BENEDETTO XVI: HO VOLUTO CHIAMARMI BENEDETTO XVI PER RIALLACCIARMI IDEALMENTE AL VENERATO PONTEFICE BENEDETTO XV……. Benedetto XV, cento anni fa l’appello contro “l’inutile strage”

« Ho voluto chiamarmi Benedetto XVI per riallacciarmi idealmente al venerato pontefice Benedetto XV, che ha guidato la Chiesa in un periodo travagliato a causa del primo conflitto mondiale. Fu coraggioso e autentico profeta di pace e si adoperò con strenuo coraggio dapprima per evitare il dramma della guerra e poi per limitarne le conseguenze nefaste. Sulle sue orme desidero porre il mio ministero a servizio della riconciliazione e dell’armonia tra gli uomini e i popoli, profondamente convinto che il grande bene della pace è innanzitutto dono di Dio, dono purtroppo fragile e prezioso da invocare, tutelare e costruire giorno dopo giorno con l’apporto di tutti. », così disse papa Benedetto XVI il 27 aprile 2005, durante la sua prima Udienza generale, per spiegare al mondo il motivo della sua scelta, quindi anche lui Papa della pace, vero dono di Dio.

Nel centenario della LETTERA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XV
AI CAPI DEI POPOLI BELLIGERANTI proponiamo l’articolo di Andrea Gagliarducci, uscito ieri su Aci Stampa.Benel-700x491.jpg.pagespeed.ce.PBA6wVXEm1

Il viaggio di Papa Francesco a Bologna, il prossimo 1 ottobre, sarà anche nel segno di Benedetto XV. Al Papa saranno consegnati infatti gli atti del convegno “Benedetto XV nel mondo dell’inutile strage”, che esplorava gli sforzi per la pace di Papa Dalla Chiesa. Il quale lanciò il suo appello alle forze belligeranti il 1 agosto 1917. Cento anni fa.

Benedetto XV si decise a diffondere il messaggio dopo tre anni di appelli ed esortazioni. La lettera ai Capi dei Popoli belligeranti non è solo un grido di dolore per quanto sta avvenendo, e un richiamo alla pace. Rappresenta anche la radice di quello che sarà, nel corso del secolo e fino ad oggi, l’impegno della Santa Sede sui temi della pace e del disarmo. Un impegno che era presente ai tempi dell’ “inutile strage” e che è ancora più presente oggi, in tempi che Papa Francesco definisce di “terza guerra mondiale a pezzi”.

La domanda di Benedetto XV è struggente: “Il mondo civile dovrà dunque ridursi a un campo di morte? E l’Europa, così gloriosa e fiorente, correrà, quasi travolta, da una follia universale incontro ad un vero e proprio suicidio?”

L’appello alla ragione viene seguito da precise condizioni per i belligeranti, e si può vedere sottotraccia che è quella, da sempre, la linea diplomatica della Santa Sede.

Benedetto XV chiede prima di tutto “che sottentri alla forza materiale delle armi la forza morale del diritto”, e da qui viene “un giusto accordo di tutti nella diminuzione simultanea e reciproca degli armamenti secondo norme e garanzie da stabilire, nella misura necessaria e sufficiente al mantenimento dell’ordine pubblico nei singoli Stati”. È il primo passo verso il disarmo universale, una delle grandi utopie della Dottrina Sociale della Chiesa, nella consapevolezza che un mondo senza armi è più sicuro di un mondo con le armi: se ne parlerà anche a novembre ad una conferenza sul disarmo che si terrà in Vaticano il 10 e l’11 novembre prossimi.

Benedetto XV chiede poi un istituto “dell’arbitrato con la sua alta funzione pacificatrice”. Una spinta alla mediazione, campo in cui la Santa Sede è sempre stata in prima linea: addirittura, negli scorsi anni, il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha proposto di istituire in Segreteria di Stato un ufficio per la mediazione pontificia, dedicato proprio a quel tema.

Dopo aver stabilito pace e giustizia, Benedetto XV vede in un’apertura al progresso “la vera libertà e comunanza dei mari”, che sarebbe poi l’apertura delle vie di comunicazione, cosa che lascia pensare anche ad una apertura delle frontiere, perché questo – spiega – “mentre eliminerebbe le molteplici cause del conflitto, aprirebbe a tutti nuove fonti di prosperità e progresso”. Si ritrova già qui l’idea che “il nuovo nome della pace è progresso”, declinato poi dal Beato Paolo VI nell’enciclica Populorum Progressio.

Per il pagamento delle spese di guerra, Benedetto XV chiede un “condono”, giustificata “dai benefici immensi del disarmo”.

Sono accordi – aggiungeva Benedetto XV – che non “sono possibili senza la reciproca restituzione dei territori attualmente occupati”, dall’evacuazione di Belgio e Francia da parte della Germania fino all’auspicio di un accordo tra Italia, Austria, Germania e Francia per i territori contesi, da “esaminare con spirito conciliante”, tenendo conto “del giusto e del possibile”.

Uno spirito conciliante e di “equità e giustizia” che il Papa auspicava anche per le situazioni sull’assetto dell’Armenia, degli Stati Balcanici e del Regno di Polonia. Visto con il senno di poi, i timori del Papa non erano errati: l’Armenia andava incontro al “Grande Male”, la Polonia vivrà di incertezza territoriale che porterà i tedeschi ad invadere Danzica nel 1939 e dare il via alle danze della Seconda Guerra Mondiale, gli Stati balcanici hanno vissuto una sanguinosa guerra civile e ancora i problemi etnici sembrano rimanervi sottotraccia.

La visione profetica di Benedetto XV fu sottolineata anche dal Cardinale Pietro Parolin, che – intervenendo al convegno di Bologna dello scorso anno – ricordò che “Benedetto XV è il primo Papa che non vede più ad est di Roma un impero, ma un `Medio Oriente´, con problemi insolubili e a volte sembra perfino insoluti oggi: un incubatore di grandi tragedie come quella armena, e di nostalgie avvelenate come quella che ha percorso quelle terre fino ad oggi”.

 

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