PER CELEBRARE IL 90° DI JOSEPH- BENEDETTO RILEGGIAMO OGNI GIORNO PARTI DELLA SUA AUTOBIOGRAFIA – 12

PROFESSORE A BONN – LA MORTE DEL PADRE E IL MONDO DIVENTATO UN PO’ PIU’ VUOTO, UNA PARTE DELLA FAMIGLIA TRASFERITA NELL’ALTRA PARTE DEL MONDO.giovane teologo

Nell’estate del 1958 fui invitato alla cattedra di teologia fondamentale a Bonn – la cattedra che il mio maestro, Sohngen, aveva sempre desiderato, ma che nelle circostanze di quegli anni gli era rimasta preclusa. Giungere a quella cattedra era per me quasi un sogno. Rispetto al 1956 la situazione era cambiata per ambedue i motivi che allora avevano escluso una mia partenza da Frisinga. Ancora una volta era avvenuto qualcosa che io potevo considerare solo come disposizione della Provvidenza.

Nel 1957 mio fratello aveva concluso i suoi studi presso la scuola superiore di musica di Monaco, che aveva portato avanti insieme con i suoi impegni pastorali. Gli venne quindi assegnato il posto di direttore del coro della parrocchia di St. Oswald, nella nostra Traunstein; fu inoltre incaricato dell’educazione musicale nel seminario minore di Traunstein e di altri compiti pastorali. Come responsabile delle Messe del mattino, ottenne in beneficio la bella casetta parrocchiale, dove in precedenza aveva abitato il predicatore della chiesa parrocchiale. La casa si trovava proprio al centro della città, era bella e tranquilla, e offriva non meno spazio della nostra vecchia casa di Hufschlag. Quel che fino ad allora era apparso impossibile, spostare ancora una volta i nostri genitori, era ora ragionevole, dato che si trattava di un ritorno nell’indimenticata e sempre cara Traunstein. Ne parlai dapprima con mio fratello, che si trovò pienamente d’accordo con il mio trasferimento a Bonn e si rallegrò di poter avere presso di sé i nostri genitori; poi confidammo la cosa a mio padre, per il quale la decisione non fu semplice, ma che insistette perché io accettassi la possibilità che mi veniva offerta. Purtroppo, informammo troppo tardi nostra madre, che non volevamo inquietare prima del tempo, così che ella venne a sapere da altri quello che si stava preparando, e soffrì a lungo per la mancanza di fiducia che le sembrava di percepire nei suoi confronti. Si chiudeva così un’altra stagione della nostra vita. Ancora una volta avevo potuto vivere con i miei buoni genitori, trovando nella loro benevola compagnia quella confidente sicurezza di cui avevo tanto bisogno proprio nelle circostanze tanto travagliate in cui ero venuto a trovarmi. Il Domberg di Frisinga, l’altura sulla quale sorge la cattedrale e su cui ora, purtroppo, non c’è più alcun seminario, è rimasto in me come qualcosa di profondamente mio, a cui si legano i ricordi di un inizio grande, anche se gravato da tanti rischi, insieme con le immagini della convivenza quotidiana e delle ore gioiose, che là abbiamo potuto vivere.

