BENEDETTO XVI, UN UOMO DI DIO E UN TEOLOGO ECCEZIONALE, UN TESTIMONE DEL SIGNORE CHE SA COMUNICARE LA VERITA’, UN PAPA CHE SI DISTINGUE PER LA SUA UMILTA’ E DOLCEZZA…IN SINTESI UN VERO PADRE DELLA CHIESA DELL’ETA’ CONTEMPORANEA

In questa intervista, raccolta da Wlodzimierz Redzioch, parla padre Hermann Geissler, austriaco, che dal 1993 dirige il Centro internazionale degli amici di Newman a Roma e lavora presso la Congregazione per la Dottrina della Fede. Nel 2009 Benedetto XVI l’ha nominato Capo dell’Ufficio dottrinale della Congregazione. Ha passato a fianco al card. Ratzinger e poi Benedetto XVI vent’anni, e allora è una delle persone più qualificate per parlare di lui in occasione del suo 90° compleanno.

Il sacerdote di aspetto giovanile che mi riceve nella Palazzo di Sant’Uffizio è un austriaco e appartiene alla Famiglia spirituale “L’Opera”, una nuova famiglia di vita consacrata, fondata da Julia Verhaeghe, belga (1910-1997) e riconosciuta da Giovanni Paolo II nel 2001. Dopo gli studi di teologia, ha fatto il dottorato con una tesi sul tema “Coscienza e verità in John Henry card. Newman”.

Nel 1991 è stato ordinato sacerdote e ha cominciato il servizio pastorale in una parrocchia in Austria per due anni. Dal 1993 dirige il Centro internazionale degli amici di Newman a Roma e lavora presso la Congregazione per la Dottrina della Fede. Nel 2009 Benedetto XVI l’ha nominato Capo dell’Ufficio dottrinale della Congregazione. E’ passato a fianco al card. Ratzinger e poi Benedetto XVI vent’anni allora è una delle persone più qualificate per parlare di lui in occasione del suo 90° compleanno.

Quando per la prima volta ha letto un testo del Cardinale Joseph Ratzinger?

Nel 1983 ho iniziato gli studi di teologia a Heiligenkreuz. Era un tempo di non poche tensioni all’interno della Chiesa in Austria. Per un giovane seminarista fu difficile trovare la via giusta. Ho quindi letto, con vero entusiasmo e grande profitto, il Rapporto sulla Fede del card. Ratzinger, uscito nel 1984. Ricordo di essere stato toccato dal suo amore per la verità, dalla sua capacità di rispondere alle sfide del tempo, dalla sua franchezza di parlare della fede.

Come è successo che è diventato uno dei suoi collaboratori nella Congregazione per la Dottrina della Fede?

Non so chi mi aveva proposto. Ricordo solo che attorno alla Pasqua del 1993 il mio superiore mi ha chiesto di venire a Roma. Mi disse poi che il card. Ratzinger aveva chiesto la mia collaborazione. Fu meravigliato perché avevo solo 27 anni e non mi sentivo all’altezza di un tale compito. Ma poiché il servizio alla sana dottrina appartiene al Carisma della mia Famiglia spirituale “L’Opera”, ho subito dato il mio assenso. Poco dopo ho avuto un primo incontro con il card. Ratzinger, nel quale mi disse: P. Geissler, se lei comincia a lavorare presso la Congregazione per la Dottrina della Fede, non deve dimenticare di rimanere umile e semplice.

Lei, dal 1993 al 2005, lavorava a fianco del card. Ratzinger. Giovanni Paolo II nutriva una grande stima per il suo Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, che chiamava “una delle colonne del mio pontificato”. Quale ruolo ha svolto il card. Ratzinger nel pontificato di Giovanni Paolo II?

