FAME, CLIMA FINANZA. QUANDO ALLA FAO PARLO’ BENEDETTO

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TRATTODA VATICAN INSIDER

Anche Papa Ratzinger chiese riforme strutturali per combattere la denutrizione. E parlò dei mercati finanziari e dei cambiamenti climatici

Fame, cambiamenti climatici, guerre, fenomeno migratorio: non si tratta di emergenze (ormai cronicizzate) separate l’una dall’altra. Lo ha spiegato Francesco intervenendo lunedì 16 ottobre nella sede della FAO, a Roma, con un ampio discorso. Bergoglio ha chiesto un deciso «cambio di rotta» a livello internazionale e la capacità di affrontare questi problemi riconoscendoli come connessi uno all’altro. Il Papa si è soffermato in modo particolare sulle migrazioni, come pure ha insistito sulle cause dei confitti chiedendo il disarmo e lo stop al traffico degli armamenti.

 

Lunedì 16 novembre 2009 Benedetto XVI fece lo stesso, intervenendo alla 36° sessione della Conferenza generale della FAO. Vale la pena di rileggere quel discorso, anche per rendersi conto di quanto la figura del Papa emerito venga distorta da certi suoi interpreti che pretendono di utilizzarlo contro il successore. Anche Papa Ratzinger, che parlò nel momento clou della crisi economico-finanziaria, chiese cambiamenti strutturali, con buona pace di quegli economisti e dei lobbysti di certe think-tank anche contigue al mondo cattolico che credono dogmaticamente all’intoccabilità dell’attuale sistemaconsiderato il migliore dei mondi possibili insistendo soltanto sul peccato del singolo. Anche Papa Ratzinger parlò dei cambi climatici, con buona pace di chi li ritiene una bufala deridendo gli accordi per ridurre le emissioni inquinanti.

 

Benedetto XVI, prendendo la parola alla FAO otto anni fa, parlò della «grave crisi economico-finanziaria», ricordando le statistiche che «testimoniano la drammatica crescita del numero di chi soffre la fame», fenomeno a cui «concorrono l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, la diminuzione delle disponibilità economiche delle popolazioni più povere, il limitato accesso al mercato e al cibo». Papa Ratzinger ribadì, come ha ripetuto anche il suo successore, che «la terra può sufficientemente nutrire tutti i suoi abitanti. Infatti, sebbene in alcune regioni permangano bassi livelli di produzione agricola anche a causa di mutamenti climatici, globalmente tale produzione è sufficiente per soddisfare sia la domanda attuale, sia quella prevedibile in futuro. Questi dati indicano l’assenza di una relazione di causa-effetto tra la crescita della popolazione e la fame, e ciò è ulteriormente provato dalla deprecabile distruzione di derrate alimentari in funzione del lucro economico».

 

Il Pontefice tedesco, riecheggiando l’enciclica “Caritas in veritateˮ, disse che a mancare non sono le risorse, ma piuttosto «un assetto di istituzioni economiche in grado sia di garantire un accesso al cibo e all’acqua regolare e adeguato, sia di fronteggiare le necessità connesse con i bisogni primari e con le emergenze di vere e proprie crisi alimentari». E aggiunse che il problema va affrontato «eliminando le cause strutturali che lo provocano e promuovendo lo sviluppo agricolo dei Paesi più poveri mediante investimenti in infrastrutture rurali, in sistemi di irrigazione, in trasporti, in organizzazione dei mercati, in formazione e diffusione di tecniche agricole appropriate». Invitando soprattutto a superare «l’egoismo, che consente alla speculazione di entrare persino nei mercati dei cereali, per cui il cibo viene considerato alla stregua di tutte le altre merci».

 

«Infatti – aggiungeva lucidamente Benedetto XVI – nonostante i Paesi più poveri siano integrati nell’economia mondiale più ampiamente che in passato, l’andamento dei mercati internazionali li rende maggiormente vulnerabili». È la libertà dei mercati, per i quali si invocano sempre meno regole ma che finiscono per essere sempre più controllati da un ristrettissimo numero di persone in grado di influenzare la vita di intere popolazioni con i loro giochi di borsa su generi di prima necessità al solo fine di produrre più denaro.

 

C’è il rischio, denunciò ancora Ratzinger, che «la fame venga ritenuta come strutturale, parte integrante delle realtà socio-politiche dei Paesi più deboli, oggetto di un senso di rassegnato sconforto se non addirittura di indifferenza. Non è così, e non deve essere così! Per combattere e vincere la fame è essenziale cominciare a ridefinire i concetti ed i principi sin qui applicati nelle relazioni internazionali, così da rispondere all’interrogativo: cosa può orientare l’attenzione e la successiva condotta degli Stati verso i bisogni degli ultimi?». Bisogna dunque cambiare le regole del gioco e non far finta che non esistano «strutture di peccato» (copyright san Giovanni Paolo II, nell’enciclica “Sollicitudo rei socialisˮ) una delle quali è rappresentata dall’attuale sistema economico-finanziario.

 

In nome della giustizia, spiegò Benedetto XVI, «l’azione internazionale è chiamata non solo a favorire la crescita economica equilibrata e sostenibile e la stabilità politica, ma anche a ricercare nuovi parametri – necessariamente etici e poi giuridici ed economici – in grado di ispirare l’attività di cooperazione per costruire un rapporto paritario tra Paesi che si trovano in un differente grado di sviluppo». «Va favorito l’accesso al mercato internazionale dei prodotti provenienti dalle aree più povere, oggi spesso relegati a spazi limitati. Per conseguire tali obiettivi è necessario sottrarre le regole del commercio internazionale alla logica del profitto fine a se stesso, orientandole a favore dell’iniziativa economica dei Paesi maggiormente bisognosi di sviluppo, che, disponendo di maggiori entrate, potranno procedere verso quell’autosufficienza, che è preludio alla sicurezza alimentare». Parole inequivocabili e prontamente dimenticate, che indicano proprio la via del cambio strutturale, dell’individuazione di nuovi modelli, così insistentemente richiesta da Papa Francesco (e così osteggiata da economisti, teologi ed economisti-teologi i quali ritengono che la Chiesa non abbia titolo di parlare di questo).

 

Infine, Papa Ratzinger parlò anche dell’ambiente, uno dei (dimenticati) temi ricorrenti del suo pontificato. «I metodi di produzione alimentare impongono altresì un’attenta analisi del rapporto tra lo sviluppo e la tutela ambientale. Il desiderio di possedere e di usare in maniera eccessiva e disordinata le risorse del pianeta è la causa prima di ogni degrado dell’ambiente. La tutela ambientale si pone quindi come una sfida attuale per garantire uno sviluppo armonico, rispettoso del disegno di Dio, il Creatore, e dunque in grado di salvaguardare il pianeta. Se l’umanità intera è chiamata ad essere cosciente dei propri obblighi verso le generazioni che verranno, è anche vero che sugli Stati e sulle Organizzazioni Internazionali ricade il dovere di tutelare l’ambiente come bene collettivo». E citò anche i cambiamenti climatici, oggi molto più evidenti di otto anni fa, chiedendo di approfondire «le interazioni esistenti tra la sicurezza ambientale e il preoccupante fenomeno dei cambiamenti climatici, avendo come focus la centralità della persona umana ed in particolare delle popolazioni più vulnerabili a entrambi i fenomeni».

DI ANDREA TORNIELLI   12 /10/2017

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