LA RANA BOLLITA DI BERGOGLIO – La strategia dei piccoli passi è quella con cui la neochiesa si sta sostituendo un pezzo alla volta alla vera Chiesa cattolica …….

vaticano-1Se Bergoglio è un innovatore, e lo è certamente, il suo metodo consiste nella strategia dei piccoli passi. Sandro Magister notava con acume che per lui è importante “gettare il seme perché la forza si scateni“, “mescolare il lievito perché la forza faccia crescere” (ipse dixit alcuni giorni fa a Santa Marta). Metodo tanto subdolo e mefitico quanto ingannevole per chi sembra non aver occhi per vedere… L’articolo, che riporto di seguito, apparso due giorni fa su La nuova Italia, Accademia Adriatica di filosofia [qui]lo dimostra in termini di una chiarezza cristallina.

La rana comincia a fumare? La strategia dei piccoli passi è quella con cui la neochiesa si sta sostituendo un pezzo alla volta alla vera Chiesa cattolica da quell’11 febbraio del 2013 in cui Benedetto XVI annunciò le dimissioni.

Pascal, il filosofo e uomo di fede che Francesco dice di voler beatificare, scrisse parole di fuoco contro i gesuiti del suo tempo, che gettavano nella mischia le loro tesi più ardite per far sì che nel tempo pian piano maturassero e diventassero pensiero comune.
Potremmo chiamarla, e alcuni l’hanno chiamata, la strategia dei piccoli passi: è quella con cui la neochiesa si sta sostituendo, un poco alla volta, un pezzetto alla volta, una parola o un gesto alla volta, alla vera Chiesa cattolica, quella che va scritta con la maiuscola, perché è la Chiesa dei Santi, fondata da Gesù Cristo e poggiante con la base sulla terra, ma protesa nel mondo ultraterreno, assistita dagli Angeli e dagli Arcangeli e da Maria sempre Vergine, passando per le anime sante del Purgatorio e del Paradiso, fino al trono di Dio.

