RATZINGER, SCHMITT E LO «STATO DI ECCEZIONE»….. Ausnahmepontifikat… In che senso il pontificato di Benedetto XVI è stato «di eccezione» o «di emergenza»? Che cosa lo ha reso tale? Che cosa ha veramente determinato l’eccezionalità della situazione fino a spingere il papa a esercitare la sua sovranità nel modo più estremo e imprevedibile??…Non sembra che lo «stato di eccezione» sia terminato.

Anno accademico 1977-78. All’Università Cattolica di Milano, facoltà di Scienze politiche, il professor Gianfranco Miglio illustra a noi matricole il pensiero di Carl Schmitt, il filosofo politico tedesco che dedicò la vita allo studio dei meccanismi più reconditi del potere.

Il corso è quello di Scienza della politica e Miglio, eloquio affascinante e sguardo luciferino, ci irretisce come un pifferaio magico. Guidandoci alla scoperta del libro di Schmitt Le categorie del politico, ci spiega che legalità e legittimità non sono la stessa cosa: se la legalità attiene alla normale gestione del potere all’interno dello Stato di diritto, fatto di pesi e contrappesi, la legittimità si manifesta piuttosto nello stato di eccezione, nel momento di crisi, di svolta, di rottura, quando il diritto non basta più. È proprio in questi frangenti eccezionali che è possibile verificare chi veramente detiene il potere: è colui che, uscendo dal normale corso del diritto, determina una svolta e, così facendo, crea di fatto un nuovo diritto. Titolare della sovranità, nel senso più profondo del termine, è quindi chi decide nello stato di eccezione. Detto in altre parole, lo stato di eccezione è la cartina di tornasole della sovranità e dunque del potere.

Questa lontana lezione di Miglio mi è tornata alla mente leggendo l’articolo di Guido Ferro Canale La rinuncia di Benedetto XVI e l’ombra di Carl Schmitt, proposto dal blog di Sandro Magister Settimo cielo.

Nel suo contributo Canale sostiene che monsignor Georg Gänswein, durante la presentazione del libro di Roberto Regoli Oltre la crisi della Chiesa. Il pontificato di Benedetto XVI (Lindau, 2016), parlando della rinuncia di Joseph Ratzinger ha usato un’espressione rivelatrice.

Gänswein, prefetto della Casa pontificia e segretario del papa emerito, spiegando che dall’11 febbraio del 2013 «il ministero papale non è più quello di prima» e sostenendo che Benedetto XVI ha «profondamente e durevolmente trasformato» tale ministero, ha infatti parlato del pontificato di Ratzinger come di «pontificato d’eccezione» e ha tenuto a specificare il corrispondente termine tedesco: Ausnahmepontifikat. Perché?

Per chiunque appartenga alla cultura tedesca, annota Canale, la parola Ausnahmepontifikat ne fa venire subito alla mente un’altra: Ausnahmezustand, che è proprio lo «stato d’eccezione» o «stato d’emergenza» di cui parla Schmitt. Dunque, lascerebbe capire monsignor Gänswein, il mite papa Benedetto XVI sarebbe arrivato alla determinazione di rinunciare al pontificato non soltanto per il venir meno delle forze, ma perché consapevole del fatto che la Chiesa stava vivendo un momento di estrema crisi e di frattura, un momento drammatico, per uscire dal quale è stato necessario sospendere il normale «stato di diritto», con le sue leggi e le sue consuetudini, e prendere una decisione forte, di radicale cambiamento. In questo modo, Benedetto XVI avrebbe esercitato la funzione di comando nel senso più pieno e più profondo del termine proprio mediante la rinuncia.

Sappiamo come monsignor Gänswein ha poi proseguito nella sua analisi della rinuncia e della presenza di due papi al vertice della Chiesa. A suo giudizio, Benedetto XVI non avrebbe abbandonato del tutto il ministero, ma lo avrebbe cambiato facendolo entrare in una «dimensione collegiale e sinodale, quasi un ministero in comune», così che «dall’elezione del suo successore Francesco, il 13 marzo 2013, non vi sono dunque due papi, ma de facto un ministero allargato, con un membro attivo e un membro contemplativo. Per questo Benedetto XVI non ha rinunciato né al suo nome, né alla talare bianca. Per questo l’appellativo corretto con il quale rivolgersi a lui ancora oggi è “Santità”; e per questo, inoltre, egli non si è ritirato in un monastero isolato, ma all’interno del Vaticano, come se avesse fatto solo un passo di lato per fare spazio al suo successore e a una nuova tappa nella storia del papato».