II 15 aprile 1959 cominciai le mie lezioni, ormai come professore ordinario di teologia fondamentale all’università di Bonn, davanti a un vasto uditorio che accolse con entusiasmo l’accento nuovo che credeva di scorgere in me. Frattanto f trovai un alloggio nel convitto teologico Albertinum, e all’inizio fu bene così: presi parte alla normale giornata dei teologi e così potei rapidamente maturare un franco e sereno rapporto con i miei studenti. La città e l’università mi entusiasmavano: Hofgarten, il giardino di corte, attraverso cui passava la via che mi conduceva alla vicina università, riluceva di tutto lo splendore della primavera in quell’anno soleggiate. L’università mostrava ancora le ferite della guerra, e questo si vedeva soprattutto nei vuoti della biblioteca universitaria e delle biblioteche seminariali, in cui le grandi raccolte di fonti, di cui avevo bisogno per il mio lavoro, erano ancora incomplete. Ma il nobile edificio dell’antica residenza del principe elettore, che dalla fine dell’era napoleonica era divenuto la sede principale dell’università, non aveva perduto la sua particolare atmosfera nemmeno a causa della guerra; la vita accademica che vi pulsava, l’incontro con studenti e professori di tutte le facoltà mi entusiasmavano e mi ispiravano. Di notte udivo i battelli sul Reno, che scorre accanto ali’Albertinum. Il grande fiume, con la sua navigazione internazionale, mi dava un senso di apertura e di ampiezza d’orizzonti, di un dialogo tra le culture e le nazioni che da secoli qui si incontrano tra loro, in uno scambio reciprocamente fecondo e innovatore. Mentre la Baviera è una terra di contadini e riceve la sua particolare bellezza, la sua stabilità e la sua pace interiore proprio da questo suo carattere, mi trovavo ora in un paesaggio del tutto diverso: Colonia era vicina, Aquisgrana non era lontana, Dusseldorf e il territorio della Ruhr facevano parte del nostro bacino di utenza. Intorno a noi c’era tutta una serie di seminari teologici: a Walberberg c’era lo studio dei Domenicani, a Hennef-Geistingen quello dei Redentoristi, con una bella biblioteca molto curata, a Sankt Augustin lavoravano i Missionari della Società del Verbo Divino, con un importante istituto di studi missionari, a Mònchengladbach c’erano i Francescani, con Sophronius Clasen, il loro grande specialista di studi bonaventuriani, con cui feci ben presto amicizia. Da ogni parte, dunque, provenivano degli stimoli, tanto più che anche il Belgio e l’Olanda erano vicini e, tradizionalmente, la Renania è una porta aperta verso la Francia. Del tutto spontaneamente si arrivò poi alla formazione di un gruppo di studenti interessati, con cui ben presto intrattenni dei colloqui regolari, che poi ho proseguito fino al 1993 naturalmente con partecipanti sempre nuovi. Nella stessa facoltà di teologia cattolica molte cattedre erano occupate da grandi personalità: Theodor Klauser, fondatore ed editore del Reallexikon fiir Antike und Christentum, era una personalità di spicco; Hubert Jedin, il grande storico del concilio di Trento, divenne ben presto un mio amico personale, con cui rimasi legato fino alla sua morte, avvenuta nel 1980. Il teologo moralista Schòllgen, con la sua cultura universale, era un interlocutore eccezionalmente stimolante. E potrei andare avanti ancora a lungo; ricordo solo che la presenza di molti colleghi bavaresi mi faceva sentire come a casa. Il dogmatico Johann Auer, con cui poi mi sarei nuovamente incontrato a Ratisbona, insegnava a Bonn dal 1950; con me era arrivato lì. a Bonn, come secondo rappresentante della dogmatica, Ludwig Hodl – un grande conoscitore delle fonti inedite della teologia medievale, la cui grande competenza era sempre stata giustamente ammirata nella scuola di Schmaus. Anche al di fuori della facoltà nacquero delle amicizie, che divennero importanti per il mio cammino personale. Cito solo l’indologo Paul Hacker, per la cui immensa preparazione potevo solo provare ammirazione. Aveva avuto una formazione da slavista, era un maestro di lingue indiane (al punto che arrivavano da lui degli indiani per imparare il sanscrito о l’hindi), ma possedeva anche il latino e il greco in modo straordinario. Dato che a Bonn, nell’ambito del corso di teologia fondamentale, bisognava anche fare delle lezioni di storia delle religioni, l’amicizia che subito nacque tra me e lui fu per me particolarmente arricchente. I suoi studi di storia delle religioni sono significativi tanto per