UN INSEGNAMENTO RIGOROSO E DECISO PERVASO DI GIOIA

18077428_1454702707920923_2002559211559370840_o

Quando, il 19 aprile 2005, il cardinale Joseph Ratzinger è chiamato alla cattedra di Pietro, ha dietro di sé un’opera teologica imponente, certamente una delle più ampie e significative del nostro tempo.
Senza dubbio quest’opera rappresenta una preparazione idonea, disposta dalla Provvidenza, alla successione di Giovanni Paolo II, un Papa di una statura umana e spirituale eccezionale. In questa successione, tutti abbiamo percepito che stavamo vivendo un momento favorevole, un kairós nella vita della Chiesa di Cristo.
Il compleanno di Benedetto XVI ci offre l’opportunità di meditare sul significato di questo kairós e così di ascoltare ciò che lo Spirito dice alla Chiesa.
Benedetto XVI stesso, considerando la testimonianza di Giovanni Paolo II, afferma che il suo predecessore ci lascia «una Chiesa più coraggiosa, più libera, più giovane. Una Chiesa che, secondo il suo insegnamento ed esempio, guarda con serenità al passato e non ha paura del futuro» (Messaggio del 20 aprile 2005). Il tema si ritrova sviluppato nella liturgia del 24 aprile successivo.
La Chiesa è giovane. È coraggiosa. Guarda il futuro con speranza. Così possiamo tradurre il clima spirituale, la tonalità delle straordinarie giornate dell’inizio del pontificato.
La presenza tutelare di Giovanni Paolo II era per così dire palpabile, e forte era la coscienza di uno slancio rinnovato della Chiesa sulle vie della storia.
Il presente numero di 30Giorni – numero di filiale omaggio – offre un’analisi di diversi aspetti di un insegnamento già molto ricco e delle iniziative che l’accompagnano. Al centro di tutto c’è naturalmente l’illuminante lettera enciclica Deus caritas est del 25 dicembre 2005.
In queste poche pagine mi sono concentrato su alcuni dei primissimi interventi del nuovo Papa, cercando quali potrebbero essere l’ispirazione e lo stile del pontificato. Io so che così affronto un rischio. Ma riflettere sugli inizi è sempre cosa proficua.
L’omelia del cardinale Ratzinger il 18 aprile, nella messa pro eligendo Romano Pontifice ha avuto una grande risonanza. Inizia con una professione di fede che è anche fondamento di speranza.
Gesù Cristo, che è la Divina Misericordia in persona, per la sua Croce è vincitore del male.
L’opinione pubblica ha tenuto a mente la forte denuncia della “dittatura del relativismo” senza prestare la dovuta attenzione alla risposta opposta a questa rovinosa ideologia: l’amicizia con Cristo, Figlio di Dio e vero Uomo, misura del vero umanesimo. Tale amicizia è espressione di una fede adulta.
L’omelia si conclude con una meditazione di tonalità quasi lirica, ispirata dal Vangelo (Gv 15, 9-17) sulla meraviglia di questa amicizia divina. Il Signore ci ha fatto dono di sé fino alla morte sulla croce e rimane con noi, sacramentalmente presente nel mistero dell’Eucaristia. La terza domanda del Pater noster esprime la nostra risposta a questo dono: sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra.
Il Signore ha scelto i suoi discepoli affinché portino un frutto che rimanga. In vista della vita dell’anima da seminare, ci ha fatto dono dei ministeri. Che Dio ci dia un pastore secondo il suo cuore che ci guidi alla conoscenza di Cristo, al suo amore, alla vera gioia: questa triplice preghiera da parte di chi non sapeva di diventare il futuro pontefice sembra enunciare un programma. Il tema della vera gioia che scaturisce dalla conoscenza dell’amore di Cristo ricorrerà spesso nell’insegnamento di Benedetto XVI.
Il primo messaggio del nuovo Papa è soprattutto una preghiera di fede, dove il ministero petrino è contemplato nel mistero stesso della Chiesa. Nell’anima del Pontefice convivono due sentimenti contrastanti: il senso di inadeguatezza e di umano turbamento per la responsabilità a lui affidata ma anche una viva e profonda gratitudine a Dio, che «non abbandona il suo gregge, ma lo conduce attraverso i tempi, sotto la guida di coloro che Egli stesso ha eletto vicari del suo Figlio e ha costituito pastori» (cfr. Prefazio I degli Apostoli).