Queste tesi sono oggetto di ampio dibattito, e note sono le perplessità di chi sostiene che non può esistere un munus petrinum di tipo collegiale e che, essendo quello di papa un munus giurisdizionale, può vigere soltanto finché il pontefice è in carica. Tale ministero pastorale infatti non riguarda l’ordine sacramentale: il papa non riceve un supplemento di ordine, ma è vescovo come gli altri vescovi e, quando si dimette, resta vescovo come gli altri vescovi. Dunque, a rigor di logica niente talare bianca, niente titolo di «papa emerito», niente più «santità» o «santo padre» nel rivolgersi a lui.

Sia come sia (sul punto, lo ripetiamo, il dibattito è apertissimo), resta quella parola, Ausnahmepontifikat: perché monsignor Gänswein l’ha usata? In che senso il pontificato di Benedetto XVI è stato «di eccezione» o «di emergenza»? Che cosa lo ha reso tale? Che cosa ha veramente determinato l’eccezionalità della situazione fino a spingere il papa a esercitare la sua sovranità nel modo più estremo e imprevedibile?

Sappiamo che nel prossimo settembre uscirà un nuovo libro-intervista nel quale Benedetto XVI, rispondendo alle domande di Peter Seewald, parlerà anche della sua decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero petrino. Stando alle anticipazioni, nel libro, intitolato Benedetto XVI. Ultime conversazioni, Ratzinger ribadirà di aver preso la sua decisione in totale autonomia e libertà, che è poi la condizione perché la decisione di rinunciare al pontificato sia valida, e spiegherà di aver preferito dare l’annuncio in latino, davanti ai cardinale riuniti nel concistoro, per il timore di commettere errori nell’esprimersi in italiano in un frangente tanto delicato. Racconterà, come ha già fatto in passato, che l’elezione, nel 2005, per lui fu un autentico choc e manifesterà tutta la sua gioia per l’elezione di Francesco, un papa, a suo giudizio, dotato di eccezionale capacità di rapporto con le folle.

Ma Benedetto XVI, in queste sue ultime memorie, già annunciate come un autentico testamento spirituale e pastorale, dirà qualcosa anche a proposito dello «stato di eccezione» in cui venne a trovarsi il governo centrale della Chiesa? Userà, come ha fatto il suo segretario, la parola Ausnahmepontifikat ?

Pare che Benedetto abbia deciso di distruggere tutti gli appunti presi durante il pontificato. Perché? Uno studioso come lui non dovrebbe avere a cuore le esigenze di chi si incaricherà di analizzare nel dettaglio quegli anni e soprattutto l’ultima parte del pontificato? Gli appunti saranno distrutti solo per un atto di umiltà o per un estremo atto di servizio alla Chiesa, perché, rendendoli pubblici, la Chiesa ne uscirebbe troppo male?

Rileggendo l’intervento di monsignor Gänswein in occasione della presentazione del libro di Regoli si può ricavare l’impressione che in realtà lo stato di eccezione, o di emergenza, non sia finito, e che la decisione di Benedetto XVI di fare un passo di lato e non un passo indietro, cioè di restare accanto al papa regnante con la preghiera e non in qualche località remota ma proprio nel cuore del Vaticano, sia parte della risposta che Joseph Ratzinger ha dato e continua a dare all’eccezionalità della situazione.

Gänswein a un certo punto ricorda il fulmine impressionante che, proprio la sera della rinuncia di Benedetto, colpì la sommità della cupola di San Pietro e commenta: «Di rado il cosmo ha accompagnato in modo più drammatico una svolta storica». Non sono parole usuali sulla bocca di un esponente di alto rango della curia romana. Poco usuale è anche il modo in cui Gänswein ricorda l’atmosfera del conclave dal quale uscì eletto Joseph Ratzinger. L’arcivescovo parla infatti di «una drammatica lotta tra il cosiddetto “Partito del sale della terra” (“Salt of Earth Party”) intorno ai cardinali López Trujíllo, Ruini, Herranz, Rouco Varela o Medina e il cosiddetto “Gruppo di San Gallo” intorno ai cardinali Danneels, Martini, Silvestrini o Murphy-O’Connor; gruppo che, di recente, lo stesso cardinal Danneels di Bruxelles in modo divertito ha definito come “una specie di mafia-club”». E poi aggiunge che l’elezione fu «certamente l’esito anche di uno scontro, la cui chiave quasi aveva fornito lo stesso Ratzinger da cardinale decano, nella storica omelia del 18 aprile 2005 in San Pietro; e precisamente lì dove a “una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie” aveva contrapposto un’altra misura: “il Figlio di Dio e vero uomo” come “la misura del vero umanesimo”».

Lo scontro, incominciato nel conclave, andò avanti anche dopo? Si giocò attorno alla questione che Ratzinger individuò nella messa del 18 aprile 2005, ovvero quella del relativismo? E l’unico modo per uscirne fu la rinuncia al pontificato ma, insieme, la decisione di affiancare il papa regnante con la preghiera, a pochi passi da lui?