In mezzo ai grandi sconvolgimenti culturali e sociali del XX secolo e nelle controversie del tempo postconciliare, Giovanni Paolo II sapeva che occorreva offrire una ferma guida alla barca della Chiesa. In questo compito fondamentale poteva contare sul sostegno del card. Ratzinger. Giovanni Paolo II era convinto di avere nel card. Ratzinger un collaboratore capace non solo di riaffermare la sana dottrina senza paura, ma soprattutto di promuoverla con argomenti convincenti, di renderla comprensibile per l’uomo contemporaneo e di trovare delle risposte ai nuovi problemi. Inoltre il card. Ratzinger, con le sue capacità teologiche e umane, stimolava sempre il lavoro collegiale, coinvolgendo tutti i collaboratori, poi i consultori teologi e infine i cardinali che sono membri della Congregazione – un modo di lavorare che chiamerei esemplare per i Dicasteri della Curia romana. Promuoveva anche la collaborazione con la Pontificia commissione biblica e la Commissione teologica internazionale e in particolare con le Commissioni dottrinali della Conferenze episcopali. Circa ogni tre anni viaggiava in un altro continente per incontrare i Presidenti di queste Commissioni dottrinali e ascoltare i loro problemi e per affrontarli in uno spirito veramente fraterno. Il card. Ratzinger voleva sempre responsabilizzare le istanze locali e nazionali, convinto che la fede può essere trasmessa alle prossime generazioni solo con un grande sforzo comunitario.

Quali grandi problemi e sfide teologiche doveva affrontare il card. Ratzinger da Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede?

Mi limito a menzionare alcune delle grandi problematiche: la teologia della liberazione, che doveva essere purificata dall’influsso del marxismo e presentata a partire dal Vangelo; la bioetica che richiede il rispetto dell’essere umano dal concepimento fino alla morte naturale e il rispetto della dignità della procreazione; la teologia delle religioni, che non può significare la rinuncia all’unicità di Gesù Cristo e della Chiesa; la vocazione del teologo chiamato a cercare la verità non a prescindere dalla Chiesa, ma come membro della comunità credente; forme discutibili di meditazioni influenzate dalle religioni orientali e non compatibili con la preghiera cristiana; il dissenso da parte di alcuni teologi che mettevano in dubbio la fede dei semplici e dovevano essere corretti; la sfida del “gender” che tende a livellare la differenza tra l’uomo e la donna, con gravi conseguenze per il matrimonio e la famiglia e l’identità della persona umana.

Il cardinale Ratzinger ha dato un contributo importantissimo nella preparazione del Catechismo della Chiesa cattolica e, dopo, del suo Compendio. Il Catechismo è un testo fondamentale che indica alla gente in che cosa credere. Perché questa grande opera di Giovanni Paolo II e del card. Ratzinger non è valorizzata abbastanza e spesso viene ignorata?

A mio parere, il Catechismo della Chiesa cattolica entrerà nella storia come presentazione completa della dottrina cattolica in un tempo di incertezza e confusione. Questo Catechismo viene apprezzato in molti Paesi del mondo e ha contribuito notevolmente al miglioramento della catechesi. Ha anche ispirato altri sussidi per la catechesi, ad esempio i progetti “Youcat” e “Docat”. È comunque vero che in alcuni ambienti esiste tuttora una certa diffidenza nei confronti del Catechismo: si pensa che la catechesi debba limitarsi a esperienze vitali di Gesù, che non si possa trasmettere la fede con frasi memorizzate, che il Catechismo non tenga conto dell’esegesi critica. A me pare ovvio che la fiaccola della fede venga trasmessa da persona a persona: la fede del catechista è quindi decisiva. Ma se vogliamo che i cristiani amino il Signore e il suo messaggio, devono anche conoscerlo. Il Catechismo è un ottimo sussidio per la formazione nella fede, un sussidio che deve diventare vita tramite il catechista.

 La Congregazione per la Dottrina della Fede si occupa anche dei problemi disciplinari, per questo motivo il card. Ratzinger ha conosciuto bene tutti i peccati e i mali che c’erano dentro la Chiesa. In che modo il Prefetto Ratzinger tentava di rimuovere quella “sporcizia” (è parola sua) dalla Chiesa e promuovere il suo rinnovamento?

La Congregazione è competente per i delitti più gravi nella celebrazione dei sacramenti, soprattutto dell’Eucaristia e della Penitenza, per quelli contro la morale, e dal 2001 anche per gli abusi sessuali di minori da parte di chierici. Sono convinto che la storia dimostrerà che questo grave problema fu affrontato dalla Chiesa grazie all’intervento decisivo del card. Ratzinger che ha cercato di procedere secondo verità e giustizia.

