PER CELEBRARE IL 90° DI JOSEPH-BENEDETTO RILEGGIAMO OGNI GIORNO BRANI DELLA SUA AUTOBIOGRAFIA -9

GLI ANNI INTENSI DELLO STUDIO DELLA TEOLOGIA. A MONACO SI FACEVA TEOLOGIA IN MANIERA CRITICA, MA CREDENTE. IL DOGMA, NON UN VINCOLO ESTERIORE, MA LA SORGENTE VITALE, CHE RENDE POSSIBILI NUOVE CONOSCENZE.

Quando ripenso agli anni intensi in cui studiavo teologia, posso solo meravigliarmi di tutto quello che oggi si sostiene a proposito della cosiddetta Chiesa “preconciliare”. Tutti noi vivevamo nella percezione della rinascita, avvertita già negli anni Venti, di una teologia capace di porre domande con rinnovato coraggio e di una spiritualità che si sbarazzava di ciò che era ormai invecchiato e superato, per farci rivivere in modo nuovo la gioia della redenzione. Il dogma non era sentito come un vincolo esteriore, ma come la sorgente vitale, che rendeva possibili nuove conoscenze. La Chiesa per noi era viva soprattutto nella liturgia e nella grande ricchezza della tradizione teologica. Non abbiamo preso alla leggera l’esigenza del celibato, ma eravamo comunque convinti di poterci fidare dell’esperienza secolare della Chiesa e che quella rinuncia che essa ci chiedeva, e che penetrava fin nel profondo di noi, sarebbe divenuta feconda. Mentre negli ambienti cattolici della Germania di allora c’era, in generale, un sereno consenso nei confronti del papato e una sincera venerazione per la grande figura di Pio XII, il clima che dominava nella nostra facoltà era un po’ più tiepido.

La teologia che noi apprendevamo era ampiamente segnata dal pensiero storico, così che lo stile delle dichiarazioni romane, più legato alla tradizione neoscolastica, suonava piuttosto estraneo. A questo contribuiva un po’ forse anche un certo orgoglio tedesco, per cui ritenevamo di saperne di più di “quelli laggiù”. Anche le esperienze vissute dal nostro veneratissimo professor Maier suscitavano in noi dei dubbi sull’opportunità di certe dichiarazioni romane, tanto più che, nel frattempo, la teoria delle due fonti, a suo tempo rifiutata, era ormai divenuta di uso corrente. Ma questo tipo di riserve e di sentimenti non compromise in nessun momento il profondo assenso al primato petrino, nella forma in cui era stato definito dal concilio Vaticano I.

In questo contesto vorrei raccontare un episodio che mi sembra illuminare molto bene quella situazione. Quando si era ormai prossimi alla definizione dogmatica dell’assunzione corporea di Maria in cielo, venne richiesto anche il parere delle facoltà teologiche di tutto il mondo. La risposta dei nostri docenti fu decisamente negativa. In questo giudizio si faceva sentire l’unilateralità di un pensiero che aveva un presupposto non solo e non tanto storico, ma storicistico. La tradizione veniva difatti identificata, con ciò che era documentabile nei testi. Il patrologo Altaner, professore a Wurzburg (ma a sua volta originario di Breslavia), aveva dimostrato con criteri scientificamente inoppugnabili che la dottrina dell’assunzione corporea di Maria in cielo era sconosciuta prima del quinto secolo: dunque non poteva far parte della “tradizione apostolica”, e questa fu la conclusione condivisa dai docenti di Monaco. L’argomento è ineccepibile, se si intende la tradizione in senso stretto come trasmissione di contenuti e testi già fissati. Era la posizione sostenuta dai nostri docenti. Ma se si intende la tradizione come il processo vitale, con cui lo Spirito Santo ci introduce alla verità tutta intera e ci insegna a comprendere quel che prima non riuscivamo a percepire (cfr. Gv 16,12s), allora il “ricordarsi” successivo (cfr. Gv 16,4) può scorgere quel che prima non si era visto e pure era già dato, già “tramandato”, nella parola originaria. Ma una prospettiva di questo genere era allora del tutto assente nel pensiero teologico tedesco. Nell’ambito del dialogo ecumenico, al cui vertice stavano l’arcivescovo di Paderborn, Jàger, e il vescovo luterano Stahlin (soprattutto da questo circolo è nato poi il Consiglio per l’unità dei cristiani), all’incirca nel 1949 Gottlieb Sòhngen si pronunciò appassionatamente contro la possibilità del dogma. In tale circostanza Eduard Schlink, professore di teologia sistematica a Heidelberg, gli chiese molto esplicitamente: «Che cosa farà se il dogma venisse comunque proclamato? Non dovrebbe voltare le spalle alla Chiesa cattolica?». Sòhngen, dopo un attimo di riflessione, rispose: «Se il dogma sarà proclamato, mi ricorderò che la Chiesa è più saggia di me e che io ho più fiducia in lei che nella mia erudizione». Credo che questa scena dica tutto sullo spirito con cui a Monaco si faceva teologia, in maniera critica ma credente.

