PER CELEBRARE IL 90° DI JOSEPH- BENEDETTO RILEGGIAMO OGNI GIORNO BRANI DELLA SUA AUTOBIOGRAFIA -11

GLI ANNI DI FRISINGA E IL DRAMMA DELLA LIBERA DOCENZA –

giovane prete
Avvenne che proprio alla fine del semestre estivo 1953 si liberasse la cattedra di dogmatica e teologia fondamentale presso il seminario teologico di Frisinga. Essa era stata occupata per un anno da Otfried Muller, un sacerdote originario della Slesia, che nel frattempo aveva lavorato per portare avanti il suo esame di libera docenza a Monaco – impresa non da poco, se si tien conto delle esigenze che implicava l’insegnamento di due discipline fondamentali. Ora, però, il seminario teologico di Erfurt, da poco eretto, aveva chiesto a Muller di accettare la cattedra di dogmatica. Non si trattava affatto di una decisione facile: lasciare la fiorente Germania Occidentale, con il suo benessere e la sua libertà, e trasferirsi nella parte della nostra patria occupata dai Sovietici, che allora, ancor più che in seguito, si presentava davvero come un immenso carcere. Muller accettò quella richiesta e si trasferì a Erfurt, dove negli anni seguenti contribuì alla formazione teologica di un’intera generazione di sacerdoti della Repubblica Democratica Tedesca. I professori del Consiglio Accademico di Frisinga mi fecero sapere che pensavano a me come successore di Muller, ma io volli restare almeno per un anno nella posizione che avevo ricoperto sino ad allora in seminario, che comportava numerosi impegni, ma mi lasciava una maggiore libertà per la preparazione della libera docenza di quanta ne avrei avuta se avessi accettato quell’incarico accademico. Il docente di dogmatica del seminario dei Redentoristi di Gars, padre Viktor Schurr, un uomo aperto e preparato, originario della Svevia, accettò quella sostituzione per un anno, durante il quale divenimmo buoni amici. Ora, però, la prima cosa da fare era fissare il tema dell’abilitazione. Gottlieb Sòhngen stabilì che, dal momento che la mia tesi di dottorato aveva affrontato un argomento di patristica, dovessi ora rivolgermi al medioevo. Venendo io poi da sant’Agostino, gli parve naturale che lavorassi su Bonaventura, di cui egli si era occupato piuttosto approfonditamente. E dal momento che la mia tesi aveva trattato un tema di ecclesiologia, ora dovevo pensare al secondo grande nucleo tematico della teologia fondamentale, il concetto di rivelazione. A quel tempo l’idea di storia della salvezza era al centro dei dibattiti interni alla teologia cattolica, che ora guardava in una nuova prospettiva all’idea di rivelazione, che nella neoscolastica si era troppo cristallizzata sul livello intellettuale: la rivelazione appariva ora non più semplicemente come la comunicazione di alcune verità alla ragione, ma come l’agire storico di Dio, in cui la verità si svela gradatamente. Dovevo quindi verificare se in qualche forma ci fosse in Bonaventura un corrispondente del concetto di storia della salvezza e se questo motivo – qualora fosse riconoscibile si ponesse in rapporto con l’idea di rivelazione. Con grande gioia mi misi diligentemente al lavoro. Anche se avevo già qualche conoscenza di Bonaventura e avevo già letto alcuni dei suoi scritti più brevi, nel prosieguo del lavoro mi si dischiudevano nuovi mondi. Quando padre Schurr fece i bagagli e, nell’estate del 1954, lasciò Frisinga, avevo concluso la raccolta dei materiali ed elaborato le idee di fondo della mia interpretazione di quanto avevo trovato, ma avevo ancora davanti tutto il faticoso lavoro della stesura del testo.
