PER CELEBRARE IL 90° DI JOSEPH- BENEDETTO RILEGGIAMO OGNI GIORNO BRANI DELLA SUA AUTOBIOGRAFIA -10

ordinazioneERAVAMO PIU’ DI QUARANTA CANDIDATI. QUANDO VENIMMO CHIAMATI RISPONDEMMO “ADSUM”, SONO QUI. ERA UNA SPLENDIDA GIORNATA D’ESTATE……..

 

Mi sentii felice, quando finalmente fui libero da questa bella, ma pur pesante fatica, e almeno per gli ultimi due mesi potei dedicarmi interamente a prepararmi al grande passo: l’ordinazione sacerdotale, che ricevemmo nel duomo di Frisinga per mano del cardinal Faulhaber, nella festa dei santi Pietro e Paolo dell’anno 1951. Eravamo più di quaranta candidati; quando venimmo chiamati, rispondemmo Adsum, “sono qui”. Era una splendida giornata d’estate, che resta indimenticabile, come il momento più importante della mia vita. Non si deve essere superstiziosi, ma nel momento in cui l’anziano arcivescovo impose le sue mani su di me, un uccellino – forse un’allodola – si levò dall’altare maggiore della cattedrale e intonò un piccolo canto gioioso; per me fu come se una voce dall’alto mi dicesse: va bene così, sei sulla strada giusta. Seguirono poi quattro settimane d’estate, che furono come un’unica, grande festa. Il giorno della prima Messa la nostra chiesa parrocchiale di Sant’Osvaldo era illuminata in tutto il suo splendore, e la gioia che la riempiva quasi palpabilmente coinvolse tutti nell’azione sacra, nella forma vivissima di una “partecipazione attiva”, che non aveva bisogno di una particolare operosità esteriore. Eravamo invitati a portare in tutte le case la benedizione della prima Messa e fummo accolti dovunque, anche da persone completamente sconosciute, con una cordialità, che fino a quel momento non mi sarei nemmeno immaginato. Sperimentai così molto direttamente quali grandi attese gli uomini abbiano nei confronti del sacerdote, quanto aspettino la sua benedizione, che deriva dalla forza del sacramento. Non si trattava della mia persona о di quella di mio fratello: che cosa avrebbero potuto significare per se stessi due giovani come noi per tanta gente che incontravamo? Essi vedevano in noi delle persone cui Cristo aveva affidato un compito, per portare la sua presenza fra gli uomini. Proprio perché al centro non c’eravamo noi, nascevano tanto rapidamente delle relazioni amichevoli.
Rafforzato dall’esperienza di queste settimane, il primo agosto iniziai il mio ministero come coadiutore nella parrocchia del Preziosissimo Sangue a Monaco. La maggior parte della parrocchia si trovava in un quartiere residenziale, in cui abitavano intellettuali, artisti, funzionari, ma c’erano anche dei tratti di strada dove risiedevano piccoli commercianti e impiegati, e inoltre portieri, camerieri e, in generale, il personale di servizio dei ceti più benestanti. La casa parrocchiale, progettata da un celebre architetto ma risultata troppo piccola, era davvero molto accogliente, anche se il gran numero di persone che, a diverso titolo, vi lavoravano per prestare il loro aiuto, creava una certa agitazione. Ma la cosa più decisiva fu l’incontro con il buon parroco Blumschein, che non si limitava a dire che un sacerdote deve “ardere”, ma era lui stesso un uomo che ardeva interiormente. Fino al suo ultimo respiro volle svolgere il suo servizio di sacerdote con tutte le fibre della sua esistenza. Morì mentre portava il viatico a un malato grave. La sua bontà e la sua passione interiore per il ministero diedero a questa parrocchia la sua impronta. Quel che a un primo sguardo poteva sembrare attivismo era in realtà espressione di una disponibilità al servizio vissuta senza limite alcuno. Visto il carico di compiti che mi era stato affidato, avevo davvero bisogno di un modello di questo genere. Dovevo tenere sedici ore di religione in cinque classi diverse, e questo esigeva molta preparazione. Ogni domenica dovevo celebrare almeno due volte e tenere due prediche diverse; ogni mattino, dalle 6 alle 7, ero in confessionale; il sabato pomeriggio quattro ore. Ogni settimana c’erano da celebrare parecchi funerali nei diversi cimiteri della città. Tutto il lavoro coi giovani era sulle mie spalle e a ciò si aggiungevano gli impegni straordinari, come battesimi, matrimoni… Dato che il parroco non si risparmiava, anch’io non potevo né volevo farlo. Vista la mia scarsa preparazione pratica, all’inizio affrontai questi impegni con una certa preoccupazione. Presto però il lavoro con i ragazzi a scuola, che poi implicava anche l’incontro con i genitori, divenne motivo di grande gioia, e anche con i diversi gruppi giovanili cattolici crebbe rapidamente una buona intesa. Altrettanto presto mi resi conto di quanto la mentalità e il modo di vivere di molti ragazzi fossero lontani dalla fede, quanto poco l’insegnamento della religione trovasse ancora appoggio nella vita e nel modo di pensare delle famiglie. Inoltre, non potevo non riconoscere che il modo in cui veniva organizzato il lavoro con i giovani, che era ancora quello maturato nel periodo tra le due guerre, non era più all’altezza dei tempi, nel frattempo mutati, e che quindi bisognava mettersi alla ricerca di forme nuove. Alcune delle riflessioni maturate proprio grazie a queste esperienze, le misi per iscritto diversi anni dopo in un contributo intitolato I nuovi pagani e la Chiesa, che allora divenne argomento di un vivace dibattito.

La mia chiamata al seminario di Frisinga, disposta dai miei superiori il 1° ottobre 1952, suscitò in me sentimenti molto diversi. Da una parte era proprio la soluzione che mi aspettavo, per poter tornare al mio amato lavoro teologico. Dall’altra, soprattutto il primo anno, soffrii molto per la perdita di quella pienezza di relazioni ed esperienze umane che la cura pastorale aveva saputo darmi, tanto che cominciai a chiedermi se non avrei fatto meglio a rimanere nella pastorale parrocchiale. La sensazione che si aveva bisogno di me e che stavo svolgendo un servizio importante mi aveva aiutato a dare l’impossibile e a sperimentare la gioia del ministero sacerdotale, non altrettanto immediatamente percettibile nel nuovo compito che mi era stato affidato. Dovevo tenere un corso sulla pastorale dei sacramenti per gli studenti dell’ultimo anno, per cui potevo attingere solo a un’esperienza piuttosto modesta, ma pur sempre molto vicina e ancora fresca. A ciò si aggiungevano le celebrazioni eucaristiche e l’ascolto delle confessioni in duomo, oltre che la direzione di un gruppo giovanile che era stato messo insieme dal mio predecessore. Soprattutto, però, dovevo portare a termine l’esame di dottorato, che allora era una prova davvero impegnativa: bisognava essere esaminati in otto discipline, ogni volta con un colloquio orale di un’ora e un esame scritto; il tutto era coronato da una disputa pubblica, per la quale si dovevano preparare delle tesi tratte da tutte le discipline teologiche. Fu una grande gioia, soprattutto per mio padre e mia madre, quando nel luglio del 1953 questo atto andò in scena e mi guadagnai il titolo di dottore in teologia.

Joseph Ratzinger – La mia vita

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