COSA HO EREDITATO DAI MIEI SANTI PADRI . PARLA FEDERICO LOMBARDI

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Agosto 7, 2017 Leone Grotti

L’ex direttore di Radio Vaticana e della Sala Stampa vaticana racconta un quarto di secolo al servizio di tre pontefici

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – In venticinque anni da direttore di Radio Vaticana (1991-2016) e dieci come direttore della Sala Stampa vaticana (2006-2016), padre Federico Lombardi ha avuto modo di conoscere da vicino san Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e papa Francesco. Non male per un gesuita piemontese laureato in matematica che ha sempre considerato la comunicazione come una responsabilità e un servizio. L’anno scorso, a 74 anni, è stato nominato presidente della Fondazione Ratzinger. Con Tempi si confronta sul tema del Meeting (“Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”), ripercorrendo i momenti più significativi della sua carriera e offrendo spunti preziosi sulle sfide attuali della Chiesa.

Padre Lombardi, partiamo dal titolo del Meeting.
La prima cosa che mi viene in mente è che io a 75 anni dovrei essere a mia volta un padre che lascia un’eredità. Con il passare degli anni ho sentito crescere sempre più intensamente questo senso della paternità, soprattutto verso quelli per cui ho avuto delle responsabilità educative, spirituali o di governo. E non sono stati pochi. È stata una dimensione grande e bella della vita. Una delle cose che mi danno maggiore consolazione è proprio sentire, con mia sorpresa, persone più giovani che mi dicono che quella parola, quel gesto, quell’atteggiamento è stato importante per loro e se lo sono portato con sé durante la vita. Quindi c’è stato qualcosa che avevano ereditato e si sono riguadagnati per possederlo. Naturalmente quello che vale per me vale per tutti. Si può essere padri davvero quando si ha qualcosa di valido da trasmettere ai figli per aiutarli a trovare il senso della loro vita.

 

E per quanto riguarda i suoi di padri?
Per mia fortuna sono stati anzitutto i miei genitori, che oltre alla vita mi hanno dato un’eredità preziosa – non materiale, perché sono un religioso – ma umana e spirituale, a cominciare dalla stessa fede vissuta. L’esempio è stato fondamentale. Quando vedo che un mio atteggiamento positivo viene apprezzato, nella maggior parte dei casi mi è facile e spontaneo scorgere che l’ho imparato dall’esempio dei miei genitori. Una cosa analoga, in misura ovviamente minore, posso dire di diversi capi scout della mia giovinezza, uomini normali che ho sempre considerato dei grandi educatori. Le esperienze fatte da giovani, che sono entrate in profondità, mettono semi che possono crescere e diventare vere testimonianze di vita. Poi ci sono le grandi figure che ho imparato a conoscere nella crescita delle fede e della vita religiosa. Abramo. Dire che Abramo è il nostro padre nella fede per me non è una parola. È una verità molto concreta: la nostra vita è un cammino nella fede, affidandoci a Dio con fiducia ma continuando a sapere che Dio è un mistero sempre immensamente più grande di quanto possiamo capire. Poi c’è Ignazio di Loyola, Matteo Ricci e il mio confessore, che ora è in paradiso.

Un tema caro al Meeting e a papa Francesco è quello dei cristiani perseguitati. Tra Siria, Egitto, Iraq, Cina, negli ultimi anni abbiamo visto casi anche eclatanti di martirio. Che cosa significano per la Chiesa?
È giustissimo ricordarsi continuamente dei cristiani perseguitati e vivere in tutti i modi possibili la solidarietà spirituale e materiale con loro. Vi sono tempi, come quelli attuali, in cui i cristiani di intere regioni soffrono persecuzioni o devono abbandonare le loro case. Ma questa è una condizione quasi permanente della Chiesa. Il martirio, anche fino a versare il sangue, accompagna tutta la storia della Chiesa. Giovanni Paolo II giustamente ci aveva incoraggiato a ricordare gli innumerevoli martiri del XX secolo. In questi anni diversi di loro vengono beatificati (guerra civile spagnola, nazismo, comunismo nelle diverse parti del mondo, terrorismo, regimi oppressivi latinoamericani) ma sono solo la punta dell’iceberg di molti e molti di più, sconosciuti da noi ma conosciuti dal Signore. E non solo cattolici: giustamente Francesco insiste sull’ecumenismo del sangue. E non solo cristiani: gli innocenti che vengono massacrati non sono forse misteriosamente uniti alla Croce di Gesù che muore per tutti? Una Chiesa in cui non ci siano martiri mancherebbe di fatto della forma più concretamente vera e visibile di unione con la Croce di Gesù. Non è pensabile. Dovremmo preoccuparci molto. Naturalmente la violenza ingiusta è sempre orribile ed esecrabile, ma se la Chiesa crede che proprio attraverso la Croce di Gesù l’amore di Dio vince la morte, come possiamo non desiderare di essere uniti a questa Croce?

