani, vidi inaspettatamente che era stato realizzato da un teologo della generazione successiva alla mia quanto desiderato in precedenza, ma non era stato possibile realizzare.

Poi ti ho potuto conoscere personalmente, quando la Conferenza Episcopale Tedesca ti propose come membro della Commissione Teologica Internazionale. In essa ti sei contraddistinto soprattutto per la ricchezza del tuo sapere e per la tua fedeltà alla fede della Chiesa che ti sgorgava da dentro. Quando nel 2012 il Cardinal Levada ha lasciato il suo incarico di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede per motivi di età, apparivi, dopo varie riflessioni, come il vescovo più adatto per ricevere questo incarico.

Quando nel 1981 accettai questo incarico, l’arcivescovo Hamer – allora Segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede – mi spiegò che il prefetto non doveva essere necessariamente un teologo, ma un saggio, che affrontando le questioni teologiche non facesse valutazioni specifiche, ma riconoscesse cosa fare in quel momento per la Chiesa. La competenza teologica si doveva trovare piuttosto nel segretario che guida le Consulta, cioè la riunione dei periti, che insieme danno un giudizio scientifico accurato. Ma similmente alla politica, l’ultima decisione non spetta ai teologi, bensì ai saggi, che conoscono gli aspetti scientifici e, oltre a questi, sanno considerare l’insieme della vita di una grande comunità. Negli anni del mio ufficio, ho cercato di corrispondere a questo criterio. Quanto vi sia riuscito, lo possono valutare altri.

Nei tempi confusi, nei quali stiamo vivendo, l’insieme di competenza teologica scientifica e saggezza di colui che deve prendere la decisione finale mi sembra molto importante. Penso per esempio che nella Riforma liturgica le cose sarebbero andate a finire diversamente se la parola dei periti non fosse stata l’ultima istanza, ma se, oltre a questo, avesse giudicato una saggezza in grado di riconoscere i limiti dell’approccio di un “semplice” studioso.

Nei tuoi anni romani ti sei sempre nuovamente impegnato a non agire soltanto come studioso, ma come saggio, come padre nella Chiesa. Tu hai difeso le chiare tradizioni della fede, ma secondo la linea di papa Francesco, hai cercato di comprendere come possano essere vissute oggi.

Papa Paolo VI voleva che i grandi compiti nella Curia – quello del Prefetto e del Segretario – venissero assegnati sempre solo per cinque anni, per tutelare in questo modo la libertà del Papa e la flessibilità del lavoro della Curia. Nel frattempo il tuo contratto quinquennale nella Congregazione per la Dottrina della Fede è terminato. In questo modo non hai più un incarico specifico, ma un sacerdote e soprattutto un vescovo e cardinale non va mai in pensione. Per questo puoi e potrai anche in futuro servire la fede pubblicamente, a partire dall’essenza intima della tua missione sacerdotale e del tuo carisma teologico. Noi tutti siamo felici che con la tua grande e profonda responsabilità e il dono della parola che ti è dato, sarai presente anche in futuro nella lotta del nostro tempo per la retta comprensione dell’essere uomo e dell’essere cristiano. Il Signore ti possa sostenere.

Infine devo ancora esprimere un ringraziamento tutto personale. Come vescovo di Regensburg hai fondato l’Institut Papst Benedikt XVI, che – guidato da un tuo alunno – sta compiendo un lavoro veramente encomiabile per mantenere pubblicamente presente la mia opera teologica in tutta la sua  portata. Il Signore ti ricompenserà della tua fatica.

 

Città del Vaticano, Monastero Mater Ecclesiae

Festa di Sant’Ignazio di Loyola 2017

tuo Benedetto XVImuller-benedetto-large

2 pensieri su “IL TESTO COMPLETO DI PAPA BENEDETTO – Caro Müller, un errore cacciarti. Firmato: Benedetto XVI….

  1. Per quanto ritengo che sia stato davvero un errore allontanare Muller – insieme al Cardinale Sarah mio punto di riferimento ecclesiale tra i viventi – dal suo incarico nella CPDDF, non leggo nella lettera di Benedetto XVI che Papa Francesco ha fatto un errore a cacciarlo, come riportato nel titolo dell’ articolo.

    Fate un ottima comunicazione e informazione sul grande Pontefice Emerito, che leggo sempre con piacere. Mi auguro che continuiate a farlo senza tendenziosita’.

    Amare Benedetto XVI non vuol dire essere contro Francesco. È sempre il Papa – lecito – di Santa Romana Chiesa. Sono semplicemente due persone e personalità diverse ma con lo stesso fine e lo stesso Amore per Dio, Gesù e la sua Chiesa.

    La diversità tra noi Cattolici, Ministri ordinati e Battezzati laici che insieme facciamo la Chiesa, Corpo Mistico di Cristo, è una risorsa non un limite. O almeno, così dovrebbe essere. È bene che ci sia chi ha una sensibilità più dottrinale chi più pastorale. Chi più tradizionale ( e, senza radicalismi fini a se stessi, appartengo a questo filone ) chi più progressista. Questi sono doni che il Signore ci fa. Neanche gli Apostoli erano tutti uguali. C’era il più giudeo e il più gentile. Il più mistico e il più razionale.

    Allora, cerchiamo di non sciupare questi Doni, ma rispettiamoci a vicenda e mettiamoli al servizio della Santa Romana Chiesa.

    Personalmente leggo Cornelio Fabbro come leggo Hans Kung. Leggo Padre Cavalcoli come leggo Don Lorenzo Milani. Leggo Carlo Maria Martini come leggo Marcel Lefebvre. Pur condividendo di più quelli Tradizionalisti non disdegno gli altri e qualcosa si impara sempre anche da loro.

    Quindi, ritengo che questa contrapposizione tra B16 e F sia una logica perversa, nociva per tutta la Chiesa.

    Umilmente vi esorto a non entrare in tale logica e di fare una corretta e leale informazione.

    La Pace di Cristo sia con Voi.

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