Benedetto XVI nella sua omelia della Santa Messa per l’inizio del pontificato, 24 aprile 2005, ha detto: “Il mio vero programma di governo è quello di non fare la mia volontà, di non perseguire mie idee, ma di mettermi in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare da Lui, cosicché sia Egli stesso a guidare la Chiesa in questa ora della nostra storia”: le parole che riflettono la grande umiltà del Papa e anche il suo totale affidamento a Dio. Ma vorrei chiederLe: Dove Benedetto XVI si è lasciato guidare dal Signore in otto anni del suo pontificato?

Chi conosce Benedetto XVI sa che egli vive soprattutto della liturgia, nella quale il Signore continua a rivolgersi a noi e a toccarci con la sua presenza. Nelle sue omelie a Roma, nei suoi interventi duranti i numerosi viaggi, nelle sue bellissime catechesi e nei suoi profondi discorsi Benedetto XVI si è lasciato guidare soprattutto dalla Parola di Dio proclamata nella liturgia. Nei Sinodi ha voluto approfondire proprio i temi della liturgia, della Parola di Dio e della nuova evangelizzazione. Non solo il Papa, infatti, ma tutti i membri della Chiesa dovrebbero lasciarsi guidare dalla volontà del Signore. Le sue Encicliche sull’amore (“Deus caritas est”), sulla speranza (“Spe salvi”) e sulla fede (“Lumen fidei”, pubblicata da Papa Francesco) affrontano le tre virtù teologali che, secondo Paolo, sono le tre cose che rimangono (cf. 1 Cor 13,13).

Il card. Ratzinger, da cardinale decano, nella sua famosa omelia del 18 aprile 2005 in San Pietro durante la Missa pro eligendo Romano Pontifice che precedeva il conclave, denunciò il pericolo di “una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”. Come Benedetto XVI si contrapponeva a questa nuova dittatura che ha colpito il nostro mondo e che cosa proponeva?

Benedetto XVI cercava di rispondere alla sfida del relativismo soprattutto con la predicazione del primato di Dio rivelatosi in Gesù Cristo, che è via, verità e vita. Se Gesù non sta al centro, tutte le attività della Chiesa non servono e non portano frutto. E solo se i cristiani sono convinti della verità della fede, possono avere la passione per l’evangelizzazione e la missione. Ma anche il mondo ha bisogno di verità, altrimenti non esiste più un punto di riferimento etico e quindi regge l’individualismo totale oppure la dittatura della maggioranza. Benedetto XVI ha affrontato questa grande tematica in alcuni discorsi storici, mostrando che la ragione è capace di verità e che la legge morale naturale è di grande rilevanza per l’umanità.

Non si può negare che Benedetto XVI abbia avuto contro di sé i grandi media internazionali. Mi chiedo se questa ostilità non era una reazione alla lotta che il Pontefice faceva contro la dittatura del relativismo e la secolarizzazione?

Gesù è stato segno di contraddizione. Se il Papa predica la Verità, deve condividere la stessa sorte. Sono sempre stato impressionato dalla libertà del card. Ratzinger e di Benedetto XVI nei confronti dell’opinione pubblica. Una volta gli abbiamo chiesto se non avesse paura nei confronti dei media. Ci rispose: Ho capito che devo rendere conto al Signore nell’ultimo giudizio, questo mi da una grande libertà di annunciare la Parola in ogni circostanza.

Malgrado tanti gravosi impegni del governo della Chiesa, Benedetto XVI ha scritto tre libri su Gesù di Nazareth. Perché il Papa ha ritenuto necessario farlo?

Già da cardinale era spinto interiormente a scrivere tali libri per rispondere, dal punto di vista teologico, alla domanda decisiva per il Cristianesimo e il suo futuro: chi è Gesù di Nazareth? Solo uno dei grandi fondatori di una religione? Oppure di più? E che cosa ci dicono i Vangeli su Gesù? Buona parte dell’esegesi moderna aveva decomposto la figura, le parole e le opere di Gesù, mettendo dubbio su dubbio. Ma sul dubbio non si può costruire la fede. Nei tre volumi su Gesù di Nazareth, Benedetto XVI mostra che Gesù è il Figlio di Dio divenuto uomo, morto e risorto per noi, da solidità al fondamento della fede cristiana e ci offre un’opera che unisce esegesi e teologia.

