BRUTTA STORIA PER LA “CHIESA POVERA E PER I POVERI” CHE STA A CUORE A FRANCESCO.

Quei milioni che pesano sul monsignore

Giorni fa, quando abbiamo telefonato a Bamako per chiedere un’intervista a monsignor zerbo, la suora che ci ha risposto per poco non ci ha ricoperto di insulti.

«Sua eminenza è malato! Non può rispondere, lasciateci in pace!» ha gridato la suorina, evidentemente agitata. A nulla è servito cercare di rassicurarla dicendo che nell’intervista non avremmo toccato temi di cronaca. La risposta è stata sempre la stessa: «Son éminence est très malade! Très malade!».

Ora bisogna vedere se sua eccellenza Jean Zerbo, arcivescovo di Bamako nel Mali, diventerà davvero «son émincences». Pare infatti che papa Francesco abbia preso molto male la vicenda dei dodici milioni di euro che Zerbo avrebbe nascosto in alcune banche svizzere.

Il signor arcivescovo di Bamako domani sarà al concistoro voluto da Francesco? Inizialmente sembrava di no, ora sembra di sì.  Staremo a vedere.

L’inchiesta di «Le Monde» parla chiaro. Nella banca svizzera HSBC Private Bank, a Ginevra, ci sono fondi per dodici milioni di euro, suddivisi in vari conti correnti i cui codici di accesso sono proprio nelle mani di monsignor Zerbo.

La Conferenza episcopale del Mali ha risposto stizzita, parlando di «articolo tendenzioso», pensato per colpire la Chiesa maliana proprio «nel momento in cui viene onorata dalla nomina del suo primo cardinale», un’operazione che «mira a sporcare la sua immagine e a destabilizzarla».

«Dio, che vede e che sa tutto, saprà un giorno ristabilire la verità», dicono i confratelli di monsignor Zerbo, che poi precisano di aver sempre operato  «nella trasparenza totale».

D’accordo, tuttavia nessuno ha potuto contestare i dati contenuti nell’inchiesta giornalistica realizzata da David Dembélé e Aboubacar Dicko, ora sottoposti a  violente minacce anonime al telefono e via internet, tanto da essere stati costretti a ricorrere alla protezione della polizia del Mali.

Venuto a sapere della faccenda dei conti in Svizzera, il Vaticano ha subito fatto pressioni per consigliare a monsignor Zerbo di non prendere parte alla cerimonia per la consegna della porpora. Oltretutto Zerbo, al primo posto fra i cinque nuovi cardinali, avrebbe dovuto tenere il discorso di ringraziamento, aggiungendo imbarazzo a imbarazzo.

Restano le domande. Come vengono operate le scelte di vescovi e cardinali? Possibile che di una vicenda come quella che riguarda Zerbo non si sapesse nulla nei sacri palazzi?

Dopo aver negato il suo coinvolgimento, Zerbo ha cercato di difendersi sostenendo che quei conti svizzeri sarebbero il risultato di vecchie operazioni  condotte  da missionari. Una toppa più vistosa del buco, verrebbe da dire. Specie se si pensa che il Mali è uno dei paesi più poveri del mondo, con un reddito pro capite pari a circa 930 dollari, e che la Chiesa cattolica nel paese rappresenta solo il 2,4 per cento della popolazione, su un totale di 17 milioni.

Monsignor Jean Zerbo all’epoca dei fatti contestati era responsabile delle finanze della Conferenza episcopale del Mali (Cem). Coinvolti nella vicenda risultano anche  monsignor Jean-Gabriel Diarra, vescovo di San, e monsignor Cyprien Dakouo, segretario generale della Conferenza episcopale maliana dal 2004. Altri nomi che figurano nell’inchiesta sono quelli dell’industriale Gérard Achar e dell’uomo d’affari  Modibo Keita.

Prima di arrivare alla HSBC in Svizzera, i conti della Cem girano a lungo. Numerosi gli incontri tra i tre vertici della Conferenza episcopale e due banchieri.  Un responsabile ecclesiale di alto livello, rimasto anonimo, ha ammesso di essere stato al corrente dei movimenti, ma sull’origine dei dodici milioni è buio fitto. In ogni caso nel 2012 monsignor Dakouo ritiene opportuno lasciare il Mali alla chetichella.

Nell’inchiesta di «Le Monde» l’attuale responsabile finanziario della Cem, padre Noël Somboro, afferma di non avere tempo di andare a sfogliare i vecchi libri, ma si lascia sfuggire che «abbiamo conti un po’ dovunque».  Ovviamente non dichiarati al fisco del paese africano.

È il 14 maggio di quest’anno (l’annuncio della porpora attribuita a Zerbo, da parte di papa Francesco, arriverà esattamente una settimana dopo, il 21 maggio) quando i due giornalisti aspettano monsignor  Zerbo alla fine di una messa, alle sette del mattino, e lo mettono di fronte alle notizie raccolte a suo carico.

«Io un conto in Svizzera?», risponde Zerbo. «Allora sono ricco senza saperlo!». Poi però, davanti alle prove, dice che si tratta di un vecchio conto, «un sistema che abbiamo ereditato dall’Ordine dei missionari d’Africa (detti Padri Bianchi, ndr) che gestivano la Chiesa».

Ammesso che le cose siano andate come dice monsignor Zerbo, dodici milioni di euro, esentasse, sono comunque una bella sommetta.

Il Mali, la cui popolazione è per l’ottanta per cento di fede musulmana sunnita, è da anni alle prese con una crisi che lo sta mettendo in ginocchio. La guerra civile del 2012 è ufficialmente terminata tre anni dopo, ma attentati e scontri continuano a martoriare il paese, nel quale operano almeno cinque gruppi qaedisti che hanno annunciato di volersi unire nel nuovo movimento Jama’at Nusrat al-Islam wal Muslimeen. La Chiesa, con l’arcivescovo Zerbo in primo piano, ha condotto difficili mediazioni per arrivare a una riconciliazione, e certamente questo impegno ha avuto un peso quando Francesco ha deciso di attribuire a Zerbo la porpora cardinalizia.

«Conosco i giornalisti titolari dell’inchiesta – ha detto a Vatican Insider  Christelle Pire, collaboratrice di Radio Vaticana e dell’emittente radio marocchina Medi1 – e so che si tratta di professionisti seri e accurati. Lavorano da mesi all’inchiesta e credo che le loro fonti siano attendibili. Esisterebbero prove certe di tre incontri avvenuti tra i prelati maliani coinvolti dall’inchiesta e funzionari bancari. Resta da capire innanzitutto da dove vengono questi soldi: sono soldi personali? In tal caso risulterebbe un po’ strano che un vescovo possegga tanto denaro. E poi, per cosa venivano o vengono utilizzati questi soldi? Perché sono stati trasferiti in Svizzera? In ogni caso, credo sia utile che la Chiesa faccia al più presto chiarezza perché fino ad oggi non ha detto molto riguardo ai conti e, a quanto pare, nessuna delle autorità finanziarie maliane sapeva di questi presunti trasferimenti».

Brutta storia per la «Chiesa povera e per i poveri» che sta a cuore a Francesco.

Aldo Maria Valli

 

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