TRANSUNSTANZIAZIONE, PRESENZA REALE DI GESU’ CRISTO NELL’EUCARISTIA. Colui che nega il dogma della transustanziazione è eretico #sapevatelo

Transustanziazione
Transustanziazione è una parola coniata dalla teologia medievale (la prima documentazione ufficiale si ha nel Concilio lateranense IV, del 1215, nella professione di fede contro gli Albigesi) la quale esprime in maniera chiarissima il dogma della Chiesa cattolica circa la presenza reale di Gesù Cristo nell’Eucaristia. Secondo detto dogma Gesù è presente nell’Eucaristia per transustanziazione, cioè per cambiamento dell’intera sostanza del pane e del vino nel suo corpo e nel suo sangue. Il cambiamento avviene in virtù delle parole della consacrazione in quanto Gesù nell’ultima cena non disse: “qui è il mio corpo” ovvero “in questo pane, con questo pane, sotto questo pane è il mio corpo” ma: “questo (che io vi mostro) è il mio corpo”: parole che mentre proclamano la presenza reale, la producono. Ne segue che, dopo la consacrazione, nulla resta della sostanza del pane e del vino ma soltanto le loro apparenze o specie (accidenti) e che Gesù Cristo continua ad esser presente sotto le medesime fino a che quelle sussistono.
Il primo che abbia trattato del modo della presenza reale di Cristo nel Sacramento dell’Eucaristia è Pascasio Radberto nel trattato De Corpore et Sanguine Domini (844) in cui afferma esplicitamente l’identità del corpo storico di Cristo e di quello eucaristico, concezione criticata da Ratramno come troppo realistica. Ma colui che sollevò nel Medioevo la più grande controversia eucaristica fu Berengario il quale, oltre a negare la dottrina realistica di Pascasio, negò anche il concetto di transustanziazione, ritenendo impossibile la percezione degli accidenti separatamente dalla sostanza. La controversia teologica che ne seguì valse a porre sempre meglio in chiaro il dogma della presenza reale e a foggiar la parola che ne esprime a perfezione il concetto. San Tommaso nella Summa Theologica precisa, con la chiarezza di concetti che gli è propria, tutta la dottrina eucaristica; e il concilio di Trento, contro le interpretazioni simbolistiche dei riformatori, fissò nella sessione XIII (Decreto sull’Eucaristia) il dogma della transustanziazione.
Eucaristia
L’Eucaristia è il sacramento centrale del cristianesimo, che da un lato commemora e, secondo la dottrina cattolica e di altre confessioni cristiane, rinnova il sacrificio di Gesù Cristo, e, dall’altro, attua la comunione dei fedeli con il Redentore e tra loro.
Il nome Eucaristia proviene dai racconti neotestamentari dell’Ultima Cena nei Vangeli sinottici e in Paolo. Il IV Vangelo non ha il racconto della cena eucaristica. Riguardo al carattere originario dell’Eucaristia, alcuni l’hanno considerata come istituzione di Gesù, ma con un carattere escatologico (Gesù avrebbe presentito la prossima sua fine, ma come inizio dell’instaurazione del regno messianico; la Cena sarebbe prototipo e simbolo del banchetto del regno, in attesa di questo); altri come il risultato di un’evoluzione della coscienza cristiana (la morte di Gesù sarebbe stata sentita come immolazione e le sue stesse parole sul suo corpo viste come espressione dell’unione mistica dei fedeli con lui): su questa evoluzione avrebbe agito l’influsso, diretto o indiretto, spontaneo o riflesso, dei misteri ellenistici, con le teofagie.
