CHE SIGNIFICATO HA L’ASCENSIONE ? PERCHE’ RENDE FELICI ?

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Prospettive

È SALITO AL CIELO – SIEDE ALLA DESTRA DI DIO PADRE E DI NUOVO VERRÀ NELLA GLORIA

Tutti e quattro i Vangeli, come anche il rapporto di san Paolo sulla risurrezione in 1 Corinzi 15, presuppongono che il periodo delle apparizioni del Risorto sia stato limitato nel tempo. Paolo è consapevole che a lui, come ultimo, è stato concesso ancora un incontro con il Cristo risorto. Anche il senso delle apparizioni è chiaro in tutta la tradizione: si tratta, innanzitutto, di raccogliere una cerchia di discepoli che possano testimoniare che Gesù non è rimasto nel sepolcro, ma che è vivo. La loro testimonianza concreta si traduce essenzialmente in una missione: devono annunciare al mondo che Gesù è il Vivente – la Vita stessa.

Hanno il compito di tentare anzitutto ancora una volta di raccogliere Israele attorno al Gesù risorto. Anche per Paolo l’annuncio comincia sempre con la testimonianza davanti ai Giudei ai quali la salvezza è destinata in primo luogo. Ma la destinazione ultima degli inviati di Gesù è universale: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,18s). «Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (At 1,8). «Va’, dice infine il Risorto a Paolo, perché io ti manderò lontano, alle nazioni» (At 22,21). [309]

Fa parte del messaggio dei testimoni anche l’annuncio che Gesù verrà di nuovo per giudicare i vivi e i morti e per stabilire definitivamente il regno di Dio nel mondo. Una grande corrente della teologia moderna ha dichiarato questo annuncio il contenuto principale, se non addirittura l’unico nucleo del messaggio. Così si asserisce che Gesù stesso avrebbe già pensato esclusivamente in categorie escatologiche. L’«attesa immediata» del regno sarebbe stata il vero elemento specifico del suo messaggio e il primo annuncio apostolico non sarebbe stato diverso.

Se questo fosse vero – ci si interroga – come avrebbe potuto persistere la fede cristiana quando l’attesa immediata non si compì? Di fatto, una tale teoria è in contrasto con i testi come anche con la realtà del cristianesimo nascente, che sperimentò la fede quale forza operante nel presente e, insieme, quale speranza.

I discepoli hanno, certamente, parlato del ritorno di Gesù, ma soprattutto hanno testimoniato che Egli è Colui che ora vive, che è la Vita stessa in virtù della quale anche noi diventiamo viventi (cfr Gv 14,19).

Ma come si realizza questo? Dove lo troviamo? Lui, il Risorto, l’«Innalzato alla destra di Dio» (cfr At 2,33) non è forse, di conseguenza, del tutto assente? O è invece in qualche modo raggiungibile? Possiamo noi inoltrarci fino «alla destra del Padre»? Esiste, tuttavia, nell’assenza anche una reale presenza? Non viene forse a noi solo in un ultimo giorno non noto? Può venire anche oggi? [310]

Queste domande caratterizzano il Vangelo di Giovanni, e anche le Lettere di san Paolo offrono ad esse una risposta. L’essenziale di tale risposta è però tracciato anche nei racconti sull’«ascensione» con cui si conclude il Vangelo di Luca e cominciano gli Atti degli Apostoli.

Volgiamoci dunque alla conclusione del Vangelo di Luca. Lì si racconta come Gesù appare agli apostoli che, insieme ai due discepoli di Emmaus, sono radunati a Gerusalemme. Egli mangia con loro e dà alcune istruzioni. Le ultime frasi del Vangelo dicono: «Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio» (24,50-53).

Questa conclusione ci stupisce. Luca ci dice che i discepoli erano pieni di gioia dopo che il Signore si era allontanato definitivamente da loro. Noi ci aspetteremmo il contrario. Ci aspetteremmo che essi fossero rimasti sconcertati e tristi. Il mondo non era cambiato, Gesù si era definitivamente allontanato da loro. Avevano ricevuto un compito apparentemente irrealizzabile, un compito che andava al di là delle loro forze. Come potevano presentarsi davanti alla gente in Gerusalemme, in Israele, in tutto il mondo e dire: «Quel Gesù, apparentemente fallito, è invece il Salvatore di tutti noi»? Ogni addio lascia dietro di sé un dolore. Anche se Gesù era partito da Persona vivente, come poteva non renderli tristi il suo congedo defi[311]nitivo? Eppure si legge che essi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e lodavano Dio. Come possiamo noi capire tutto questo?

