FERRAGOSTO TRA CIELO E TERRA . CONTEMPLANDO L’ASSUNTA

assunta

Dal professor Pietro De Marco ricevo e pubblico questo foglio di diario estivo.

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DOPO L’OMELIA DI PAPA BENEDETTO DEL 15 AGOSTO

Tempo fa ho ricevuto, dopo una lezione, garbate critiche per aver accentuato nella “Città di Dio” agostiniana l’asse verticale che unisce la città della storia alla città degli angeli e dei beati. Ma la Città di Dio in terra, realtà sensibile e cogente come ogni società ordinata, vive del suo legame con i cieli.

Una tesi che mi è cara è che le nostre chiese, col loro corredo di immagini sacre, vanno pensate e vissute non come occasionali e polifunzionali contenitori per eventi, ma come costante epifania e notizia della Città celeste, luoghi di questo asse terra-cielo. Senza lo scambio reale e attivo tra il qui e l’Oltre, o l’Altro, tra l’umano e la Potenza, il divino, nessuna fede è pensabile né può adeguatamente pensare se stessa; nel supporre un’insondabile, vuota distanza tra sé e Dio, l’umano si immiserisce e risolve il divino in una falsa alterità.

Le religioni sono per definizione generate dall’epifania dell’Altro e la verità cristiana invera questa essenziale vicinanza del sacro all’uomo. Non sarebbero, altrimenti, figure dominanti della rivelazione la paternità, la carne e il sangue, l’amore e la tangibile manifestazione della gloria, i segni sacramentali. E la maternità di Maria. Maternità non nell’ordine della Grande Madre, ma oltre, come figura eminente di ciò cui l’Incarnazione dà vita: esodo da ogni grembo protettivo che non salva, verso la salvezza “adulta” in Cristo.

Ricchissimo il patrimonio teologico che Maria attira su di sé, concentrato nella festa dell’Assunzione. San Bernardo, che ricordiamo tutti per l’inno mariano in cui si compie la “Commedia” dantesca, predicava per l’Assunzione, genialmente: “Oggi [la liturgia è sempre l’oggi del lontano tempo-evento che viene celebrato] la nostra terra ha inviato al cielo un dono prezioso affinché, dando e ricevendo in un felice patto di amicizia, si congiungano [copulentur] le cose umane alle divine, la terra ai cieli, le infime realtà alle massime. Così un frutto sublime della terra [Maria] è asceso là da dove discendono le realtà eccellenti e i doni perfetti”.

Indicare Maria come il dono che la terra, noi diremmo l’uomo, offre al cielo perché le cose umane e le divine felicemente si uniscano nella diversità, come maschio e femmina, è dire con un’immagine sola il mistero cristiano di cui Maria è, dal lato della creatura, la primizia.

Benedetto XVI, nella recente omelia per l’Assunta, ha suggerito profondamente che, in Dio, “Maria ha un cuore così grande che tutta la creazione può entrarvi”, come mostrano, ha aggiunto, gli ex voto di ogni parte della terra. In Dio vi è, infatti, infinito spazio per l’uomo.

Ma, nel felice patto e scambio, ha proseguito il papa, “non solo in Dio c’è spazio per l’uomo; nell’uomo c’è spazio per Dio”. L’arca santa dell’antico patto, Dio tra noi, è figura di Maria; essa e ogni uomo è arca santa: perciò “aprendoci a Dio  non perdiamo niente. Al contrario: la nostra vita diventa ricca e grande”. Capace di cammino, cioè di speranza e forza. “Maria è aurora e splendore della Chiesa trionfante”. È cifra profonda, aggiungerei, della Città di Dio dei cieli e in terra. Ed è modello “a vivere bene il tempo che Dio ci offre” (sempre Benedetto XVI).

Per l’Assunta, nella sua omelia fiorentina, anche il cardinale Giuseppe Betori ha proposto una forte lettura della fede mariana della Chiesa.

Anzitutto ha richiamato, su Apocalisse 12 , la persistenza del mistero del male che insidia la Città, il popolo di Dio: i cristiani sanno che mai potranno essere esonerati dal combattimento, come realisticamente lo si chiamava un tempo, “rassicuràti però dalla indicazione dell’incapacità dei loro nemici a riportarne vittoria”.

Poi, la portata antropologica del mistero mariano. Maria nella sua assunzione non è, né diviene, l’altro, l’assolutamente diverso e distante da noi: “la salvezza cristiana non comporta un rifiuto della nostra dimensione umana per accedere a una condizione altra”. In effetti, salvezza in Cristo è reintegrazione nella verità della nostra umanità “secondo il disegno più profondo del suo essere”. Per questo, ha sostenuto Betori, ed è una costante del suo magistero, “i cristiani hanno il dovere di difendere le radici profonde delle realtà umane, quando esse sono minacciate. Ne va della loro pertinenza al mondo oltre che della loro visione di fede, perché le cose della terra stanno a cuore ad essi non meno delle cose del cielo, dal momento che da quel cielo esse hanno origine, lì sono destinate, e in quell’orizzonte vanno quindi comprese”.

Da sottolineare che questa formulazione non concede niente, anzi si oppone, all’equivoca teologia delle realtà terrene e del loro valore immanente, che ha disorientato la cultura cristiana dei decenni postconciliari. Consistenza e integrità delle “realtà umane” sono compiutamente date nell’orizzonte che unisce le cose del cielo a quelle della terra, e il mistero della creazione a quello della salvezza.

Da ciò la duplice preoccupazione e azione cristiana per gli uomini itineranti – nella congiuntura modernissima della grande distruzione della natura umana – e per il loro compimento celeste. Così la Chiesa indica in Maria, primizia escatologica già posta nella visione di Dio e tuttavia ancora rivolta agli uomini – come si chiede nello splendido “Salve regina” – il paradigma della condizione umana salvata.

tratto da  L’espresso

di Sandro Magister Agosto 2012

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