Ancora una volta si verificò una strana circostanza. In seguito alla morte del professore emerito di filosofia, si liberò uno degli appartamenti destinati ai professori nei pressi del duomo e io venni sollecitato, sia ad assumere la cattedra di dogmatica, sia a stabilirmi in quell’appartamento. Il tutto, però, mi sembrava un po’ affrettato, tanto più che la parte più consistente del lavoro di abilitazione era ancora da fare. Accettai comunque nel semestre invernale di tenere il corso di dogmatica come professore straordinario; mi fu consentito di rinviare ancora di un anno l’incarico di teologia fondamentale. Cominciai con un corso di quattro ore su Dio; fu una vera gioia poter lavorare su un tema tanto importante e addentrarmi nella ricchezza della tradizione; l’entusiastica partecipazione degli studenti mi aiutò a sostenere il duplice lavoro del corso e della tesi di libera docenza. Alla fine del semestre estivo 1955 il manoscritto era pronto; purtroppo mi imbattei in una dattilografa che non solo era lenta, ma qualche volta arrivava anche a perdere dei fogli, mettendo a dura prova i miei nervi per l’eccessiva quantità di errori, soprattutto perché questi si estendevano anche ai numeri delle pagine citate al punto che la lotta per scoprire e sistemare tutti gli errori talvolta appariva quasi senza speranza. Sul finire dell’autunno potei finalmente consegnare alla facoltà di Monaco i due esemplari previsti, della cui veste grafica ero, comunque, tutt’altro che contento. Ma potevo sperare che almeno non vi fossero rimasti gli errori più grossolani.
Nel frattempo era ormai maturata anche la questione della casa. Per i miei genitori – mio padre aveva frattanto compiuto i 78 anni, mia madre 71 – l’idillio di Hufschlag diventava sempre più difficoltoso. La chiesa e tutti i negozi si trovavano in città e, per arrivarci, bisognava percorrere due chilometri a piedi, cosa che non era affatto facile, soprattutto nell’inverno di Traunstein, con la sua gran quantità di neve e le strade spesso gelate. Per quanto tutti noi ci tenessimo a quella tranquilla casa ai margini del bosco, sembrava giunto il momento di cercare una nuova soluzione. Dato che ormai l’esame di abilitazione sembrava una cosa sicura e la casa vicino al duomo aspettava chi ci abitasse, a tutti noi parve giusto che mio padre e mia madre ci raggiungessero a Frisinga: essi avrebbero potuto abitare vicino al duomo, i negozi erano vicini e noi avremmo potuto ritornare a stare insieme come famiglia, tanto più che anche mia sorella stava prendendo in considerazione l’ipotesi di raggiungerci in seguito. Il trasloco ebbe luogo il 17 novembre, una giornata di nebbia, la cui malinconia si comunicò subito ai miei buoni genitori nel momento di un distacco, che non significava solo andar via da un luogo, ma da un pezzo di vita. Essi, però, vi si accinsero con coraggio e voglia di fare. Gli operai del trasloco erano appena arrivati che subito mia madre indossò il suo grembiule e si mise a lavorare; alla sera era già in cucina a preparare la prima cena; mio padre si impegnò con altrettanta circospezione ed energia a sistemare ogni cosa nel modo giusto. Un grande incoraggiamento venne dalla presenza di numerosi studenti, ciascuno desideroso di aiutarci il più possibile: non si entrava in un luogo vuoto, ma in un contesto di amicizia e di disponibilità a sostenersi reciprocamente. Vivemmo un bellissimo avvento e, quando a Natale arrivarono anche mio fratello e mia sorella, quell’abitazione estranea era divenuta un luogo dove ci sentivamo davvero a casa nostra.