I nomi del sacramento variano, parlandosi nelle fonti di «mensa del Signore» (mensa Domini), «spezzamento del pane» (fractio panis), «calice di benedizione» e, anche più genericamente di eulogia o benedizione, oblazione, sacrificio, liturgia, sinassi; ma si può dire che dal 3̊ sec. quello di e. prevale, mentre la teologia si viene chiarendo e consolidando, pur nella differenza di tendenze, mantenutasi nel corso dei secoli, tanto che ad alcune divergenze di interpretazione dà luogo anche s. Agostino. La discussione riprese, in Occidente, nel 9̊ sec., tra Pascasio Radberto, che sottolineò l’identità tra il corpo storico e il corpo eucaristico di Gesù, e Ratramno di Corbie, che insisteva invece su un’interpretazione spiritualistica dell’e. che parve ad alcuni finire nel puro simbolismo. Nella vivace polemica con Ratramno stettero, tra gli altri, Rabano Mauro e Remigio di Auxerre; con Pascasio, Aimone di Halberstadt, Incmaro di Reims, Raterio di Verona; nelle Collationes di Oddone di Cluny furono inseriti interi brani del Liber de corpore di Pascasio Radberto, a testimoniare l’adesione completa alla tesi del realismo pascaniano da parte dei Cluniacensi. Nell’11̊ sec. Berengario di Tours, negando la possibilità di separare gli accidenti visibili dalla sostanza, senza negare la presenza reale di Cristo nell’e. rifiutava la tesi della conversione di sostanza del pane e del vino nel corpo e sangue del Redentore. Contro Berengario si schierarono quasi tutti i teologi dell’epoca e una serie di concili (1050, 1051, 1054, 1059, 1079), in cui egli fu costretto a ritrattare completamente le sue concezioni. Nel secolo successivo, il simbolismo eucaristico fu riaffermato da U. Speroni, e dalle varie sette ereticali, così come nel 14̊ secolo. Nuove controversie si ebbero nella Riforma: M. Lutero respinse la transustanziazione, ma affermò con vigore la presenza reale, contro A. Carlostadio, H. Zwingli e G. Ecolampadio nella «controversia sacramentaria»; G. Calvino ritenne anch’egli il pane un simbolo, ammettendo che Cristo offre ai presenti «la vera manducazione del suo corpo», presente in modo che si può dire reale in quanto «virtuale» o «dinamico». Discussioni del genere si ebbero anche nell’anglicanesimo.
La dottrina cattolica espressa dal Concilio di Trento (sessione 13ª, 1551) afferma che l’Eucaristia. è un sacramento, che fu istituito da Gesù Cristo, che nelle «specie», sotto l’aspetto del pane e del vino, dopo la consacrazione egli è presente «veramente, realmente e sostanzialmente», intero, cioè in corpo, sangue, anima e divinità: modo di presenza misterioso e soprannaturale, che si attua per via della transustanziazione. Particolarità di detto sacramento è la permanenza, in quanto in esso la presenza reale di Gesù Cristo perdura. Materia del sacramento sono il pane di frumento (azzimo nelle Chiese occidentali, fermentato nella maggior parte delle Chiese orientali), impastato con acqua naturale, cotto al fuoco, incorrotto; e il vino, naturale di vite, incorrotto, e a cui è mescolata una minima quantità di acqua. Forma dell’Eucaristia è la consacrazione, con le parole di Gesù «questo è il mio corpo» e «questo è il mio sangue». Ministro della consacrazione è il sacerdote, e affinché sia valida deve avere almeno l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa.
Dal punto di vista liturgico, oltre alla celebrazione eucaristica, cioè la Santa Messa (Eucaristia come sacrificio), e alla comunione come momento specifico della Messa stessa (Eucaristia come sacramento), presentano interesse anche alcuni particolari del culto extraliturgico, in primo luogo, la conservazione e custodia delle specie consacrate. Secondo la dottrina cattolica, Gesù Cristo è presente sotto le specie del pane e del vino finché queste non siano consumate o essenzialmente alterate. D’altra parte, la necessità di dare il viatico ai morenti e altri usi, come quello, attestato per il 4̊ sec., di inviare ai presbiteri delle chiese romane il fermentum (cioè l’ostia) consacrato nella Messa papale, fecero sì che le specie consacrate fossero conservate in pissidi, custodite nel sacrario o pastoforio delle chiese. Con le controversie dell’11̊ sec., si ebbe un incremento della pietà eucaristica e si intensificarono le precauzioni per la custodia; caratteristiche del Medioevo furono vasi in forma di colomba, gli armadi murali e i tabernacoli, che in Italia appaiono nel 14̊ sec. ma sull’altare furono collocati solo nel 16̊ secolo. Il Concilio di Trento e la Controriforma permisero la comunione ai fedeli anche fuori della Messa, fissata nel Rituale romano del 1614; la custodia presso tutte le chiese parrocchiali; l’uso generale del tabernacolo. Il codice di diritto canonico e le istruzioni della S. Congregazione dei sacramenti, del 1938 e 1943, prescrissero la custodia in tutte le chiese che hanno cura d’anime, vietandola invece fuori delle chiese, mettendo così fine all’uso di custodirla presso privati o di portarla in viaggio (come fecero ancora Pio VI e anche Pio IX). Nel quadro della riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II il culto verso l’e., specialmente nelle sue forme extraliturgiche, ha subito un ridimensionamento cerimoniale (Eucharisticum mysterium, 1967).