Ciò che in ogni caso si può dedurne è che i discepoli non si sentono abbandonati; non ritengono che Gesù si sia come dileguato in un cielo inaccessibile e lontano da loro. Evidentemente sono certi di una presenza nuova di Gesù. Sono sicuri che il Risorto (come, secondo Matteo, Egli aveva anche detto) proprio ora è presente in mezzo a loro in una maniera nuova e potente. Essi sanno che «la destra di Dio», alla quale Egli ora è «innalzato», implica un nuovo modo della sua presenza, che non si può più perdere – il modo, appunto, in cui solo Dio può esserci vicino.

La gioia dei discepoli dopo l’«ascensione» corregge la nostra immagine di tale evento. L’«ascensione» non è un andarsene in una zona lontana del cosmo, ma è la vicinanza permanente che i discepoli sperimentano in modo così forte da trarne una gioia durevole.

Così la conclusione del Vangelo di Luca ci aiuta a comprendere meglio l’inizio degli Atti degli Apostoli in cui l’«ascensione» di Gesù viene narrata esplicitamente. La dipartita di Gesù è qui preceduta da un colloquio in cui i discepoli – ancora rinchiusi nelle loro vecchie idee – domandano se non sia giunto adesso il momento di stabilire il regno di Israele.

A questa idea di un rinnovato regno davidico Gesù contrappone una promessa ed un incarico. La promessa è che essi saranno colmati della forza [312] dello Spirito Santo; l’incarico consiste nel fatto che dovranno essere i suoi testimoni fino ai confini del mondo.

Viene respinta esplicitamente la domanda circa i tempi e i momenti. L’atteggiamento dei discepoli non deve essere né di speculare sulla storia né di proiettare lo sguardo verso l’avvenire ignoto. Il cristianesimo è presenza: dono e compito; essere gratificati dalla vicinanza interiore di Dio e – in base a ciò – essere attivi nella testimonianza in favore di Gesù Cristo.

In questo contesto si pone poi l’annotazione circa la nube che lo accoglie e lo sottrae ai loro occhi.La nube ci ricorda il momento della trasfigurazione in cui una nube luminosa si posa su Gesù e sui discepoli (cfr Mt 17,5; Mc 9,7; Lc 9,34s). Ci ricorda l’ora dell’incontro tra Maria e il messaggero di Dio, Gabriele, il quale le annuncia che la potenza dell’Altissimo l’avrebbe «coperta con la sua ombra» (cfr Lc 1,35). Ci ricorda la sacra tenda di Dio nell’antica alleanza, in cui la nube è il segno della presenza di YHWH (cfr Es 40,34s) che, anche durante il pellegrinaggio nel deserto, precede Israele come nube (cfr Es 13,21s). Il discorso sulla nube è chiaramente un discorso teologico. Presenta lo scomparire di Gesù non come un viaggio verso le stelle, ma come l’entrare nel mistero di Dio. Con ciò si accenna ad un ordine di grandezza completamente diverso, ad un’altra dimensione dell’essere.

Il Nuovo Testamento – dagli Atti degli Apostoli fino alla Lettera agli Ebrei – facendo riferimento al Salmo 110,1 descrive il «luogo» in cui Gesù è an[313]dato con la nube come un sedere (o stare) alla destra di Dio. Che significa questo? Con ciò non si allude ad uno spazio cosmico lontano in cui Dio, per così dire, avrebbe eretto il suo trono e su di esso avrebbe dato un posto anche a Gesù.

Dio non si trova in uno spazio accanto ad altri spazi. Dio è Dio – Egli è il presupposto e il fondamento di ogni spazialità esistente, ma non ne fa parte. Il rapporto di Dio con tutti gli spazi è quello del Signore e del Creatore. La sua presenza non è spaziale ma, appunto, divina. «Sedere alla destra di Dio» significa una partecipazione alla sovranità propria di Dio su ogni spazio.