A quel tempo nessuno di noi immaginava quali nubi temporalesche si addensassero su di me. Gottlieb Sòhngen aveva letto subito con entusiasmo la mia tesi di abilitazione, citandola più volte anche a lezione. Il professor Schmaus, che era il mio correlatore, a causa dei suoi numerosi impegni la lasciò da parte per un paio di mesi. Da una segretaria venni a sapere che a febbraio aveva finalmente cominciato a leggerla. Per la Pasqua del 1956 Schmaus convocò a Konigstein i dogmatici di lingua tedesca, che, in seguito, continuarono a radunarsi a intervalli regolari, costituendo l’associazione tedesca dei teologi dogmatici e fondamentali. Ero presente anch’io e fu proprio in quell’occasione che, tra l’altro, conobbi , per la prima volta personalmente Karl Rahner. Si accingeva a pubblicare la nuova edizione del Lexikon fur Theologie und I fCirche, fondato dal vescovo Buchberger, e, dato che io avevo scritto alcuni articoli per l’opera evangelica parallela, Die Religion in Geschichte und Gegenwart, era interessato a sapere da me qualcosa dei criteri editoriali ivi adottati. Grazie il quella circostanza instaurammo un rapporto davvero cordiale tra noi. Nel corso del convegno di Kónigstein Schmaus mi chiamò per un breve colloquio, in cui in maniera piuttosto fredda e senza alcuna emozione mi dichiarò che doveva ricusare il mio lavoro di abilitazione, perché non rispondeva ai criteri di rigore scientifico richiesti per opere di quel genere. ! Aggiunse che i particolari mi sarebbero stati resi noti dopo la decisione del consiglio di facoltà. Era come se mi avesse colpito un fulmine a ciel sereno. Tutto un mondo minacciava di crollarmi addosso.

Che cosa sarebbe avvenuto ai miei genitori, che in buona fede erano venuti da me, a Frisinga, se ora, a causa di questo fallimento, avrei dovuto lasciare l’insegnamento? I miei progetti per l’avvenire, tutti orientati all’insegnamento della teologia, erano falliti. Pensavo di chiedere di rimanere a Frisinga come coadiutore a St. Georg, dal momento che lì era disponibile un’abitazione per chi ricopriva quella funzione, ma non era una soluzione particolarmente consolante.
Per il momento c’era solo da aspettare; con animo depresso iniziai il semestre estivo. Che cos’era successo? Per quel che ho potuto capire i fattori in gioco erano tre. Nel corso del mio lavoro di ricerca avevo constatato che a Monaco la ricerca sul Medioevo, il cui principale esponente era proprio Schmaus, era sostanzialmente rimasta ferma a prima della guerra e non aveva in nessun modo recepito le nuove grandi prospettive, che nel frattempo erano state elaborate soprattutto in ambito francese. Con una durezza che certo poco si adattava a un principiante, nel mio testo criticavo quelle posizioni superate e per Schmaus doveva essere stato davvero troppo, tanto più che non riusciva nemmeno a capire come avessi potuto affrontare un tema medievale senza affidarmi alla sua guida. Alla fine, l’esemplare del mio libro passato attraverso la sua correzione era pieno di note a margine, scritte in ogni colore, che a loro volta non lasciavano certo a desiderare quanto a durezza. Dato che era già furioso, lo irritarono anche l’insufficiente veste grafica e i numerosi errori nelle citazioni, che erano rimasti malgrado tutti i miei sforzi. Ma anche il risultato delle mie analisi non lo trovava per nulla d’accordo.

Avevo constatato che in Bonaventura (e, anzi, nei teologi del secolo XIII in generale) non c’era alcuna corrispondenza con il nostro concetto di “rivelazione”, che eravamo soliti usare per definire l’insieme dei contenuti rivelati, tanto che anche nel lessico si era introdotta l’abitudine di definire la Sacra Scrittura semplicemente come la “rivelazione”. Nel linguaggio medievale una tale identificazione sarebbe stata impensabile. In esso, infatti, la “rivelazione” è sempre un concetto di azione: il termine definisce l’atto con cui Dio si mostra, non il risultato oggettivizzato di questo atto. E dato che le cose stanno così, del concetto di “rivelazione” fa sempre parte anche il soggetto ricevente: dove nessuno percepisce la rivelazione, lì non è avvenuta nessuna rivelazione, dato che lì nulla è stato svelato. L’idea stessa di rivelazione implica un qualcuno che ne entri in possesso. Questi concetti, acquisiti grazie ai miei studi su Bonaventura, sono poi divenuti molto importanti per me, quando nel corso del dibattito conciliare vennero affrontati i temi della rivelazione, della Scrittura e della tradizione. Perché se le cose stanno come le ho descritte, allora la rivelazione precede la Scrittura e si riflette in essa, ma non è semplicemente identica a essa.