Piccoli passi, ma quotidiani, metodici, implacabili: e un piccolo passo al giorno, ciò significa un enorme cambiamento nell’arco di quattro anni e mezzo. Quello che il papa Francesco voleva, ciò che aveva annunciato fin dall’inizio: cambiare la Chiesa. Non erano parole al vento: voleva farlo, lo sta facendo, lo ha fatto, insieme al neoclero animato dalle sue stesse intenzioni e finalità: i vari monsignori Paglia, Galantino, Lorefice, Perego, D’Ercole, Cipolla, Castellucci,  e i vari religiosi come Sosa Abascal, o i vari teologi come Andrea Grillo. Così, un piccolo passo al giorno, da quell’11 febbraio del 2013 in cui Benedetto XVI, a sorpresa, annunciò la sua intenzione di rassegnare le “dimissioni”, divenute poi effettive il 28 febbraio (ma egli è tutt’ora vivo, vegeto e relativamente in buona salute, per cui vi sono contemporaneamente due papi: situazione a dir poco anomala) fino a oggi, il cambiamento appare enorme, radicale e, forse, irreversibile: questa non è più la Chiesa di appena cinque anni fa. Alcuni la chiamano anche la strategia della “rana bollita”: alzando la fiamma a poco a poco,quasi insensibilmente, la rana non si accorge che la stanno bollendo ancor viva, e, quando se ne accorgerà, sarà ormai troppo tardi per salvarsi. Ad altri fa venire in mente la cosiddetta “finestra di Overton” [vedi, nel blog], ovvero l’arte (scientifica) di cambiare radicalmente le opinioni della gente, senza che questa si renda conto in alcun modo di essere stata sapientemente e capillarmente manipolata, fino a sentire e pensare l’esatto contrario di quel che sentiva e pensava solo poco tempo prima.
Il papa, ripetiamo, è stato il maestro e il capofila di questa strategia; e lo ha fatto, e lo sta facendo, con una tale metodicità, con una tale perseveranza, con una tale – si direbbe – acribia, pur dando l’impressione (sbagliata) di una estrema spontaneità, e quasi di una continua improvvisazione, cose che piacciono tanto alla gente, da essere divenuto un oggetto di studio da parte degli studiosi di scienze della comunicazione, e da incarnare un modello che difficilmente verrà superato nel prossimo volger di tempo.
Quando, per esempio, parlando del mistero della santa Eucarestia – perché di un mistero si tratta, anzi, di un Mistero: il Mistero sacro per eccellenza – non adopera la parola transustanziazione, come deve fare un buon cattolico, non diciamo un teologo più o meno raffinato, ma un qualsiasi parroco o cappellano di campagna, ma la parola teofania, dietro l’apparenza di una certa originalità e magari imprecisione del linguaggio, egli sta perseguendo, come sempre, la sua strategia dei piccoli passi: sta alzando di un centesimo di grado la temperatura dell’acqua in cui la rana si trova immersa.
E quando butta lì, con perfetta nonchalance, un’affermazione gravissima, inaudita, cioè che, sulla questione della predestinazione, Lutero aveva ragione, e lo fa a bordo di un aereo che lo riporta a casa da uno dei suoi viaggi pastorali, cioè in una sede non ufficiale, e quanto mai “familiare” e “rilassata”, come quella che si crea in tali circostanze, in assenza di un pubblico e di un contesto istituzionalizzato, egli lo fa con deliberata e calcolata malizia: non può non sapere di aver detto un’eresia, ma lo fa con un tale sorriso, con una tale “spontaneità”, con una tale carica di “simpatia umana” (questione di opinioni), che anche l’eresia passa sullo sfondo, anzi, non viene neppure percepita come tale. Nessuno reagisce, nessuno si scandalizza, nessuno lo corregge, o esige un chiarimento: tutto tace,  e chi tace acconsente. Nulla passa sulla stampa o alla televisione; l’unica cosa che “passa” è la carica umana di questo papa così alla mano, così informale, che s’intrattiene con tanta immediatezza coi giornalisti.  E così, la temperatura dell’acqua viene alzata di un  altro centesimo di grado, e anche qualcosa di più: la rana è ormai rosata, comincia a fumare, ma si direbbe che non si renda ancora conto del vero destino che l’attende.
La stessa strategia è quella di Galantino & Soci. Ogni giorno alzano il tiro, ma solo di un poco; ogni tanto la sparano più grossa, poi stanno a vedere cosa succede: è un test. Siccome non succede nulla, si preparano a spararla ancora più grossa, la prossima volta. Galantino, per esempio, dice che la cosiddetta riforma luterana è stata un’opera dello Spirito Santo: fino a sei o sette anni fa, sarebbe scoppiato un pandemonio, e, tanto per cominciare, il papa lo avrebbe corretto. Ora nessuno lo corregge, tutti tacciono, e qui tacet, consentire videtur. Oppure Paglia: dice che noi tutti dovremmo prendere a modello di vita spirituale il suo defunto amico Marco Pannella: nessuno dice niente, nessuno fa notare che prendere a modello costui equivale a buttare nel cesso tutta