I CANTI GREGORIANI TRA RATZINGER E BERGOGLIO….

Bergoglio e il nodo liturgico della Chiesa cattolica

I canti gregoriani che fanno parte della tradizione ormai sono scomparsi. Tra conservatori e progressisti, invece di mediare come Ratzinger, Papa Francesco ha fatto una scelta di campo netta.

Le critiche ai Papi dall’interno del cattolicesimo non sono una novità, ma poche hanno avuto la pesantezza della lettera scritta a Papa Francesco il 31 luglio 2017 dal teologo americano Thomas J. Weinandy, cappuccino, 72 anni, responsabile per la dottrina fino al 2013 della Conferenza episcopale americana e per 15 anni professore di teologia a Oxford.

La lettera, resa pubblica a inizio novembre, si apre con le formule di rito, ma va subito alla iugulare. «Santità, il suo pontificato sembra segnato da una cronica confusione». E si articola su cinque punti.

L’ACCUSA DI SUPERFICIALITÀ. Il primo riguarda il capitolo 8 della Amoris Laetitia, esortazione apostolica di papa Francesco del 2016, definito ambiguo. Quattro cardinali avevano presto espresso dubia sulla ortodossia del documento nella parte dove tocca il problema della comunione ai divorziati, problema dibattutissimo oggi fra i cattolici anche se non di grande chiarezza per chi poco segue la dottrina. Poi la lettera di Weinandy dice al Papa che il modo da lui adottato per trattare le questioni dottrinali non va bene, perché è troppo superficiale e denota un certo fastidio. E questo è uno degli aspetti che rende Francesco oggi popolare fra i non cattolici e parte notevole del suo gregge. La scelta dei nuovi vescovi inoltre sarebbe troppo partigiana.

LA QUESTIONE DELLA SINODALITÀ. Il quarto punto è pesantissimo. «La Chiesa è un corpo solo, il Corpo Mistico di Cristo, e lei ha ricevuto da Dio stesso il compito di promuovere e rafforzare questa unità. Ma le sue azioni e parole sembrano troppo spesso voler fare il contrario». Il teologo cappuccino attacca soprattutto il favore di Bergoglio per una certa sinodalità definibile laicamente come una certa cogestione fra papa e vescovi, «che consente e promuove varie opzioni dottrinali e morali». È il concetto di Chiesa decentrata già emerso al Concilio, e di «Chiesa delle chiese» così caro a don Giuseppe Dossetti, l’ex politico Dc già spina nel fianco di Alcide De Gasperi, fattosi prete e potente al Concilio come braccio destro di Giacomo Lercaro, cardinale a Bologna.

Legato a questo, c’è lo stile di governo di Bergoglio, definito autoritario dal teologo cappuccino, cosa che in un papa non dovrebbe stupire, anche se mal si adatta a un pontefice decentralizzatore. «Lei parla spesso di trasparenza…ma ha notato come la maggior parte dei vescovi se ne sta zitta?». Molti temono che, se espongono chiaramente il loro pensiero, «verranno marginalizzati o peggio». Un attacco in piena regola. Ma occorre essere un po’ insider per capirlo.

IL NODO LITURGICO E RATZINGER. Quello che è più chiaro, per dare il senso del dibattito (c’è da oltre un secolo) fra le due ali del cattolicesimo, è il nodo liturgico. La liturgia o preghiera collettiva, dicono i teologi, è cruciale ed è mezzo cristianesimo perché come si prega si crede e come si crede si prega. Il teologo Weinandy non tocca il tema nella sua lettera, perché la battaglia liturgica dopo il Vaticano II è data per persa. Papa Ratzinger, e prima di lui in parte il papa polacco, avevano cercato di riaprire il tema. Benedetto XVI parlava di «riforma della riforma» e di questa parla l’attuale, ma esautorato e bypassato, prefetto della Congregazione dei riti, il cardinale africano Robert Sarah. Recentissime dichiarazioni e documenti papali sono chiarissimi: indietro non si torna.

TRADIZIONALISTI, MODERATI, RINNOVATORI TOTALI. Sulla liturgia esistono, semplificando, tre posizioni. I tradizionalisti duri e puri, i seguaci semi-scismatici di monsignor Marcel Lefebvre ne sono i campioni, che dicono: non si doveva cambiare nulla. Ma sa un po’ di museo, e poi non ci sono più i preti per celebrare sempre quei riti complessi, anche se a tratti molto belli e significativi. Poi ci sono i rinnovatori moderati, che volevano più Sacre Scritture, più ruolo dei fedeli, più lingue moderne, più semplicità, ma mantenendo un nucleo identitario in latino, almeno in Europa e nelle Americhe, e una quota di canto gregoriano, anche questo di valenza identitaria oltre che artistica, visto che Dio è anche bellezza. Il teologo francese Louis Bouyer, amico di Paolo VI, ne fu un campione, ma nel dopo Concilio gettò la spugna e scrisse un libello: La décomposition du catholicisme (1968). Vinsero infatti i rinnovatori totali, che con una serie di mosse postconciliari hanno sfondato del tutto.