Questo significa inoltre che la rivelazione è sempre più grande del solo scritto. Se ne deduce, di conseguenza, che non può esistere un mero Sola Scriptura (solamente attraverso la Scrittura), che alla Scrittura è legato il soggetto comprendente, la Chiesa, e con ciò è già dato anche il senso essenziale della tradizione. Ma intanto si trattava della tesi di abilitazione alla libera docenza, e Michael Schmaus, cui forse erano giunte da Frisinga delle voci irritate sulla modernità della mia teologia, non vedeva affatto in queste tesi una fedele ripresa del pensiero di Bonaventura (cosa di cui, al contrario, io sono ancor oggi convinto), ma un pericoloso modernismo, che doveva condurre verso la soggettivizzazione del concetto di rivelazione.
La seduta del consiglio di facoltà che si occupò della mia tesi dovette essere piuttosto tempestosa. A differenza di Sóhngen, Schmaus poteva contare su amici influenti tra i docenti della facoltà, ma il verdetto di condanna venne comunque attenuato: il lavoro non venne ricusato, ma restituito perché fosse corretto. Quel che c’era da correggere, avrei dovuto desumerlo dalle correzioni che Schmaus aveva riportato sul suo esemplare. Con ciò mi era restituita la speranza, anche se dopo quella seduta Schmaus aveva dichiarato – come mi riferì Sòhngen – che gli interventi che mi erano richiesti erano di tali dimensioni da richiedere degli anni di lavoro. Se così fosse stato, allora la restituzione sarebbe stata equivalente a una ricusazione, e indubbiamente io avrei dovuto por fine al mio lavoro di docente universitario. Sfogliai l’esemplare ampiamente sfigurato del mio libro e feci una scoperta incoraggiante. Mentre le prime due parti brulicavano di annotazioni polemiche, che peraltro solo raramente mi parevano convincenti e che talvolta si chiarivano solo due pagine dopo, l’ultima parte – dedicata alla teologia della storia di Bonaventura – mancava completamente di osservazioni critiche. Eppure anche qui era presente del materiale esplosivo. Di che cosa si trattava? Fin dal suo sorgere e per ragioni legate alla sua evoluzione interna, il movimento francescano si era mostrato molto sensibile alla profezia storica dell’abate calabrese Gioacchino da Fiore, morto nel 1202. Questo pio e colto monaco credeva di poter desumere dalla Sacra Scrittura che la storia si sarebbe sviluppata in tre diverse fasi: dal severo regno del Padre (Antico Testamento), attraverso il regno del Figlio (la Chiesa esistita fino a quel tempo), fino al terzo regno, quello dello Spirito, in cui finalmente si sarebbero compiute le promesse dei profeti e ci sarebbe stato il pieno dominio della libertà e dell’amore. Aveva anche creduto di trovare nella Bibbia delle basi di calcolo per la venuta della Chiesa dello Spirito. Detti calcoli sembravano indicare in Francesco d’Assisi il principio e nella comunità da lui fondata i portatori della nuova epoca. Fin  dalla metà dèi secolo XIII si svilupparono delle interpretazioni radicali di questa idea, che alla fine portarono gli “Spirituali” fuori dall’ordine e a un conflitto aperto con il Papato. In una delle sue opere tardive, in due volumi, Henri de Lubac ha studiato la posterità spirituale di Gioacchino, che arriva fino a Hegel e ai sistemi totalitari del nostro secolo. Fino a quel momento, però, si era sempre sostenuto che Bonaventura non avesse mai citato Gioacchino; l’edizione critica delle sue opere non contiene il nome di Gioacchino. Ma questa tesi, considerata con attenzione, non poteva non risultare discutibile, dal momento che Bonaventura, come generale del suo Ordine, dovette inevitabilmente affrontare la polemica sulla relazione