la fede cattolica, a cominciare dal Vangelo; e allora, avanti così. Sosa Abascal dice che il diavolo non esiste: nessuno interviene, nessuno lo corregge, e allora tutto a posto, si può procedere tranquilli: e alzare la temperatura dell’acqua nella pentola di un altro centesimo di grado. Poi Cipolla dice che lui toglierebbe volentieri i simboli cristiani per non pregiudicare l’amicizia con i musulmani: silenzio di tomba; avanti, marsch. Poi Perego afferma che il futuro degli italiani è il meticciato: nessuno protesta, nessuno lo corregge: dunque, tutto o. k. Poi D’Ercoli scrive che, per poter predicare il Vangelo, bisogna prima creare delle condizioni di giustizia sociale; silenzio assordante: via libera. Poi Castellucci ordina al teologo Antonio Livi di annullare una conferenza, che doveva tenere nella sua diocesi, sul tema del relativismo dilagante: nessuno protesta, nessuno esige spiegazioni; del resto, la spiegazione l’ha già data lui, il vescovo bergogliano di ferro: bisogna evitare ciò che crea “divisioni”. Ma divisioni, dove? Dentro la Chiesa, oppure fuori, nei confronti di chi odia la Chiesa e i valori dei quali essa è portatrice? Non si sa; comunque, nessuno parla, dunque è tutto a posto. E avanti così, sempre.
Ogni giorno in questo modo; ogni giorno che Dio manda sulla terra. Gutta cavat lapidem, dicevano i romani: anche una goccia d’acqua riesce a scavare la pietra, se cade incessante. E non solo i sacerdoti, anche  laici si prestano a quest’opera di sistematica distruzione e di sostituzione, pezzo a pezzo, della dottrina cattolica: il professor  Melloni, per esempio, erede della scuola di Bologna e della tradizione dossettiana, il quale si fa autore di una “sua” traduzione del Credo niceno-costantinopolitano, ed al quale nessuno si sogna di domandare con quale autorità abbia fatto una cosa del genere: come se tradurre i testi fondamentali della religione cattolica e metterli in circolazione, da parte i chiunque, fosse, nella Chiesa cattolica, la cosa più naturale di questo mondo, esattamente come lo è nell’ambito protestante. Ma il papa, dice qualche volonteroso pompiere, spesso è mal compreso. Davvero? E allora come mai, quando degli eminenti cardinali, e poi degli illustri teologi, gli chiedono esplicitamente dei chiarimenti su un documento importante per la fede e la morale cattolica, come Amoris laetitia, si rifiuta puramente e semplicemente di rispondere; mentre se il cardinale Sarah prova a interpretare un documento come Magnum principium, per salvare il salvabile della sacra liturgia, il papa si affretta ad intervenire, con voce forte e chiara, per correggerlo e smentirlo, e la fa con una tempestività e una decisione sorprendenti? Evidentemente, il papa tace quando l’ambiguità delle sue parole gli fa comodo, ma interviene, e con estrema fermezza al limite della brutalità, quando vede il rischio che tale ambiguità offra spazi di dissenso rispetto al cambiamento da lui voluto.
E quando, per esempio, il suo grande amico Eugenio Scalfari dice, anzi scrive, e divulga sulla stampa, di essersi formato l’opinione, attraverso le sue svariate conversazioni col pontefice, che questi non crede né al Giudizio, né all’inferno, contrariamente a ciò che insegna il Magistero con tutta la dottrina cattolica, è certo che, se il papa avesse ritenuto di dover intervenire per rettificare una tale impressione, e per professare la sua adesione al vero insegnamento della Chiesa, lo avrebbe fatto, eccome: non ci avrebbe pensato su neanche per un istante. Ora, se non lo ha fatto, la ragione non può essere che una: che non c’è niente da rettificare. Del resto, a suo modo, il papa lo ha detto lui stesso, che non ci saranno né il Giudizio divino, né l’eterna dannazione per i peccatori impenitenti: lo ha fatto capire nell’udienza generale del 23 agosto 2017, dicendo che Dio chiamerà tutti gli uomini ad abitare con Lui, sotto una immensa tenda: il che significa che nessuno verrà giudicato e tanto meno punito. Ma questa non è la dottrina cattolica; è un’altra cosa, completamene diversa. In fondo, nessuna meraviglia: se, per lui, Dio non è cattolico, come ha detto nella maniera più esplicita, allora non bisogna certo aspettarsi che Dio si comporti così come dice la dottrina cattolica. Ecco perché la dottrina gli dà tanto fastidio: non perché sia qualcosa di rigido e quindi una “ideologia” divisiva (omelia di Santa Marta del 19 maggio 2017), ma perché è quel che deve essere: la dottrina cattolica. A lui non piacciono le dottrine e non piace il cattolicesimo; quanto meno, non gli piace il cattolicesimo così come oggi è presentato e interpretato dalla Chiesa. Vuole cambiarlo, e lo sta facendo con tutti gli strumenti che ha a disposizione: e che sono veramente tanti, primo fra tutti la sua immensa (e facile, troppo facile, per non dire demagogica) popolarità. Egli è diventato una star mediatica, sono tutti pazzi di lui: ma proprio tutti. Si stampano perfino riviste interamente dedicate a lui, alla sua persona, che lo idolatrano quasi come se, nella stima e nell’affetti dei fedeli,  venisse prima lui, poi il Signore Iddio.