In una disputa con i farisei, Gesù stesso dà al Salmo 110 una nuova interpretazione che ha orientato la comprensione dei cristiani. All’idea del Messia quale nuovo Davide con un nuovo regno davidico – idea che poco fa abbiamo incontrato nei discepoli – Egli contrappone una visione più grande di Colui che deve venire: il vero Messia non è figlio di Davide, ma Signore di Davide; non siede sul trono di Davide, ma sul trono di Dio (cfr Mt 22,41-45).

Il Gesù che si congeda non va da qualche parte su un astro lontano. Egli entra nella comunione di vita e di potere con il Dio vivente, nella situazione di superiorità di Dio su ogni spazialità. Per questo non è «andato via», ma, in virtù dello stesso potere di Dio, è ora sempre presente accanto a noi e per noi.Nei discorsi di addio nel Vangelo di Giovanni, Gesù dice proprio questo ai suoi discepoli: «Vado e vengo a voi» (14,28).

Qui è meravigliosamente sintetizzata la peculiarità dell’«andare via» [314] di Gesù, che al contempo è il suo «venire», e con ciò è anche spiegato il mistero riguardante la croce, la risurrezione e l’ascensione. Il suo andarsene è proprio così un venire, un nuovo modo di vicinanza, di presenza permanente con la quale anche Giovanni connette la «gioia» di cui sopra abbiamo sentito parlare nel Vangelo di Luca.

Siccome Gesù è presso il Padre, Egli non è lontano, ma è vicino a noi. Ora non si trova più in un singolo posto del mondo come prima dell’«ascensione»; ora, nel suo potere che supera ogni spazialità, Egli è presente accanto a tutti ed invocabile da parte di tutti – attraverso tutta la storia – e in tutti i luoghi.

C’è nel Vangelo un piccolo racconto molto bello (cfr Mc 6,45-52 par.), in cui Gesù anticipa durante la sua vita terrena questo modo di vicinanza, e lo rende così più facilmente comprensibile per noi. Dopo la moltiplicazione dei pani, il Signore ordina ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull’altra riva, verso Betsàida, mentre Egli stesso licenzierà la folla. Poi Egli si ritira «sul monte» a pregare. I discepoli sono quindi soli sulla barca. C’è il vento contrario, il mare è mosso. Sono minacciati dall’impeto delle onde e della tempesta. Il Signore sembra essere lontano, in preghiera sul suo monte. Ma siccome è presso il Padre, Egli li vede. E perché li vede, viene da loro camminando sul mare, sale sulla barca con loro e rende possibile la traversata fino alla meta.

È questa un’immagine per il tempo della Chiesa – destinata proprio anche a noi. Il Signore è [315] «sul monte» del Padre. Per questo Egli ci vede. Per questo può in ogni momento salire sulla barca della nostra vita. Per questo possiamo sempre invocarlo e sempre essere sicuri che Egli ci vede e ci sente. Anche oggi la barca della Chiesa, col vento contrario della storia, naviga attraverso l’oceano agitato del tempo. Spesso si ha l’impressione che debba affondare. Ma il Signore è presente e viene nel momento opportuno. «Vado e vengo a voi» – è questa la fiducia dei cristiani, la ragione della nostra gioia.

Da un lato totalmente diverso, qualcosa di simile si rende visibile nel racconto teologicamente ed antropologicamente molto denso della prima apparizione del Risorto a Maria di Màgdala. Vorrei qui raccoglierne soltanto un particolare.

Dopo le parole dei due angeli in bianche vesti, Maria si è volta indietro e ha visto Gesù, ma non l’ha riconosciuto. Ora Egli la chiama per nome: «Maria!». Lei deve girarsi un’altra volta e adesso riconosce gioiosamente il Risorto, che qualifica «Rabbunì», il suo Maestro. Vuole toccarlo, trattenerlo, ma il Signore le dice: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre» (Gv 20,17). Questo ci sorprende. Vorremmo dire: proprio ora che le sta davanti, lei può toccarlo, trattenerlo. Quando sarà salito al Padre, ciò non sarà più possibile. Ma il Signore dice il contrario: ora non può toccarlo, trattenerlo. Il rapporto precedente col Gesù terreno non è ormai più possibile. Si tratta qui della stessa esperienza a cui Paolo allude in 2 Corinzi 5,16s: «Anche se abbiamo co[316]nosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così. Se uno è in Cristo, è una creatura nuova». Il vecchio modo dell’umano stare insieme ed incontrarsi è superato. Ora si può toccare Gesù ormai soltanto «presso il Padre». Si può toccarlo soltanto salendo. A partire dal Padre, nella comunione col Padre, Egli ci è accessibile e vicino in maniera nuova.