ADDIO ALLA VETERUM SAPIENTIA. Non c’è più nemmeno l’ombra del latino e tantomeno del gregoriano – roba vecchia -, con buona pace della Veterum sapientia di papa Roncalli (1962) che diceva esattamente il contrario e che nessuno cita più. Poeti totalmente atei, si presume, come Arthur Rimbaud o Wystan Auden, e molti altri, avevano un debole per questo latin de l’eglise, questione di bellezze limate dai secoli, che probabilmente anche chi è ignaro di latino riesce a cogliere. Uno dei teologi preferiti da papa Francesco, o così si dice, è il laico italiano Andrea Grillo, ligure di Savona, che frequentemente spiega così la riforma liturgica: il Concilio ha deciso di togliere le barriere, prima di tutte quella linguistica, portare la celebrazione in mezzo ai fedeli, renderli protagonisti, introdurre canti che si capiscono, ampliare molto le letture e il dialogo. Ed è bellissimo.

Legato a questo, c’è lo stile di governo di Bergoglio, definito autoritario dal teologo cappuccino, cosa che in un papa non dovrebbe stupire, anche se mal si adatta a un pontefice decentralizzatore. «Lei parla spesso di trasparenza…ma ha notato come la maggior parte dei vescovi se ne sta zitta?». Molti temono che, se espongono chiaramente il loro pensiero, «verranno marginalizzati o peggio». Un attacco in piena regola. Ma occorre essere un po’ insider per capirlo.

IL NODO LITURGICO E RATZINGER. Quello che è più chiaro, per dare il senso del dibattito (c’è da oltre un secolo) fra le due ali del cattolicesimo, è il nodo liturgico. La liturgia o preghiera collettiva, dicono i teologi, è cruciale ed è mezzo cristianesimo perché come si prega si crede e come si crede si prega. Il teologo Weinandy non tocca il tema nella sua lettera, perché la battaglia liturgica dopo il Vaticano II è data per persa. Papa Ratzinger, e prima di lui in parte il papa polacco, avevano cercato di riaprire il tema. Benedetto XVI parlava di «riforma della riforma» e di questa parla l’attuale, ma esautorato e bypassato, prefetto della Congregazione dei riti, il cardinale africano Robert Sarah. Recentissime dichiarazioni e documenti papali sono chiarissimi: indietro non si torna.

TRADIZIONALISTI, MODERATI, RINNOVATORI TOTALI. Sulla liturgia esistono, semplificando, tre posizioni. I tradizionalisti duri e puri, i seguaci semi-scismatici di monsignor Marcel Lefebvre ne sono i campioni, che dicono: non si doveva cambiare nulla. Ma sa un po’ di museo, e poi non ci sono più i preti per celebrare sempre quei riti complessi, anche se a tratti molto belli e significativi. Poi ci sono i rinnovatori moderati, che volevano più Sacre Scritture, più ruolo dei fedeli, più lingue moderne, più semplicità, ma mantenendo un nucleo identitario in latino, almeno in Europa e nelle Americhe, e una quota di canto gregoriano, anche questo di valenza identitaria oltre che artistica, visto che Dio è anche bellezza. Il teologo francese Louis Bouyer, amico di Paolo VI, ne fu un campione, ma nel dopo Concilio gettò la spugna e scrisse un libello: La décomposition du catholicisme (1968). Vinsero infatti i rinnovatori totali, che con una serie di mosse postconciliari hanno sfondato del tutto.

ADDIO ALLA VETERUM SAPIENTIA. Non c’è più nemmeno l’ombra del latino e tantomeno del gregoriano – roba vecchia -, con buona pace della Veterum sapientia di papa Roncalli (1962) che diceva esattamente il contrario e che nessuno cita più. Poeti totalmente atei, si presume, come Arthur Rimbaud o Wystan Auden, e molti altri, avevano un debole per questo latin de l’eglise, questione di bellezze limate dai secoli, che probabilmente anche chi è ignaro di latino riesce a cogliere. Uno dei teologi preferiti da papa Francesco, o così si dice, è il laico italiano Andrea Grillo, ligure di Savona, che frequentemente spiega così la riforma liturgica: il Concilio ha deciso di togliere le barriere, prima di tutte quella linguistica, portare la celebrazione in mezzo ai fedeli, renderli protagonisti, introdurre canti che si capiscono, ampliare molto le letture e il dialogo. Ed è bellissimo.

http://www.lettera43.it/it/autori/mario-margiocco/26/?refresh_cens

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