Si è tramandato il ricordo di numerosi miracoli eucaristici, in particolare eventi preternaturali che permisero d’evitare profanazioni e rafforzarono la fede nella presenza reale: fra i più famosi è quello di Bolsena (1263), con cui si connette la costruzione del duomo di Orvieto e l’estensione a tutta la Chiesa della festa del Corpus Domini. L’Eucaristia diventò così, anche nel nome, il Santissimo Sacramento e si generalizzò tra i fedeli il desiderio di vedere l’ostia consacrata, onde incominciarono le ‘esposizioni’ del Santissimo, fin dal 14̊ sec., e l’uso dell’ostensorio. Tuttavia, mentre l’attenzione dei fedeli si concentrava piuttosto sull’Eucaristia come ‘cosa’, il Concilio di Trento si sforzò di farla rivolgere piuttosto alla ‘persona’ di Gesù Cristo, più comunemente Gesù sacramentato. Sorsero e si diffusero la forma speciale di esposizione detta Quarantore, l’adorazione perpetua, le processioni; si moltiplicarono le confraternite del Santissimo Sacramento.
Santa Messa
La Santa Messa è la più importante azione sacra delle Chiese cattolica, ortodossa e anglicana, celebrata dal sacerdote con la comunità dei fedeli.
La Santa Messa nel cristianesimo cattolico
Nella dottrina cattolica (istruzione Eucharisticum Mysterium del 25 maggio 1967), la Santa Messa, o Cena del Signore, è contemporaneamente sacrificio in cui si perpetua il sacrificio della croce, memoriale della morte e risurrezione del Signore, sacro convito in cui, per mezzo della comunione del corpo e del sangue del Signore, il popolo di Dio partecipa ai beni del sacrificio pasquale, rinnova il nuovo patto fatto una volta per sempre nel sangue di Cristo da Dio con gli uomini, e nella fede e nella speranza prefigura e anticipa il convito escatologico nel regno del Padre, annunciando la morte del Signore ‘fino al suo ritorno’.
Il Messale romano, riveduto secondo i principi del Concilio Vaticano II e promulgato nel 1969 da Paolo VI, stabilisce l’ordinamento rituale della Santa Messa, prevedendo due forme di celebrazione: Santa Messa con il popolo (cioè con la partecipazione dei fedeli) e Sana Messa senza il popolo (una terza forma, la Santa Messa concelebrata, si può svolgere nelle due precedenti, cioè con o senza il popolo).
La struttura della Santa Messa con il popolo nel suo svolgimento rituale si articola in tre parti: a) riti d’introduzione, b) liturgia della Parola, c) liturgia eucaristica. Riti d’introduzioneSono formati dal canto di entrata o d’ingresso, dal saluto del celebrante (all’altare: bacio, seguito, se è opportuno, dall’incensazione), dall’atto penitenziale, dall’invocazione «Signore, pietà…», dal canto dell’inno angelico «Gloria a Dio» (nelle domeniche fuori del tempo di Avvento e di Quaresima, nelle solennità e feste), dall’orazione conclusiva (o colletta) dei riti d’introduzione.
La Santa Messa può essere celebrata dal sacerdote solo una volta al giorno, tranne che a Natale e nel giorno dei defunti, o quando, per particolare concessione, ragioni pastorali richiedono la celebrazione di più Santa Messa (binazione, trinazione), come avviene di frequente nelle domeniche e giorni festivi, nei quali i fedeli sono tenuti per precetto a partecipare al Sacrificio eucaristico.
I vari formulari per la celebrazione della Santa Messa in tutto l’anno con le relative norme rituali (generalmente scritte in rosso, da cui il nome di rubriche) sono contenuti nel messale, durante la Santa Messa di norma poggiato su un basso cuscino o leggio, a sinistra del celebrante.