l’altezza della sottile analisi linguistica quanto per la profondità di contenuto. Quando lo conobbi, Hacker era un luterano credente, ma anche un uomo che continuava a cercare. La sua ricerca lo aveva spinto agli studi di indologia, ma il suo approfondimento del mondo spirituale induista lo aveva nuovamente ricondotto al cristianesimo. Allora stava approfondendo le opere di Lutero, ma anche quelle dei padri della Chiesa. Il suo temperamento passionale non voleva riconoscere limiti fisici, così che passava notti intere a dialogare con i Padri о con Lutero, davanti a una о anche più bottiglie di vino rosso. Il suo cammino personale lo ha poi condotto alla Chiesa cattolica, in cui inizialmente si legò all’ala critica nei confronti di Roma. In seguito divenne sempre più critico nei confronti del Concilio e, soprattutto, attaccò la teologia di Karl Rahner con un’asprezza che corrispondeva al suo temperamento vulcanico, ma che non era certo indicata per procurare ascolto ai suoi argomenti. Per lo stesso motivo, anche il suo libro su Lutero, frutto di una lotta intcriore durata parecchi anni, fu messo da parte perché considerato opera di un outsider e di un dilettante, ciò che egli non era affatto: nella precisione delle sue analisi testuali Hacker è rimasto fino all’ultimo ineguagliato. Anche Hacker – qui desidero anticiparlo – si trasferì poco dopo di me a Miinster, dove i nostri contatti si approfondirono ulteriormente, ora non tanto in riferimento all’indologia (come a Bonn), ma alla sua problematica teologica. Un’amicizia come questa non poteva mancare di tensioni, ma la mia riconoscenza è rimasta immutata, poiché so di essergli debitore in più punti nel campo della storia delle religioni come in quello della tecnologia. Con il suo impetuoso ritmo di lavoro, Hacker si è presto consumato; la sua opera oggi non attira più alcuna attenzione, ma io sono convinto che un giorno essa sarà riscoperta e avrà ancora molto da dire.
Ma torniamo a Bonn: il primo semestre resta un ricordo grandioso, come una festa di primo amore. Nel frattempo avevo potuto trasferirmi in un simpatico appartamento a Bad Godesberg, che allora non era ancora unita a Bonn. Tra i miei vicini in questa casa, ricordo soprattutto l’amicizia con l’anglista Arno Esch, che nel frattempo è purtroppo defunto. In agosto, proprio nel bel mezzo di queste gioiose novità, che mi avevano accompagnato per tutti questi mesi, fui scosso da un colpo di inaspettata violenza e durezza. In quel mese mi ero recato con mia sorella nella nuova abitazione dei nostri genitori, nella Hofgasse di Traunstein, dove ci aspettavano con grande gioia mio padre, mia madre e mio fratello. Nell’estate del 1958, mentre portava a riparare la pesante macchina da scrivere di mia sorella in una giornata caldissima, mio padre era stato colpito da un leggero colpo apoplettico, cui noi tutti – purtroppo – non attribuimmo alcuna importanza, dal momento che egli parve subito riprendersi; papà riprese le sue occupazioni come se nulla fosse successo. Colpiva in lui solo una grande serenità, la benevolenza particolarmente indulgente con cui ci veniva incontro. A Natale ci coprì di regali con una generosità incomprensibile; sentivamo che considerava quello il suo ultimo Natale, ma non potevamo crederlo, dal momento che esteriormente non dava alcun segno di decadimento. Una notte, a metà agosto, si sentì molto male e ci volle parecchio tempo perché si riprendesse. La domenica 23 agosto mia madre lo invitò a una passeggiata fino alla località dove noi avevamo abitato e dove c’erano degli amici; camminarono insieme in quella calda giornata d’estate per più di dieci chilometri. Mentre tornavano a casa, mia madre restò colpita dal fervore con cui pregò durante una breve visita in chiesa e, quando furono arrivati, dall’inquietudine interiore con cui aspettava il ritorno di noi tre da un’escursione a Tittmoning. Durante la cena si alzò e, giunto alla scala, cadde svenuto. Si trattava di un grave colpo apoplettico, cui soccombette dopo due giorni di agonia. Eravamo riconoscenti di poterci trovare tutti intorno al suo letto e di potergli mostrare ancora una volta il nostro amore, che egli accolse con gratitudine, anche se non era più in grado di parlare. Quando, dopo questo fatto, feci ritorno a Bonn, sentivo che per me il mondo era diventato un po’ più vuoto e che un pezzo di me, della mia casa, si era spostato nell’altro mondo.
85

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...