Questa nuova accessibilità presuppone anche una novità da parte nostra: mediante il battesimo, la nostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio; nella nostra vera esistenza siamo già «lassù», presso di Lui, alla destra del Padre (cfr Col 3,1ss). Se ci inoltriamo nell’essenza della nostra esistenza cristiana, allora tocchiamo il Risorto: lì siamo pienamente noi stessi. Il toccare Cristo e il salire sono intrinsecamente collegati. E ricordiamoci che, secondo Giovanni, il luogo dell’«elevazione» di Cristo è la sua croce e che la nostra «ascensione» che è sempre nuovamente necessaria, il nostro salire per toccarlo, deve essere un camminare insieme con il Crocifisso.

Il Cristo presso il Padre non è lontano da noi, semmai siamo noi ad essere lontani da Lui; ma la via tra Lui e noi è aperta. Non è un percorso di carattere cosmico-geografico di cui qui si tratta, ma è la «navigazione spaziale» del cuore che conduce dalla dimensione della chiusura in se stessi alla dimensione nuova dell’amore divino che abbraccia l’universo.

Ritorniamo ancora al primo capitolo degli Atti degli Apostoli. Abbiamo detto che il contenuto [317] dell’esistenza cristiana non è lo scrutare il futuro, ma, da un lato, il dono dello Spirito Santo e, dall’altro, la testimonianza universale dei discepoli in favore di Gesù crocifisso e risorto (cfr At 1,6-8). E la scomparsa di Gesù mediante la nube non significa un movimento verso un altro luogo cosmico, ma la sua assunzione nell’essere stesso di Dio e così la partecipazione al suo potere di presenza nel mondo.

Poi il testo continua. Come prima presso il sepolcro (cfr Lc 24,4), appaiono anche ora due uomini in vesti bianche e rivolgono un messaggio: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo» (At 1,11). Con ciò viene ancora una volta confermata la fede nel ritorno di Gesù, ma al tempo stesso viene sottolineato che non è compito dei discepoli guardare il cielo o conoscere i tempi e i momenti nascosti nel segreto di Dio. Il loro compito è ora di portare la testimonianza di Cristo fino ai confini della terra.

La fede nel ritorno di Cristo è il secondo pilastro della professione cristiana. Egli che si è fatto carne e ora rimane per sempre Uomo, che per sempre ha inaugurato in Dio la sfera dell’essere umano – chiama tutto il mondo ad entrare nelle braccia aperte di Dio, affinché alla fine Dio diventi tutto in tutti e il Figlio possa consegnare al Padre l’intero mondo raccolto in Lui (cfr 1 Cor 15,20-28). Questo implica la certezza nella speranza che Dio asciugherà ogni lacrima, non rimarrà niente che sia privo di senso, ogni ingiustizia sarà superata e [318] stabilita la giustizia. La vittoria dell’amore sarà l’ultima parola della storia del mondo.

Per il «tempo intermedio» ai cristiani è richiesta, come atteggiamento di fondo, la vigilanza. Questa vigilanza significa, da una parte, che l’uomo non si rinchiuda nel momento presente dandosi alle cose tangibili, ma alzi lo sguardo al di là del momentaneo e della sua urgenza. Ciò che conta è tenere libera la visione su Dio, per ricevere da Lui il criterio e la capacità di agire in modo giusto.

Vigilanza significa soprattutto apertura al bene, alla verità, a Dio, in mezzo a un mondo spesso inspiegabile e in mezzo al potere del male. Significa che l’uomo cerchi con tutte le forze e con grande sobrietà di fare la cosa giusta, non vivendo secondo i propri desideri, ma secondo l’orientamento della fede.Tutto ciò è illustrato nelle parabole escatologiche di Gesù, particolarmente in quella del servo vigilante (cfr Lc 12,42-48) e, in altro modo, in quella delle vergini stolte e delle vergini sagge (cfr Mt 25,1-13).