Liturgia della Parola
La liturgia della Parola prevede la proclamazione di tre letture (dall’Antico Testamento, dalle Lettere degli Apostoli o dall’Apocalisse, dal Vangelo) alla domenica e nelle solennità e feste, o, in tutti gli altri giorni, di due letture (una dall’Antico Testamento o dai testi citati del Nuovo Testamento, e una dal Vangelo); alla prima lettura segue il Salmo responsoriale (strettamente legato con il brano letto), al quale l’assemblea risponde con un ritornello; la seconda lettura è seguita dal canto dell’Alleluia (in Quaresima sostituito da un salmo o da alcuni versetti di salmo) o da un’acclamazione al Vangelo, terza lettura. Le letture scelte dalla Sacra Scrittura (per le domeniche, distribuite su un ciclo triennale; per i giorni feriali, su un ciclo biennale), con i canti che le accompagnano, costituiscono la parte principale della liturgia della Parola; l’omelia, la professione di fede (alla domenica e nelle solennità) e la preghiera universale o preghiera dei fedeli sviluppano e concludono questa parte. Liturgia eucaristica Parte della celebrazione in cui è ripresentato il rito dell’ultima cena. Il sacerdote, rappresentando Cristo Signore, compie quello che il Signore stesso fece e affidò ai discepoli da compiere in memoria di lui con l’istituzione del sacrificio e del banchetto pasquale. Si svolge in vari momenti, che corrispondono alle parole e ai gesti di Cristo, secondo il racconto dell’ultima cena tramandato dagli evangelisti: preparazione del pane e del vino, preghiera eucaristica, frazione del pane, comunione dei fedeli.
Fonte: Treccani.it
“Il problema è che nelle parrocchie non si insegnano più le verità fondamentali del nostro credo. Le Parrocchie oggi sono un misto di centri sociali e villaggi vacanze in cui si parla in modo estremamente vago e confuso di una religione indistinguibile tra le tante altre che si trovano “sul mercato” e che nessuno si permette di definire false e tentazioni del demonio, come si dovrebbe” (Pellegrini Gabriele).
Andrea Grillo prepara il terreno alla falsa messa linformatoreweb, 3 novembre 2017
“Una comprensione della eucaristia che si concentra soltanto sulla ‘sostanza’ rischia di considerare tutto questo o come indifferente o addirittura come distrazione dall’essenziale” (Andrea Grillo).
Questo eretico andrebbe fermato. Ma oramai siamo immersi nella confusione e nella apostasia, con piena consapevolezza dei vertici ecclesiali (che sono quindi complici e responsabili o, nella migliore delle ipotesi, pavidi spettatori silenti).
Questo tale, che insegna nella Università dei Benedettini, da anni dice, scrive ed insegna ai preti delle cose assolutamente devianti dalla verità di Cristo. Ora, da un po’ di tempo, lui (ed altri) sono diventati sfacciati: e di questa accelerazione verso l’abisso fa parte la “nuova messa” (in realtà non sarà il Sacrificio Eucaristico, questo deve essere subito chiaro, che già avremo prestissimo) preparata negli anni da liturgisti come questo tale Andrea Grillo.
Questo eretico, molto pericoloso, fra qualche giorno sarà in una diocesi italiana a “spiegare” le “novità” liturgiche. Impediamolo con la preghiera e, soprattutto, prepariamo chi assisterà al suo Corso di più giorni, che quanto egli dice non è parte della Dottrina Cattolica.
Il paradosso delle “particole tonde”: transustanziazione e intelligenza “per ritus et preces” di Andrea Grillo Munera-Rivista europea di cultura, 2 novembre 2017
Come è noto, il Concilio Vaticano II nella sua costituzione liturgica, tra le 7 indicazioni che dà per la Riforma della celebrazione eucaristica, indica la ripresa della “partecipazione più perfetta” alla eucaristia, mediante la “comunione sotto le due specie” (SC 55). Spesso si legge in modo minore questa affermazione, come se si trattasse di una semplice “raccomandazione pastorale”.
In realtà la “svolta pastorale” che il Vaticano II esige, richiede di intendere questa indicazione alla luce della “intelligenza per ritus et preces” che il n. 48 di SC stabilisce come criterio fondamentale di interpretazione della “partecipazione attiva”.
Questo orizzonte di comprensione – che elabora una nuova nozione di “azione simbolico-rituale” e una nuova prassi partecipativa – introduce non solo pratiche, ma teorie necessariamente nuove nel corpo ecclesiale, il cui impatto iniziamo solo oggi ad apprezzare anche in sede di teologia eucaristica.