Non dev’essere stato facile, da direttore della Sala Stampa vaticana, servire prima Benedetto XVI e poi papa Francesco. Due papi dagli stili comunicativi molto diversi.
Benedetto era stato teologo e professore: la ricchezza e profondità del suo pensiero trasparivano nell’ordine e nella sistematicità di tutte le sue forme espressive e anche la sua fede e spiritualità si manifestavano in modo affascinante in particolare nelle omelie liturgiche. Ma Benedetto andava “seguito” nello sviluppo del suo discorso: questo era bello, possibile e valeva certamente la pena, ma non era sempre facile. Egli era eminente nel rispondere in dialogo alle domande, soprattutto a un certo livello culturale, ma non aveva il dono di interloquire vivacemente con assemblee di popolo o di giovani molto numerose. Francesco ha un evidente carisma di “prossimità”, elimina le distanze grazie a parole e gesti concreti, semplici, diretti, molto espressivi che colpiscono e suscitano emozioni ed empatia. Il tono e il linguaggio sono genuinamente evangelici, non solo nello spirito, ma anche nella forma.

Lei ha dovuto gestire mediaticamente la rinuncia al ministero petrino di Benedetto XVI. Un compito gravoso?
Molti pensano che l’evento più difficile da comunicare sia stato quello. Io ho sempre risposto che probabilmente è stato il più notevole per la sua “novità” e che naturalmente ha richiesto un impegno grande e prolungato: un mese di situazioni inedite, fino all’elezione di Francesco, con la pressione di innumerevoli domande da ogni parte del mondo e di ogni genere. Ma ho anche detto che la mia totale condivisione delle motivazioni espresse con limpida chiarezza dal Papa e la sintonia spirituale con lui hanno reso per me quel tempo impegnativo ma sereno. La vicenda più dolorosa è stata piuttosto quella (purtroppo mai conclusa) degli abusi sessuali, perché lì c’era il confronto con il male e il peccato. Ma l’atteggiamento di Benedetto era chiaro: verità, ascolto delle vittime, giustizia, conversione, prevenzione, formazione. Un itinerario di purificazione da percorrere con costanza e umiltà, con cui mi sono identificato totalmente per quanto riguardava il mio servizio di comunicazione.

Lei ha servito tre grandi papi. Qual è l’aspetto che più l’ha colpita di ciascuno di loro?
Vedere pregare Giovanni Paolo II davanti al Santissimo in silenzio, con la testa fra le mani, totalmente assorto mentre noi eravamo ossessionati dal pensiero di andare oltre, delle altre cose da fare. Vedere con quanta gentilezza e attenzione Benedetto voleva ascoltare e capire davvero ciò che gli altri gli dicevano, anche quando a me sembravano futilità o perdite di tempo. Vedere l’amore appassionato con cui Francesco abbraccia i malati, anche quelli che molti di noi avrebbero difficoltà ad abbracciare.

Quali sono le sfide principali che deve affrontare la Chiesa oggi?
Non tocca a me dirlo, perciò riprendo diverse indicazioni dei papi, che – come ci diceva Sant’Ignazio – per grazia e per posizione nella Chiesa hanno lo sguardo più ampio sulle attese spirituali del mondo. Comprendo e condivido la preoccupazione fondamentale molte volte manifestata da Benedetto: l’oblio di Dio nel nostro tempo, con conseguenze assai più gravi di quanto i nostri contemporanei si rendano conto. Perciò richiamare la presenza di Dio. Ma, come diceva ancora Benedetto, non un Dio qualunque, ma il Dio che Gesù Cristo ci ha fatto conoscere, che è amore, misericordia. L’insistenza di Francesco sulla misericordia e i modi in cui riesce a “far passare” questo messaggio non solo con le parole ma anche con i segni e le opere sono probabilmente gli impulsi più fecondi che finora abbiamo avuto per una “nuova evangelizzazione”. Le preoccupazioni per la “casa comune” interessano tutti e sono quindi una priorità anche per la Chiesa in prospettiva ecumenica e non si possono separare fra loro: pace, riconciliazione con gli altri, con il creato, con Dio creatore. Da un punto di vista di impegno pastorale ed educativo, le tematiche scelte da papa Francesco per i Sinodi finora convocati – famiglia e giovani – mi sembrano perfettamente centrate.

Foto Ansa

 

 

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