Ma, riguardo all’attesa del ritorno del Signore, come stanno le cose nell’esistenza cristiana? Lo aspettiamo volentieri, oppure no? Già Cipriano di Cartagine († 258) doveva esortare i suoi lettori a non tralasciare la preghiera per il ritorno di Cristo a motivo della paura di grandi catastrofi o per la paura della morte. Dovrebbe forse il mondo che sta declinando esserci più caro del Signore che tuttavia aspettiamo?

L’Apocalisse si chiude con la promessa del ritorno del Signore e con la preghiera che essa si rea[319]lizzi: «Colui che attesta queste cose dice: “Sì, vengo presto!”. Amen. Vieni, Signore Gesù!» (22,20). È la preghiera della persona innamorata, che nella città assediata è oppressa da tutte le minacce e dagli orrori della distruzione e non può che aspettare l’arrivo dell’Amato che ha il potere di rompere l’assedio e di portare la salvezza. È il grido pieno di speranza che anela la vicinanza di Gesù in una situazione di pericolo in cui solo Lui può aiutare.

Paolo pone alla fine della Prima Lettera ai Corinzi la stessa preghiera secondo la formulazione aramaica che, però, può essere divisa e quindi anche compresa in modi differenti: «Marana tha» («Vieni, Signore») o «Maran atha» («Il Signore è venuto»). In questa duplicità del modo di lettura è chiaramente visibile la peculiarità dell’attesa cristiana della venuta di Gesù. È al tempo stesso il grido: «Vieni!» e la certezza piena di gratitudine: «Egli è venuto».

Dalla Didachē (intorno all’anno 100) sappiamo che questo grido faceva parte delle preghiere liturgiche della Celebrazione eucaristica dei primi cristiani, e qui si ha anche in concreto l’unità dei due modi di lettura. I cristiani invocano la venuta definitiva di Gesù e vedono al contempo con gioia e gratitudine che Egli già ora anticipa questa sua venuta, già ora entra in mezzo a noi.

Nella preghiera cristiana per il ritorno di Gesù è sempre contenuta anche l’esperienza della presenza. Questa preghiera è mai riferita solamente al futuro. Vale, appunto, ciò che il Risorto ha detto: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Egli è adesso presso di noi, in [320] modo particolarmente denso nella presenza eucaristica. Ma, inversamente, anche l’esperienza cristiana della presenza porta in sé la tensione verso il futuro, verso la presenza definitivamente compiuta: la presenza non è completa. Essa spinge al di là di se stessa. Ci mette in cammino verso la definitività.

Mi sembra opportuno illustrare ancora mediante due espressioni diverse della teologia questa tensione intrinseca dell’attesa cristiana del ritorno – attesa che deve caratterizzare la vita e la preghiera cristiana. Il breviario romano, nella prima domenica di Avvento, propone agli oranti una catechesi di Cirillo di Gerusalemme (Cat. XV,1-3: PG 33,870-874), che comincia con le parole: «Noi annunziamo che Cristo verrà. Infatti non è unica la sua venuta, ma ve n’è una seconda… Quasi sempre nel nostro Signore Gesù Cristo ogni evento è duplice. Duplice è la generazione, una volta da Dio Padre, prima del tempo, e l’altra, la nascita umana da una vergine nella pienezza dei tempi. Due sono anche le sue discese nella storia. Una prima volta è venuto in modo oscuro e silenzioso… una seconda volta verrà nel futuro… davanti agli occhi di tutti». Questo discorso sulla duplice venuta di Cristo ha dato un’impronta alla cristianità e fa parte del nucleo dell’annuncio dell’Avvento. Esso è corretto, ma insufficiente.

Alcuni giorni dopo, il mercoledì della prima settimana di Avvento, il breviario offre un’interpretazione tratta dalle omelie di Avvento di san Bernardo di Chiaravalle, in cui viene espressa una [321] visione integrativa. Vi si legge: «Conosciamo una triplice venuta del Signore… la terza è in mezzo tra le altre [adventus medius]… Nella prima venuta egli venne nella carne e nella debolezza; in questa intermedia viene nello spirito e nella potenza; nell’ultima verrà nella gloria e nella maestà» (In Adventu Domini, serm. III,4. V,1: PL 183, 45 A. 50 C-D). Per questa sua tesi, Bernardo si riferisce a Giovanni 14,23: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui».