tra Francesco e Gioacchino; infine, Bonaventura era arrivato a far chiudere in regime di carcere conventuale il suo predecessore, Giovanni da Parma, incline alle idee gioachimite, per prevenire gli estremismi che avrebbero potuto cercare degli appoggi pretestuosi nella sua persona. Nel mio lavoro dimostravo, per la prima volta, che Bonaventura nella sua interpretazione dell’opera dei sei giorni (il racconto della creazione) si era minuziosamente confrontato con Gioacchino e, come uomo di centro, aveva cercato di accogliere quanto poteva essere utile, ma integrandolo nell’ordinamento della Chiesa. Come si può capire, inizialmente queste conclusioni non furono accolte entusiasticamente da tutti, ma nel frattempo hanno finito per imporsi. Schmaus, come detto, non aveva mosso nessuna critica a tutta questa sezione della mia opera. Ebbi così un’idea per salvare il mio lavoro. Quel che avevo scritto sulla teologia della storia di Bonaventura era strettamente legato all’insieme del libro, ma possedeva comunque una sua autonomia; lo si poteva senza grossi problemi separare dal resto dell’opera e strutturarlo come un tutto a sé stante. Con le sue duecento pagine un libro di questo genere era più breve della media delle tesi di abilitazione alla libera docenza, ma era, comunque, sufficientemente esteso per dimostrare la capacità di condurre autonomamente un’indagine teologica, e questo era, in definitiva, il vero scopo di quel genere di lavori. Nonostante le dure critiche al mio lavoro, questa parte era rimasta senza osservazioni negative, di conseguenza ora non era più possibile, a posteriori, dichiararla scientificamente inaccettabile. Gottlieb Sóhngen, a cui presentai il mio piano, fu subito d’accordo. Purtroppo, la mia agenda per le ferie estive era già piena di impegni; riuscii comunque a liberarmi per due settimane, durante le quali apportai i necessari interventi di rielaborazione. Riuscii così, con grande meraviglia del consiglio di facoltà, a ripresentare già ad ottobre la mia tesi, sia pure in forma ridotta. Seguirono altre settimane di attesa impaziente. Finalmente il giorno 11 febbraio 1957 seppi che la mia tesi di abilitazione era stata accettata; la lezione pubblica di abilitazione avrebbe avuto luogo il 21 febbraio. In base ai regolamenti allora in vigore a Monaco per l’esame di abilitazione alla libera docenza, questa lezione e la dicussione che a essa ‘ faceva seguito erano ancora considerate come delle condizioni necessarie per ottenere la libera docenza; ciò significava che era ancora possibile – e questa volta in pubblico – mancare l’obiettivo, cosa che, di fatto, dalla fine della guerra era già successa due volte. Mi apprestai quindi a quella giornata non senza preoccupazioni, dal momento che, tenuto conto dei miei numerosi impegni di insegnamento a Frisinga, mi restava davvero poco tempo per prepararmi. La grande aula, che era stata scelta per quell’occasione, era stracolma; nell’aria si sentiva una strana tensione quasi fisica. Dopo la mia lezione la parola spettava al relatore e al correlatore. Ben presto la discussione con me si trasformò in un’appassionata disputa tra loro due. Essi si rivolgevano al pubblico presente, come se stessero tenendo una lezione. Io me ne stavo in disparte, senza essere interpellato. La riunione consiliare in cui doveva essere presa la decisione durò a lungo; alla fine, il decano raggiunse il corridoio dove io stavo aspettando con mio fratello e alcuni amici, e mi comunicò in maniera del tutto informale che avevo superato l’esame ed ero abilitato.

Joseph Ratzinger – La mi vita

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