Gänwein spiega che Benedetto XVI nell’annus horribilis 2010, quello dei ripetuti attacchi al papa e alla Chiesa, restò profondamente segnato dalla morte, in un incidente stradale, di Manuela Camagni, una delle sue quattro assistenti, e più tardi soffrì molto per il tradimento di Paolo Gabriele, anche lui membro della «famiglia pontificia» in qualità di aiutante di camera, arrestato con l’accusa di aver trafugato documenti riservati direttamente dall’ufficio del papa. « E tuttavia – specifica Gänswein – è bene che io dica una buona volta con tutta chiarezza che Benedetto alla fine non si è dimesso a causa del povero e mal guidato aiutante di camera, oppure a causa delle “ghiottonerie” provenienti dal suo appartamento che nel così detto “affare Vatileaks” circolarono a Roma come moneta falsa ma furono commerciate nel resto del mondo come autentici lingotti d’oro. Nessun traditore o “corvo” o qualsivoglia giornalista avrebbe potuto spingerlo a quella decisione. Quello scandalo era troppo piccolo per una cosa del genere e tanto più grande il ben ponderato passo di millenaria portata storica che Benedetto XVI ha compiuto».

Dunque, qualcosa di ben più grande determinò la scelta. Qualcosa che attiene alle questioni di fondo, come appunto l’avanzata del relativismo, anche nella Chiesa. Qualcosa che, è il caso di ripeterlo, ha spinto Ratzinger al passo di lato ma non al passo indietro. Come se avesse detto: logorato, stanco, consumato dallo scontro, per il bene della Chiesa lascio la mia funzione di governo però non mi annullo e resto con la preghiera. Perché di questo c’è bisogno: di un nuovo papa al governo, con il quale voltare pagina e uscire dalla situazione di conflitto, ma anche del vecchio papa accanto a lui, il vecchio papa con quel suo motto, tratto dalla Lettera di Giovanni, che Gänswein tiene a sottolineare: cooperatores veritatis. Insomma, conclude Gänswein, Benedetto XVI non ha affatto abbandonato l’ufficio assegnatogli nel 2005: «Con un atto di straordinaria audacia egli ha invece rinnovato quest’ufficio (anche contro l’opinione di consiglieri ben intenzionati e senza dubbio competenti) e con un ultimo sforzo lo ha potenziato (come spero)».

Leggere tra le righe non è mai facile, ma è chiaro che Georg Gänswein ha sparso qua e là messaggi.

Con la linea Gänswein non sembra d’accordo papa Francesco, che nel viaggio di ritorno dall’Armenia, rispondendo a una domanda dei giornalisti proprio sul discorso tenuto dal prefetto della Casa pontificia, ha voluto sottolineare che «c’è un solo Papa» e che Benedetto è il papa emerito, «non il secondo Papa». Nella risposta, Francesco ha anche accennato a quelli che sarebbero andati da Benedetto per lamentarsi del papa regnante e ha detto che però Ratzinger «li ha cacciati via» perché «quest’uomo è così: è un uomo di parola, un uomo retto, retto, retto!».

Insomma, sulla presenza dei due papi e sul ruolo dell’emerito non c’è una posizione condivisa, nemmeno ai vertici della Santa Sede. In ogni caso, il modo in cui il papa emerito interpreta il suo ruolo lo abbiamo potuto vedere il 28 giugno scorso, quando, facendo ritorno per la prima volta nel palazzo apostolico dopo la rinuncia, in occasione del sessantacinquesimo anniversario della sua ordinazione sacerdotale, Ratzinger ha partecipato a una breve cerimonia in suo onore ed ha pronunciato alcune parole senza testo scritto, le sue prime parole in pubblico davanti al papa regnante. Bellissimo il pensiero rivolto a Francesco (« Più che nei giardini vaticani, con la loro bellezza, la Sua bontà è il luogo dove abito: mi sento protetto. Grazie anche della parola di ringraziamento, di tutto. E speriamo che Lei potrà andare avanti con noi tutti su questa via della Misericordia divina, mostrando la strada di Gesù, verso Gesù, verso Dio») e significativa la conclusione dell’intervento, quando, esprimendo ancora il suo grazie, ha detto che Cristo «ha trasformato in ringraziamento, e così in benedizione, la croce, la sofferenza, tutto il male del mondo. E così fondamentalmente ha transustanziato la vita e il mondo e ci ha dato e ci dà ogni giorno il Pane della vera vita, che supera il mondo grazie alla forza del Suo amore».

Non sembra che lo «stato di eccezione» sia terminato.

Aldo Maria Valli 9 luglio 2016

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