Benedetto XVI saluta la folla al termine della santa messa di inizio del suo ministero, il 24 aprile 2005

Si capisce perché Benedetto XVI può affermare che in lui prevale questo sentimento: solo uno sguardo di fede sulla sua vocazione di successore di Pietro spiega un coraggio così audace. Infatti, con parole di vibrante emozione, il nuovo Pontefice evoca la professione di fede di Pietro a Cesarea di Filippo, vivendola quasi in prima persona. La sua è un’adesione totale e fiduciosa, perché sa che è il Signore che lo ha voluto suo Vicario, “pietra” «su cui tutti possano poggiare con sicurezza». Prosegue con una supplica: «Chiedo a Lui di supplire alla povertà delle mie forze, perché sia coraggioso e fedele Pastore del suo gregge sempre docile alle ispirazioni del suo Spirito».
L’intero messaggio è come illuminato dalla memoria di Giovanni Paolo II: si accoglie il suo esempio, si sente la sua presenza tutelare, si afferma la volontà di continuità, specialmente nell’attuazione del Concilio Vaticano II.
Altro punto saliente del messaggio inaugurale: Benedetto XVI attira l’attenzione sul significato spirituale del fatto che il suo pontificato inizia nell’Anno dell’Eucaristia voluto dal suo predecessore. L’Eucaristia è fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa, dove tutto scaturisce dalla comunione col Risorto, presente nel sacramento del Suo corpo e del Suo sangue: la comunione fraterna, l’impegno per l’annuncio e la testimonianza del Vangelo, l’ardore della carità verso tutti, specialmente i poveri e i piccoli.
Il Papa inoltre annuncia avvenimenti significativi, che avranno nell’Eucaristia il loro centro: il Congresso eucaristico di Bari, la Giornata mondiale della gioventù a Colonia in agosto, il sinodo dei vescovi in ottobre.
A tutti il Pontefice chiede di intensificare l’amore e la devozione a Gesù Eucaristia e di «esprimere in modo coraggioso e chiaro la fede nella presenza reale del Signore, soprattutto mediante la solennità e la correttezza delle celebrazioni». Con affetto, Benedetto XVI lo chiede specialmente ai sacerdoti, ricordando la lettera del Giovedì Santo indirizzata a loro dal suo predecessore. L’esistenza sacerdotale deve avere a titolo speciale una “forma eucaristica”. «A tale scopo, contribuisce innanzitutto la devota celebrazione quotidiana della santa messa, centro della vita e della missione di ogni sacerdote».
Sostenuti dall’Eucaristia i cattolici debbono tendere alla piena e visibile unità ardentemente auspicata dal Signore al Cenacolo.
Il vigore e la chiarezza delle parole sull’impegno ecumenico hanno molto colpito. Il successore di Pietro si lascia interpellare per la causa dell’unità dei cristiani.
In modo analogo, non risparmierà i suoi sforzi a favore del dialogo con le diverse civiltà e con i seguaci delle altre religioni.
Così, fin dal primo messaggio, si è delineato l’orientamento del pontificato. Tutti sono chiamati a incontrare Cristo, il Figlio del Padre. Nella comunione con Lui è la vera gioia e si scopre il senso della Chiesa e dell’Eucaristia, misteri di fede. Il successore di Pietro s’impegna personalmente all’annuncio «di quell’unico Vangelo di salvezza». Lo ribadirà il 22 aprile ai cardinali. Nonostante la sua umana fragilità Dio gli ha «affidato il compito di reggere e guidare la Chiesa, perché sia nel mondo sacramento di unità per l’intero genere umano. Ne siamo certi, è l’eterno Pastore a condurre con la forza del suo Spirito il suo gregge, ad esso assicurando, in ogni tempo, Pastori da Lui scelti».
L’omelia della solenne concelebrazione eucaristica per l’assunzione del ministero petrino, il 24 aprile, colpisce per la sua bellezza. È un testo da meditare. Forma e contenuto si corrispondono così perfettamente che ogni tentativo per riassumerlo rischia di divenire tradimento.
L’omelia stessa si fonde col movimento liturgico. Le litanie dei santi ci portano così al ricordo dell’esperienza vissuta nei giorni della malattia e della morte di Giovanni Paolo II, e alla contemplazione della Chiesa del cielo, la quale sostiene il nuovo Pontefice. In queste giornate indimenticabili abbiamo sperimentato la gioia che il Risorto ci ha promesso: la Chiesa è viva, la Chiesa è giovane, «essa porta in sé il futuro del mondo e perciò mostra anche a ciascuno di noi la via verso il futuro».
«Come un’onda che si espande», il pensiero del Papa si diffonde al mondo intero. L’immagine ci riporta alla grande enciclica di Paolo VI Ecclesiam Suam.
Il messaggio del 20 aprile traccia già le grandi linee di un programma di governo, sottolineando alcuni compiti prioritari. Ma non dice ancora l’essenziale. Infatti il Pontefice prosegue: «Il mio vero programma di governo è quello di non fare la mia volontà, di non perseguire le mie idee, ma di mettermi in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare da Lui, cosicché sia Egli stesso a guidare la Chiesa in questa ora della nostra storia».
Due segni liturgici rappresentano l’assunzione del ministero petrino: il pallio e la consegna dell’anello del pescatore. L’omelia ne sviluppa la ricchezza simbolica.
Il primo evoca la figura del Buon Pastore. Il servo dei servi di Dio, qual è il vescovo di Roma, prende sulle sue spalle il giogo di Dio, cioè la volontà di Dio, – giogo che non opprime, ma libera, purifica ed è fonte di gioia. Si deve leggere l’intero commento. Rilevo queste forti affermazioni: «Il Dio, che è divenuto agnello, ci dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori. Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall’impazienza degli uomini».
Il segno dell’anello ricorda la chiamata di Pietro a essere pescatore di uomini (cfr. Lc 5, 1-11). «Non vi è niente di più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l’amicizia con Lui. Il compito del pastore, del pescatore di uomini può spesso apparire faticoso. Ma è bello e grande, perché in definitiva è un servizio alla gioia, alla gioia di Dio che vuol fare il suo ingresso nel mondo». Da ambedue le immagini «emerge in modo esplicito la chiamata all’unità».
In conclusione, Benedetto XVI invita la nostra memoria a ritornare al 22 ottobre 1978 in piazza San Pietro, quando ebbe inizio il ministero di Giovanni Paolo II, e a lasciare risuonare in noi le sue parole: «Non abbiate paura, aprite, anzi spalancate, le porte a Cristo».
Sicuramente, il nuovo pontificato sarà sostenuto da un grande soffio missionario.