Si parla esplicitamente di una «venuta» del Padre e del Figlio: è l’escatologia del presente, sviluppata da Giovanni. Essa non abbandona l’attesa della venuta definitiva che cambierà il mondo, mostra però che il tempo intermedio non è vuoto: in esso, appunto, c’è l’adventus medius, la venuta intermedia di cui parla Bernardo. Questa presenza anticipatrice fa senz’altro parte dell’escatologia cristiana, dell’esistenza cristiana.

Anche se l’espressione adventus medius prima di Bernardo era ignota, il contenuto è presente fin dal principio in varie forme nell’intera tradizione cristiana. Ricordiamo ad esempio che sant’Agostino, nelle nubi sulle quali arriva il Giudice universale, vede la parola dell’annuncio: le parole del messaggio trasmesse dai testimoni sono la nube che porta Cristo nel mondo – già ora. E così il mondo viene preparato per la venuta definitiva. I modi di questa «venuta intermedia» sono molteplici: il Signore viene mediante la sua parola; viene nei sacramenti, specialmente nella santissima Eucaristia; entra nella mia vita mediante parole o avvenimenti. [322]

Esistono, però, anche modi epocali di tale venuta. L’operare delle due grandi figure – Francesco e Domenico – tra il XII e il XIII secolo è stato un modo in cui Cristo è entrato nuovamente nella storia, facendo valere in modo nuovo la sua parola e il suo amore; un modo in cui Egli ha rinnovato la Chiesa e mosso la storia verso di sé. Una cosa analoga possiamo dire delle figure dei santi del XVI secolo: Teresa d’Avila, Giovanni della Croce, Ignazio di Loyola, Francesco Saverio portano con sé nuove irruzioni del Signore nella storia confusa del loro secolo che andava alla deriva allontanandosi da Lui. Il suo mistero, la sua figura appare nuovamente – e soprattutto: la sua forza, che trasforma gli uomini e plasma la storia, si rende presente in modo nuovo.

Possiamo dunque pregare per la venuta di Gesù? Possiamo dire con sincerità: «Marana tha! – Vieni, Signore Gesù!»? Sì, lo possiamo. Non solo: lo dobbiamo! Chiediamo anticipazioni della sua presenza rinnovatrice del mondo. In momenti di tribolazione personale lo preghiamo: Vieni, Signore Gesù, e accogli la mia vita nella presenza del tuo potere benigno. Gli chiediamo di rendersi vicino a persone che amiamo o per le quali siamo preoccupati. Lo preghiamo di rendersi efficacemente presente nella sua Chiesa.

E perché non chiedere a Lui di donarci anche oggi testimoni nuovi della sua presenza nei quali Egli stesso s’avvicini a noi? E questa preghiera, che non mira immediatamente alla fine del mondo, ma è una vera preghiera per la sua venuta, porta in sé tutta l’ampiezza di quella preghiera [323] che Egli stesso ci ha insegnato: «Venga il tuo regno!» Vieni, Signore Gesù!

Ritorniamo ancora una volta alla conclusione del Vangelo di Luca. Gesù condusse i suoi vicino a Betània, ci viene detto. «Alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo» (24,50s). Gesù parte benedicendo. Benedicendo se ne va e nella benedizione Egli rimane. Le sue mani restano stese su questo mondo. Le mani benedicenti di Cristo sono come un tetto che ci protegge. Ma sono al contempo un gesto di apertura che squarcia il mondo affinché il cielo penetri in esso e possa diventarvi una presenza.

Nel gesto delle mani benedicenti si esprime il rapporto duraturo di Gesù con i suoi discepoli, con il mondo. Nell’andarsene Egli viene per sollevarci al di sopra di noi stessi ed aprire il mondo a Dio. Per questo i discepoli poterono gioire, quando da Betània tornarono a casa. Nella fede sappiamo che Gesù, benedicendo, tiene le sue mani stese su di noi. È questa la ragione permanente della gioia cristiana.

tratto da Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2011, pp. 309-324

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