Nell’estate del 1949 un’ala del Georgianum nella Ludwigstrasse di Monaco fu resa sufficientemente abitabile. Anche nell’università, situata proprio di fronte al Georgianum, il numero di aule disponibili era cresciuto, così che potemmo ritornare in città. Notammo subito che c’era ancora molto da fare: alle nostre stanze, situate al terzo piano, si arrivava attraverso uno spazio all’aperto e, almeno all’inizio, salendo su una scala a pioli. Ora era finalmente possibile frequentare anche le lezioni di altre facoltà, anche se l’approssimarsi degli esami finali poneva subito dei limiti a propositi di questo genere. Il vantaggio di abitare in città e di lavorare nella sede vera e propria dell’università era indubbio, ma io sperimentavo anche il lato negativo: a Furstenried, noi tutti, docenti e discenti, tanto i seminaristi che gli studenti e le studentesse della città, eravamo vissuti insieme come una grande famiglia. Ora ci mancavano questa immediatezza e questa vicinanza. Gli anni di Furstenried restano nella mia memoria come un tempo di grandi novità, pieno di speranza e di fiduciosa attesa, ma anche come un tempo di grandi e sofferte decisioni. Quando mi capita di entrare in quel parco, rimasto ancor oggi intatto, le vie esteriori che lo attraversano si uniscono tanto strettamente a quelle interiori, che qui ho cominciato a percorrere, che quel che ho vissuto in quel luogo ritorna vivo e presente dinanzi a me in tutta la sua freschezza.

Dopo l’esame conclusivo degli studi teologici nell’estate del 1950, mi fu inaspettatamente proposto un incarico, che ancora una volta avrebbe comportato un cambiamento di indirizzo per tutta la mia vita. Nella facoltà di teologia vi era la prassi che ogni anno venisse assegnata una ricerca da premiare. Bisognava elaborare un argomento nell’arco di nove mesi e consegnarlo anonimo, contrassegnandolo con un codice che poi avrebbe permesso il riconoscimento. Se un lavoro otteneva il premio (che consisteva in un’assai modesta somma di denaro), esso era anche automaticamente accettato come dissertazione con la valutazione di Summa cum laude. Per chi vinceva erano, dunque, aperte le porte per il dottorato. Ogni anno toccava a un diverso professore proporre l’argomento, così che alla fine venivano affrontate tutte le discipline. Nel mese di luglio Gottlieb Sohngen mi fece sapere che quell’anno sarebbe toccato a lui decidere il tema e che egli si aspettava da me che provassi a cimentarmi con quel lavoro. Me ne sentii obbligato e attesi con ansia il momento in cui sarebbe stato reso noto l’argomento da trattare. Il tema scelto dal maestro fu: popolo e casa di Dio nell’insegnamento di sant’Agostino sulla Chiesa. Dato che negli anni precedenti mi ero assiduamente dedicato alla lettura delle opere dei Padri e avevo anche frequentato un seminario di Sohngen su sant’Agostino, potevo lanciarmi in questa avventura.

In aiuto mi venne anche un’altra circostanza. Nell’autunno del 1949 Alfred Lapple mi aveva regalato l’opera forse più significativa di Henri de Lubac, Catolicismo, nella magistrale traduzione di Hans Urs von Balthasar. Questo libro è divenuto per me una lettura di riferimento. Esso non solo mi trasmise un nuovo e più profondo rapporto con il pensiero dei Padri, ma anche un nuovo e più profondo sguardo sulla teologia e sulla fede in generale. La fede era qui una visione interiore, divenuta nuovamente attuale proprio pensando insieme con i Padri. In quel libro si percepiva il tacito confronto con il liberalismo e con il marxismo, la drammatica lotta del cattolicesimo francese per aprire una nuova breccia alla fede nella vita culturale del nostro tempo. De Lubac accompagnava il suo lettore da un modo individualistico e angustamente moralistico di credere verso il largo di una fede pensata e vissuta socialmente, comunitariamente nella sua stessa essenza, ad una fede che proprio perché era per sua stessa natura anche speranza, investiva la totalità della storia e non si limitava a promettere al singolo la sua beatitudine privata. Mi misi quindi in cerca di altre opere di De Lubac e trassi profondo giovamento soprattutto dalla lettura di Corpus Mysticum, in cui mi si dischiuse un nuovo modo di intendere l’unità di Chiesa ed Eucaristia – al di là di quel che già avevo appreso da Pascher, Schmaus e Sòhngen. Partendo da questa prospettiva, potei  addentrarmi – come mi veniva richiesto – nel dialogo con Agostino, che in molti modi avevo già da lungo tempo tentato.

Joseph Ratzinger – La mia vita

pianoforte

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...