BENEDETTO XVI – UN MERAVIGLIOSO INCONTRO E LA GIOIA CHE RIMANE….”Solo nel silenzio, in ciò che è appena percettibile, avviene sempre ciò che è grande” J.R.

La gioia che rimane
Si dice che il vissuto e l’intensità di un evento si misurano da quello che rimane… non tanto nella mente, ma nella memoria del “cuore”, nella vita, e il tempo è il grande amico che accompagna questa gestazione silenziosa in ciascuno di noi. È trascorso del tempo dalla visita di Benedetto XVI alla nostra fraternità, il 10 luglio scorso, e un forte senso di gratitudine dilata il sapore di quella gioia che l’incontro con lui ci ha lasciato.
Gioia che cresce e non diminuisce; gioia che porta in sé la spinta e il desiderio di comunicarsi. Queste righe nascono così, nella semplicità di una gioia che vuole essere condivisione e luogo di incontro fraterno.

Vedere papa Benedetto da vicino e stare con lui ha significato comprendere come nel Vangelo “grandezza” e “piccolezza” vadano insieme. A distanza di tempo, lasciando emergere e “riascoltando” dentro quanto vissuto, ci rendiamo conto che l’incontro con lui ha ridestato in noi il sapore di un’esperienza viva di Dio, qualcosa di conosciuto eppure di sorprendentemente nuovo… ed è molto, ma molto più di quanto ora si possa esprimere a parole.

La sapienza della Croce
Entrando nel vivo della Parola proclamata nei vespri (1Cor 2, 7-10), papa Benedetto ci parlava di “una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta e che nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscere”. Una “sapienza” sconosciuta che porta in sé il gusto di “quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo”, perché rivelate da Dio “a coloro che lo amano”. È la sapienza della Croce: «La realtà, umanamente parlando, apparentemente più assurda, più irrazionale – diceva – è la vera sapienza!».

Partendo dalla concezione di “sapienza” cara al mondo greco, per il quale l’annuncio della croce era il grande scandalo che non risolveva il “problema del male” nel mondo, Benedetto approdava ai nostri giorni, dove al concetto di sapienza si è sostituito quello di “scienza”, proprio della modernità. Anche oggi, come allora, il cristianesimo appare come qualcosa di assurdo, inconciliabile con la realtà delle cose, mentre la scienza «sembra sempre più penetrare nel fondo delle realtà anche più nascoste». Eppure, insisteva papa Benedetto, «sappiamo quasi tutto, ma l’enigma della nostra esistenza rimane più oscuro: come vivere? Perché vivere? Che cosa siamo…? Come rispondere alla vita e alla morte? Con il progresso della scienza non si risolve questo problema fondamentale».

Quell’enigma che al sapere umano risulta indecifrabile non ha che un senso, una svolta: «Il Cristo crocifisso è la risposta! Il Dio che si abbassa fino a noi, che accompagna fino alla morte; il Dio che è amore fino al punto di darsi per noi alla croce. L’abisso più grande, alla fine, è l’abisso dell’amore di Dio e questa è la risposta che ci dà la vita».

Solo l’amore ci dona la capacità di vedere, attraverso la croce, «che il Dio che ci ama fino al fondo della morte, fino a questo punto del più intimo, è la cosa grande che nessuno poteva “cogitare”, nessun potente del mondo. L’amore è la verità e la verità è l’amore. Io sono voluto, io sono amato di un amore indistruttibile. Il fondo della realtà è proprio l’amore, che è la verità, e la verità è l’amore: è più forte di tutti i “pensieri” del mondo. Così possiamo lasciarci cadere in questo abisso dell’amore di Dio, con il Dio che è più forte di ogni male».

È vero che «il mondo ti vuol far dubitare sempre di essere un uomo», diceva ancora papa Benedetto, ma è ancor più vero che «la verità è più forte di tutte le menzogne, l’amore è più forte di tutto l’odio! Questa è la certezza nella quale viviamo… Siamo portati dall’amore di Dio!».
E concludeva con una preghiera, chiedendo al Signore di farci comprendere la grandezza di questo amore in quella gioia che sopravviene nelle sofferenze e nei momenti di difficoltà, perché la luce di Cristo splenda in noi e nella nostra vita quale testimonianza visibile della gloria di Dio, e il mondo possa credere: «Sì, Dio c’è! Dio mi ama! Questa è la vera sapienza».

