UNA GRANDE LEZIONE DI TEOLOGIA

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Il pontificato di Benedetto XVI, fede, ricerca e fatica alla scoperta del volto di Dio

A pochi giorni di distanza dal clamoroso annuncio fatto da Benedetto XVI, di voler rinunciare all’esercizio del suo mandato di Vescovo di Roma e di successore di Pietro, sono state proposte diverse e interessanti interpretazioni di un gesto che indiscutibilmente ha una portata storica.

A me piace evidenziarne uno in particolare: esso costituisce un evidente esempio di quella che nell’Enciclica Novo millennio ineunte (2001) viene chiamata la teologia vissuta dei Santi, ossia quella forma di riflessione su Dio, su Cristo, sulla Parola e sul patrimonio della fede che non viene elaborata nelle aule di una Facoltà teologica, ma nella ‘carne viva’, nell’esperienza concreta, nel quotidiano dell’esistenza dei membri della comunità ecclesiale. In particolare, mi sembra di cogliere nella decisione, senz’altro ponderata, pensata e sofferta di Papa Ratzinger, tre elementi concreti di grande spessore teologico.

Anzitutto il richiamo alla serietà dell’incarnazione, che il cristianesimo proclama fin dalla sua nascita: il Figlio, il Verbo di Dio è diventato veramente e non in apparenza carne. Ciò sta a dire che l’incontro con Dio, la fede in Lui e la disponibilità a lasciarsi coinvolgere nel Suo progetto di bene a favore di tutti se, da una parte, è impensabile ed impossibile senza l’iniziativa di Dio e senza che Egli dia a quanti chiama la grazia e gli aiuti necessari allo svolgimento di questo affascinante e straordinario impegno; dall’altra parte, comporta che il disegno della salvezza non si realizzi senza il concorso e la cooperazione dell’uomo. Tommaso d’Aquino insegna che “la grazia suppone la natura e la perfeziona”: la suppone, non la sostituisce; la chiama in causa, non la ignora; la valorizza, non la schiaccia. Il Dio cristiano è rispettoso dell’umano, delle sue leggi, dei suoi limiti e delle sue capacità; se certamente consente a chi riconosce la sua Signoria amorevole di realizzare progetti e raggiungere fini che vanno al di là delle miserie e dei limiti umani, non per questo giustifica l’ingenuo fideismo di chi pensasse che essere credenti significa rinunciare all’esercizio della responsabilità, sotto qualunque profilo.

Ovviamente, la consapevolezza dell’importanza dell’umano non significa dimenticare che le vie di Dio sono spesso ‘alternative’, paradossali, spiazzanti rispetto a quelle previste dalla nostra intelligenza; né significa dimenticare che, se vuole, Dio può realizzare ‘grandi cose’ anche con ‘strumenti umani’ semplici; né costituisce un invito a “scendere” dalla croce e rinunciare a contribuire alla salvezza attraverso la misteriosa via dell’impotenza espressa dal Crocifisso, così come fece Giovanni Paolo II.

La complessità e la novità delle questioni da affrontare, da parte della Chiesa di oggi, hanno portato Benedetto XVI a “salire” sulla croce umile del farsi da parte, del lasciare ad altri il gravoso impegno di condurre la ‘barca di Pietro’. Non è chi non veda, in questo gesto, la carica profetica che esso possiede, non solo per la Chiesa cattolica, ma anche per altre istituzioni.

Oltre ad essere un profetico rinvio alla serietà dell’Incarnazione, la scelta di Benedetto XVI richiama con estrema chiarezza la Risurrezione di Cristo, che costituisce per i credenti in Lui la certezza che il Nazareno è l’autentico Signore della storia e il fondamento incrollabile della comunità ecclesiale. Il gesto di Papa Ratzinger è, a suo modo, proclamazione di fede e fiducia verso la potenza del Risorto, che guida la sua Chiesa e la storia, nella forza dello Spirito Santo, verso una mèta luminosa, nonostante le terribili crisi da cui è attraversata. È gesto di speranza nell’avvento di un domani di bene nel quale il “piccolo gregge”, che è la Chiesa, continuerà a esercitare una presenza importante, nonostante il mondo contemporaneo e tanti suoi ‘sapienti’ sembrerebbero aver decretato la fine del cristianesimo. È un atto di carità verso il Signore e verso i fratelli: solo su questa base può fondarsi il coraggio di una scelta che non poteva non suscitare echi e, forse, qualche disorientamento.

Infine, vedo nel gesto di Benedetto XVI, un chiaro invito a vivere l’esperienza di appartenenza alla comunità ecclesiale e in particolare i diversi ministeri (anzitutto quello petrino) in termini di autentico servizio e non di aperto o velato esercizio di potere. Servire veramente i fratelli, credenti oppure no; servire la comunità ecclesiale e quella umana; servire la causa dell’unità dei credenti; servire un’umanità che intraprende vie nuove, simultaneamente affascinanti e pericolose; servire un mondo nel quale ancora trionfa la violenza dei forti; servire i tanti popoli bisognosi dei più elementari beni; servire un pianeta martoriato dalla crisi ambientale. Ecco i compiti che si profilano per la Chiesa del XXI secolo che voglia essere fedele al suo Signore, che si fece volontariamente servo, ‘fino alla morte e alla morte di croce’.
Dal 28 febbraio 2013, il servire la Chiesa, il mondo, la storia, da parte di Joseph Ratzinger assumerà una forma differente, rispetto a quella degli ultimi anni. Dopo quelle scritte durante la sua vita come teologo, come Pastore, come Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, come Sommo Pontefice, certamente egli scriverà pagine nuove e luminose, che iniziano con il gesto umile e coraggioso della rinuncia all’esercizio del ministero petrino. Umiltà e coraggio: sono due delle doti caratteristiche di un buon teologo. Anche sotto questo profilo, Benedetto XVI ha mostrato di esserlo.
* Pontificia Università San Tommaso (Angelicum)

GIUSEPPE MARCO SALVATI O.P

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