Vorrei soffermarmi in questo breve testo sulle conseguenze che questo nuovo modo di pensare introduce nella classica dottrina eucaristica della “transustanziazione”. La presenza di del Signore risorto in mezzo ai suoi viene pensata in modo molto più ampio e complesso, rispetto alla grande ma limitata teoria della “presenza sostanziale sotto le specie del pane e del vino”.
a) La dottrina e il rito
Un chiarimento di fondo deve essere offerto anzitutto sulla relazione che si instaura tra una prassi rituale e la sua interpretazione teorica. Dobbiamo riconoscere, infatti, che le numerose “controversie eucaristiche” – che hanno segnato la riflessione ecclesiale – hanno prodotto effetti sulla prassi non lineari. Di fatto, allo scopo di evitare errori dottrinali, hanno non di rado introdotto indifferenze o unilateralità rituali. Possiamo identificarne solo alcuni:
– la concentrazione sulla “presenza sostanziale sotto le specie” ha distratto profondamente dalle altre forme di presenza del Signore, nella Parola, nella preghiera, nella assemblea (cfr. SC 7);
– la “presenza sostanziale sotto le specie” ha ridotto il peso della “presenza ecclesiale” del corpo di Cristo, che rimane sempre l’effetto primario della celebrazione eucaristica;
– l’attenzione alla “sostanza” ha condotto ad una pratica degli accidenti che oscilla tra indifferenza e ritualismo, rischiando di smarrire la logica simbolica delle sequenze rituali;
– la stessa celebrazione della eucaristia ha sofferto per la invadenza di una lettura intellettualistica della presenza, che ha ridotto la rilevanza di gesti, sequenze e coerenze interne alla azione rituale;
– infine, ma forse in primis, la separazione tra “sacrificio” e “comunione” – frutto del conflitto con la tradizione protestante – non ha giovato ad una comprensione unitaria del rito eucaristico e delle continuità tra sacrificio e banchetto;
Possiamo considerare soprattutto quest’ultimo punto, per cercare di illustrarlo meglio con qualche esempio.
b) I riti di comunione e la transustanziazione
Il modo con cui cerchiamo di uscire da questi imbarazzi, da almeno 50 anni, è ancora esitante e balbettante. Questo è un fatto inevitabile: lo stesso linguaggio con cui proponiamo le “nuove aperture” risente di un lessico spesso vecchio e inadeguato. Se infatti esaminiamo i “riti di comunione” delle nostre celebrazioni eucaristiche, possiamo chiaramente individuare almeno tre soglie problematiche:
– la irrilevanza della “frazione del pane”
Il rito dell’eucaristia prevede una sequenza in cui la frazione del pane produce le particole per la comunione dell’assemblea. Ancora oggi è diffusa la prassi di “nutrire l’assemblea” con la particole già consacrate, e di utilizzare comunque anche sull’altare “particole” già frazionate. La “transustanziazione” e la “centralità del tabernacolo” – insieme alla prassi di comunicare l’assemblea dopo la fine della celebrazione – hanno largamente influito su questa distorsione;
– la “forma” della comunione sub utraque
Anche il recupero di una prassi di “comunione sotto le due specie” è avvenuto, per lo più, con una bassa coscienza della “qualità” del rapporto con pane e vino. Le due “materie” non sono semplicemente “specie” di una sostanza che è contenuta comunque integralmente “sotto ciascuna delle due”! Accedere a pane e vino come corpo e sangue di Cristo non significa ricevere “una specie intinta nell’altra”, ma accedere all’unico pane spezzato e all’unico calice condiviso, come mediazione del Corpo e Sangue del Signore. Questo atto comune, con tutta la sua risonanza intima e familiare, ristruttura figliolanza e fratellanza ecclesiale, con una potenza immediata irriducibile ad altri gesti. L’interferenza della “transustanziazione” su questo recupero è assai pesante, e non per colpa della nozione in sé, ma per colpa di una recezione intellettualistica e ritualistica della tradizione, che ha trovato in questa formalizzazione teorica un formidabile alleato.
– la processione di comunione
La forma più spirituale di comunione dovrebbe essere una gioiosa processione all’altare di tutta la assemblea. Movimento, canto, ritmo sono le condizioni di questa esperienza spirituale: una comprensione della eucaristia che si concentra soltanto sulla “sostanza” rischia di considerare tutto questo o come indifferente o addirittura come distrazione dall’essenziale. Essenziale appare solo “reduplicare” il ringraziamento individuale, quasi nella indifferenza verso la azione comunitaria.