Con l’umiltà dei santi
È stato bello, dopo la liturgia dei vespri, intrattenerci ancora con papa Benedetto e lasciarci sorprendere dalla familiarità con cui stava con noi. La prima cosa che ci ha detto? Il suo grazie… ci ha espresso la gratitudine per averlo accolto: «Avete fatto tante cose per me […] Non ho parole. Grazie per questa comune celebrazione… Sono felice di pregare insieme, di essere insieme con il Signore ed essere così con voi. Penso sempre a voi, pregate per me». Sempre, ogni volta che abbiamo il dono di incontrarlo, ci colpisce questo forte senso di gratitudine che lo caratterizza. Papa Benedetto percepisce se stesso come uno a cui nulla è dovuto e si stupisce di essere tanto amato, di ricevere “immeritatamente” amore da Dio e dagli uomini: «Non posso capire perché il Signore mi fa tanto bene… ma sono grato al Signore!».

Guardando la sua semplicità cristallina e ascoltando col cuore non solo la sua parola, ma anche quanto traspariva dalla sua persona, non ci sembra di esagerare se diciamo che abbiamo avuto la viva percezione di stare davanti a un uomo di Dio, un umile, reso davvero tale dalla grazia di Dio.

Incontrandolo così da vicino e standogli accanto, ci è sembrato di cogliere meglio il senso più semplice del suo “scomparire” che, oltre ad assumere un valore singolare nella sua vita, rispetto al suo pontificato, è il riflesso più autentico della vita dei santi: di coloro che, “nascosti con Cristo in Dio”,
sono da Lui chiamati a far parte delle “gloriose schiere di quelli che obbediscono”. E papa Benedetto è veramente un uomo nascosto. Un mite, che si è lasciato fare da Dio al punto da non conservare una vita propria, per essere totalmente conforme alla sua Volontà.

Il profumo della preghiera
Gli abbiamo chiesto ancora una parola per noi in questo anno dedicato alla vita consacrata. «Vedendovi – ci ha detto –, penso sempre a come santa Chiara, vedendo san Francesco, ha capito che essere col Signore è la vera vita, anche se difficile. Ha lasciato tutto e, mentre san Francesco poteva evangelizzare – la sua missione è stata anche di unificare il popolo di Dio nella semplicità e nella fede –, lei è rimasta nascosta nel silenzio della clausura e proprio questo è la fonte di vita per il mondo […] È un servizio per la Chiesa universale, per tutta la Chiesa: stare insieme al Signore, per il Signore, e così tenere viva la presenza della contemplazione, la fede in Dio, con il centro… la centralità di Dio. È molto importante che ci siano persone che annunciano che “essenziale” è Dio. E poi testimoniare questa unione col Signore, con tutte le debolezze umane, le difficoltà… ma proprio così».

Poi ha sviluppato un pensiero molto bello sulla gratuità dell’amore, dell’essere per il Signore, traendo spunto da un’idea della santa di Lisieux. «Penso spesso a santa Teresa di Lisieux, che una volta ha detto: “Giuda disse: Ma che cosa fate con questo olio? Si poteva prendere i soldi per i poveri! E anche oggi dicono: Ma che cosa volete fare? Abbiamo tanto bisogno di attività, evangelizzatori, tante attività… Che cosa fate voi?”. E dice: No, il Signore ha detto: proprio questo è importante… essere semplicemente, dare semplicemente “tutto” come questa donna; dare l’olio della sua vita per il Signore, perché la casa sia un po’ purificata da questo odore della preghiera. Abbiamo bisogno anche di questo profumo, abbiamo bisogno anche di questa donazione coraggiosa e generosa al Signore […]. Il Signore vuole proprio questo: che prima di tutto l’aria sia purificata, pulita».

Ci sembrano così limpide queste parole e ci colpisce molto l’intuizione di una vita evangelica come risposta al male presente nel mondo; una risposta che porta in sé la potenza silenziosa di un gesto a tal punto gratuito, da avere in sé la forza di purificare “l’aria ” dalla menzogna di morte.

Ciascuna di noi ha potuto esprimergli personalmente la propria gratitudine, attraverso un gesto, una parola o anche solo uno sguardo carico di affetto, che lui ha accolto e ricambiato. Quegli occhi semplici e pieni di pace trasmettevano qualcosa, lasciavano trasparire la presenza di Dio che ti ama.

A distanza di tempo ci chiediamo: che cosa è rimasto? Rimane la gioia, la percezione silenziosa di un “qualcosa” di presente, anche se invisibile,
che ci lancia oltre…

Queste semplici parole vogliono essere anche espressione del nostro grazie al “Padre delle misericordie”, da cui proviene ogni dono. È bello poter condividere un dono così grande come quello che abbiamo ricevuto perché, nel mistero di quella comunione che ci fa fratelli e sorelle, siamo certe che la gioia di uno è gioia di tutti. Chiediamo insieme al nostro Donatore di poter permeare di questa gioia la continua ricerca del Volto di Dio, giorno per giorno, per comprendere profondamente che
“solo nel silenzio, in ciò che è appena percettibile, avviene sempre ciò che è grande” (J. Ratzinger).

Monastero di Albano, luglio 2015

monache di albano luglio 15

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