Benedetto XVI, in occasione della memoria della Beata Maria Vergine di Lourdes, incensa la statua della Madonna nella Basilica Vaticana, l’11 febbraio 2007

Fin dall’inizio si delinea nettamente una preoccupazione pastorale e missionaria prioritaria: vivere del cuore della fede e della vocazione alla quale tutti sono chiamati, ma prima di tutto i figli della Chiesa: l’amicizia con Cristo, l’amore della Chiesa che è la Sua Chiesa e l’amore del grande dono dell’Eucaristia. L’enciclica Deus caritas est ci condurrà alla fonte del mistero che è la divina agápe.
In questa prospettiva, è necessario sottolineare l’importanza del discorso alla Curia del 22 dicembre.
La Chiesa, mistero di fede, è infatti il cuore dell’insegnamento del Concilio Vaticano II. Benedetto XVI, interrogandosi sulla sua recezione, mette in evidenza un conflitto di ermeneutiche; l’ermeneutica della discontinuità e della rottura e l’ermeneutica, la sola corretta, della riforma nella continuità. La crescita della Chiesa nella storia deve essere interpretata in questo senso. L’esempio della libertà religiosa evidenzia come forme concrete, dipendenti dalla situazione storica, possono essere sottoposte a mutamenti. Affermazioni di fondo rimangono valide mentre possono cambiare le forme della loro applicazione secondo il contesto. Le condanne di Pio IX si basavano sulla pretesa di fondare la libertà religiosa sul relativismo, mentre il Concilio Vaticano II afferma, in relazione alla natura dello Stato moderno e, ancora di più, seguendo le esigenze della verità stessa, il principio della libertà di religione, in sintonia con l’insegnamento di Gesù stesso e la testimonianza dei primi martiri.
Ho cercato di riassumere un’argomentazione ampiamente sviluppata dal Santo Padre, che fa di questo discorso uno dei documenti maggiori del suo insegnamento.
Un’ultima osservazione, non affatto marginale: ricorre spesso nelle parole di Benedetto XVI l’evocazione della gioia. È quasi la tonalità di fondo di un insegnamento per altro rigoroso e deciso.

30 giorni nella chiesa e nel mondo

del cardinale Georges Cottier op

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...