Strano, però: a suo tempo, nella Palestina di duemila anni fa, non erano tutti pazzi di Gesù Cristo. Alcuni lo amavano, lo ammiravano e lo ascoltavano; molti, però, lo detestavano, lo odiavano e volevano vederlo morto. Alla fine, prevalsero i secondi. Non risulta che le folle, indistintamente, fossero sedotte dal suo fascino; molti se ne andavano delusi, dicendo: Questo linguaggio è duro! Chi può intenderlo? (Giovanni, 6, 60). Il motivo? Perché Gesù non diceva alla gente solo quel che è gradito ai suoi orecchi; diceva anche delle verità scomode e dolorose; e metteva bene in chiaro che non si possono servire due padroni, Dio e il mondo. E, in quel caso specifico, aveva detto: Io non ricevo gloria dagli uomini. Ma io vi conosco e so che non avete in voi l’amore di Dio. Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste. E come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri,  e non cercate la gloria che viene da Dio solo? (Giovanni, 5, 41-44); e poi aveva preannunciato il suo imminente Sacrificio e parlato del mistero della santa Eucarestia: mangiare il suo Corpo e bere il suo Sangue. Da allora, annota l’evangelista, molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui (Giovanni, 6, 66). Ma il papa Francesco, e i suoi cardinali e vescovi cosiddetti di strada, quando mai parlano un linguaggio “duro”, cioè franco e salutarmente severo? Quando mai mettono in guardia contro le conseguenze funeste del peccato? Quando mai parlano della Croce, e dicono che il cristianesimo senza la Croce non è nulla, è una dottrina fra le tante, un insieme di precetti morali, e non già la sola e vera fonte di Vita eterna, che zampilla cristallina e inesauribile dalla roccia della divina Rivelazione?
C’è solo un dettaglio da precisare, che sembra, peraltro, non interessare minimamente al papa: se vuole cambiare la Chiesa, ebbene, non ne ha il diritto. Non rientra nelle sue funzioni. Non è per questo che un papa viene eletto al soglio di san Pietro: ma per custodire il Deposito della fede e per vigilare sulla perfetta ortodossia della dottrina e della liturgia. È per questo, e  non per altro, che serve un vicario di Cristo sulla terra: un vicario è uno che rappresenta qualcun altro, e questo qualcun altro è Gesù Cristo, unico e indiscusso capo della Chiesa cattolica. Il papa non ha alcun potere di cambiare o di modificare, anche solo marginalmente, la dottrina; non ha il benché minimo diritto di atteggiarsi come se la Chiesa fosse una sua proprietà sia pure fiduciaria, e come se le sue competenze includessero la facoltà di cambiarla secondo ciò che lui desidera, vale a dire – perché il ritornello è sempre quello, ormai lo conosciamo a memoria – secondo ciò che lui, o altri, ritiene essere il “vero” spirito del Concilio Vaticano II. Troppo comodo, poi, parlare sempre dello “spirito” del Vaticano II: ognuno può mettere in questa espressione vaga ed ambigua tutto ciò che gli pare. Il fatto è che ai modernisti e ai progressisti serve un pretesto, serve un paravento formale, una qualsiasi pezza d’appoggio, per attuare il loro disegno di radicale trasformazione della Chiesa e della dottrina, secondo le loro particolari finalità; e anche il Concilio, in quest’ottica, non è altro che uno strumento da utilizzare, se e fino a che punto si rivela utilizzabile: tanto, riferendosi non ai precisi documenti del Concilio, ma ad un non meglio specificato “spirito di rinnovamento”, si può intendere tutto e il contrario di tutto. Ma per il cristiano, un solo testo fa fede: il Vangelo di Gesù…
DA CHIESA E POSTCONCILIO, 17 Novembre 2017img_4680

Un pensiero su “LA RANA BOLLITA DI BERGOGLIO – La strategia dei piccoli passi è quella con cui la neochiesa si sta sostituendo un pezzo alla volta alla vera Chiesa cattolica …….

  1. Magistrale, come sempre.
    L’altro giorno, durante la messa funebre di un parrocchiano, il sacerdote, al momento della Comunione, ha invitato i presenti ad accostarsi al Sacramento in ricordo del defunto, a prescindere, secondo le parole di papa Francesco, (parole del sacerdote) dallo stato di peccato o di grazia: ormai tutto può essere giusto o sbagliato allo stesso tempo.
    Penso non sia giusto che debba buttare al macero tutto ciò che mi è stato insegnato e inculcato dalla Chiesa fin da quando ero ragazzo.
    Dire che sono sconcertato, e con me mia moglie, è poco.
    Cordiali saluti
    Carlo Porcu
    Ravenna

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