c) Paradossi dottrinali e rituali
La transustanziazione opera dunque una inevitabile riduzione della mediazione rituale della presenza del Signore, concentrando il cuore del rito soltanto sulla “formula di consacrazione sulla materia”. I campanelli che ancora oggi suonano su quella soglia sono la testimonianza dell’effetto di distorsione che la grande teoria ha operato sulla tradizione. Comprendere che il rito eucaristico sperimenta “presenza” nella intera sequenza rituale – nel raduno, nei riti di ingresso, nella liturgia della parola, nella professione di fede, nella pregare per tutti, nel presentare i doni, nella solenne anafora eucaristica, nei riti di comunione e nei riti di congedo – esige un approccio più ricco e articolato rispetto alla relazione formale tra sostanza e accidenti. Il centro della eucaristia non è una “consacrazione del pane e del vino”, ma l’ ascolto della parola e la preghiera anaforica che approdano al rito di comunione. Questa comprensione ampia della eucaristia ha bisogno di una “teoria della presenza” più ampia. Anzi, potremmo dire che la “transustanziazione” può “vedere” solo la consacrazione ed è, in un certo senso, il prodotto teorico di questo angolo visuale. Mentre una prospettiva più ampia di esperienza della presenza del Signore deve saper produrre una teoria più articolata, più ricca e più dinamica.
d) L’uso di “particole tonde”: la deriva individualistica della transustanziazione
Un esempio finale può aiutare a comprendere che cosa è in gioco in queste riflessioni. Abbiamo tutti esperienza della prassi ecclesiale cattolica, che celebra i riti di comunione utilizzando “particole” già spezzate, anzi confezionate in anticipo rispetto alla frazione del pane, e spesso già consacrate e semplicemente distribuite dal tabernacolo, al momento del rito di comunione.
Senza entrare in tutte le questioni che questa prassi propone, vorrei sollevare una riserva sulla “forma tonda” della particola. Ritengo infatti che, mentre il pane eucaristico è del tutto naturale che sia tondo – e in effetti tale è sempre l’hostia magna – non si comprende perché mai si ritenga che debba essere tonda anche la particola. Forse per imitazione “in miniatura” del pane intero. Ma bisogna riconoscere che la forma tonda della particola rischia di cancellare una esperienza elementare del rapporto tra il Signore e la sua Chiesa. Egli la incontra come quella “pienezza” che è data a ciascuno per mediazione della comunità. Ognuno riceve il corpo di Cristo non semplicemente in modo “diretto”, ma “attraverso la Chiesa”. Per questo l’unico pane, spezzato, è offerto “come frammento” ad ogni singolo, che può riconoscere il Corpo di Cristo nel Signore e nella Chiesa.
Questa verità viene oggi mediata dalle menti, ma non dai corpi. La particola deve essere un frammento, non un intero in miniatura. Il frammento può avere qualsiasi forma, ma non quella tonda, che è forma dell’intero. Invece i corpi, sulla base di un utilizzo unilaterale anche della nozione di transustanziazione, ritengono di avere contatto “intero” con il Signore, e di dovere anche “rendere grazie” da soli, senza tenere conto che tutta la eucaristia è, appunto, rendimento di grazie comunitario. Per rimediare a questa distorsione, tuttavia, non è sufficiente “confezionare particole non più tonde”! Occorre invece produrre una “teoria della presenza” che non si immunizzi dalla azione, dai linguaggi simbolici e dai processi rituali. Per arrivare a produrre i frammenti/particole mediante la frazione del pane – ossia per recuperare il senso primario di una elementare sequenza rituale, che non sappiamo neppure vedere – non abbiamo bisogno solo di rubriche più adeguate, ma di teorie teologiche più fedeli alla ricchezza della tradizione, con la moltitudine dei suoi linguaggi corporei e con la finezza delle sue sequenze rituali.
Note collegate
– Motus in fine velocior. Nel processo di unificazione di forze avverse, il moto è più veloce verso la fine della trasformazione: https://www.facebook.com/notes/vik-van-brantegem/motus-in-fine-velocior-nel-processo-di-unificazione-di-forze-avverse-il-moto-%C3%A8-p/1862849253811602/
– In fine velocior… cammino irreversibile. “Messa ecumenica”, non si perda tra Santa Cena e Santa Messa l’essenza: il Sacrificio: https://www.facebook.com/notes/vik-van-brantegem/in-fine-velocior-cammino-irreversibile-messa-ecumenica-non-si-perda-tra-santa-ce/1869294483167079/
Da Vik van Brantegem, 4 novembre 2017benedetto-xvi-eucaristia

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