Benedetto XVI è non soltanto uno dei più grandi teologi della Chiesa ma anche uno dei più brillanti intellettuali del mondo, che non temeva il confronto di idee. Quale ruolo ha svolto Benedetto XVI nella promozione del dialogo tra la Chiesa e le altre religioni?

Occorre fare una distinzione: l’Ebraismo ha un rapporto del tutto speciale con il Cristianesimo perché abbiamo in comune tutto il Vecchio Testamento. Benedetto XVI ha fortificato i legami con la comunità ebraica e ha mostrato spesso come la fede cristiana abbia le sue radici nella storia di Dio con il popolo d’Israele. Per quanto riguarda le altre religioni, Benedetto XVI ha continuato i vari dialoghi in corso, puntando soprattutto sul fatto che la religione non può essere in contrasto con la ragione. Anzi, la ragione deve essere purificata dalla religione per ampliarsi a nuovi orizzonti, così anche la religione ha bisogno di purificazione per non cadere nel fanatismo.

Benedetto XVI è un uomo di grande cultura, sensibile all’arte. Per il Papa la bellezza è “il sigillo della verità”. Anche per questo motivo si è impegnato affinché la liturgia fosse celebrata nella sua bellezza. Ma questo tentativo di ridare la bellezza alle celebrazioni liturgiche – la bellezza che porta al mistero di Dio – è stato percepito per certi come il ritorno “al passato”. Perché il Papa non è stato capito?

Penso che molti fedeli siano stati riconoscenti a Benedetto XVI per il suo modo di celebrare la liturgia, per il carattere solenne che ha voluto dare alle cerimonie, sottolineando in tal modo il primato di Dio nella liturgia. Alcuni gruppi hanno mal interpretato certi gesti, come la decisione di dare la santa Comunione solo in bocca o di utilizzare paramenti liturgici del passato. Questi gesti devono essere compresi rettamente: Benedetto XVI voleva sottolineare l’importanza della riverenza nei confronti del Corpo di Gesù, che oggi manca in molti luoghi, e voleva mostrare la continuità con i suoi predecessori anche attraverso i paramenti. Propongo di non fissarsi su questioni di dettaglio, ma di vedere la liturgia soprattutto come incontro con il Signore risorto.

Il Papa che veniva percepito come conservatore, quattro anni fa ha compiuto un gesto “rivoluzionario”: ha lasciato l’incarico del Vescovo di Roma. La rinuncia è prevista dal Codice di Diritto Canonico ma nessun Pontefice l’ha fatta, perciò ha causato un po’ di smarrimento tra i cattolici. Perché Benedetto XVI si è dimesso?

Benedetto XVI è un uomo razionale: vedeva di non avere più le forze necessarie per la gravosa missione del successore di Pietro. Ma è soprattutto un uomo di grande fede e sa che la Chiesa, in ultima analisi, viene guidata dal Signore stesso – è Sua, non nostra. Ed è anche una persona profondamente umile; solo un uomo umile può compiere un tale gesto.

Secondo Lei, che cosa sarà considerato come il lascito più importante del pontificato di Benedetto XVI?

Non sono un futurologo, ma considero il magistero di Benedetto XVI la perla più preziosa del suo pontificato.

Alla fine vorrei farLe una domanda personale: chi è per Lei Joseph Ratzinger/Benedetto XVI?

Un uomo di Dio che vive dell’Eucaristia e della Parola rivelata. Un teologo eccezionale che conosce la Scrittura e la Tradizione ed è capace di dare ragione alla fede in mezzo alle sfide di oggi. Un testimone del Signore che sa comunicare la Verità in tutta la sua freschezza e bellezza. Un Papa che si distingue per la sua umiltà e dolcezza. In sintesi: una vero padre della Chiesa contemporanea.

Wlodzimierz Redziochrrrr

 

La intervista è stata pubblicata in polacco sul settimanale “Niedziela”, nr. 16″

 

 

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