PER CELEBRARE IL NOVANTESIMO DI JOSEPH-BENEDETTO RILEGGIAMO OGNI GIORNO INSIEME BRANI DELLA SUA AUTOBIOGRAFIA – 8

IL SEMINARIO DI FRISINGA – L’INCONTRO CON ALFRED LAPPLE E CON IL PERSONALISMO –  LO STUDIO DELLA TEOLOGIA A MONACO

GIOVANEEra un gruppo variopinto, di circa 120 seminaristi, quello che ora si trovava insieme a Frisinga per incamminarsi sulla strada del sacerdozio. Le differenze di età erano grandi: si andava dal gruppo dei quarantenni fino a noi, un paio di diciannovenni. Molti avevano prestato servizio militare per tutta la guerra, quasi tutti per qualche anno, ed erano passati per orrori e prove che avevano segnato profondamente la loro vita. Si può quindi capire che alcuni di questi vecchi soldati guardassero a noi giovani come a dei bambini immaturi, a cui mancavano le sofferenze necessarie per il ministero sacerdotale e che non erano passati per quelle notti oscure in cui il sì al sacerdozio può ricevere la sua vera forma. Malgrado la grande differenza di esperienze e di orizzonti ci teneva insieme una grande riconoscenza, per il fatto di essere usciti dall’abisso di quegli anni difficili.

Da questa riconoscenza nasceva la volontà determinata di recuperare il tempo perso e di servire Cristo nella sua Chiesa, per un tempo nuovo e migliore, per una Germania migliore, per un mondo migliore. Nessuno dubitava che la Chiesa fosse il luogo delle nostre speranze. Malgrado le molte debolezze umane, essa era stata il polo di opposizione all’ideologia distruttiva della dittatura nazista; essa era rimasta in piedi nell’Inferno, che pure aveva ingoiato i potenti, grazie alla sua forza, proveniente dall’eternità. Noi avevamo la prova: le porte degli inferi non prevarranno su di essa. Sapevamo, per esperienza diretta, che cosa erano “le porte degli inferi” – e potevamo anche vedere con i nostri occhi che la casa costruita sulla roccia si era mantenuta salda. Riconoscenza e voglia di rinascere, di lavorare nella Chiesa e per il mondo: erano questi i sentimenti che dominavano l’atmosfera in quella casa. Ad essi si aggiungeva una fame di conoscenze, che era andata crescendo negli anni della desolazione, in cui eravamo stati esposti al Moloch del potere, cui erano estranei la cultura e lo spirito. Come ho già detto, i libri erano una rarità nella Germania distrutta e separata dal resto del mondo. Tuttavia, malgrado i danni provocati dai bombardamenti, in seminario si era conservata una biblioteca di buon livello, che era almeno in grado di saziare la nostra fame di quel momento. Gli interessi erano molteplici. Non ci si voleva limitare alla teologia in senso stretto, ma porsi all’ascolto dei contemporanei. I romanzi di Gertrud von Le Fort, Elisabeth Langgàsser, Ernst Wiechert venivano divorati; Dostoevskij era tra gli autori che ognuno leggeva, e inoltre i grandi francesi: Claudel, Bernanos, Mauriac. Anche i nuovi sviluppi delle scienze della natura venivano seguiti con interesse. Si riteneva che con la svolta impressa da Planck, Heisenberg, Einstein, la scienza fosse di nuovo sulla via di Dio. L’orientamento antireligioso, che aveva raggiunto il suo apogeo con Haeckel, si era spezzato, e ciò infondeva nuovo coraggio. Il filosofo di Monaco Aloys Wenzel, che a sua volta proveniva dalla fisica, scrisse un’opera di grande successo, la Filosofia della libertà, in cui cercava di dimostrare che l’immagine deterministica del mondo propria della fisica classica, che non lasciava alcuno spazio a Dio, era stata rimpiazzata da un’immagine aperta del mondo, in cui c’è spazio per il nuovo, per ciò che non può essere previsto e predeterminato fin dall’inizio. In campo teologico e filosofico Romano Guardini, Josef Pieper, Theodor Hacker e Peter Wust erano gli autori la cui voce ci toccava più da vicino.
Si rivelò importante il fatto che come prefetto della sala di studio (non c’erano camere singole) ci venne assegnato un teologo da poco rientrato dalla prigionia inglese: Alfred Làpple, che in seguito avrebbe operato come pedagogo a Salisburgo e che sarebbe divenuto celebre come uno dei più fecondi scrittori religiosi del nostro tempo. Già prima della guerra aveva cominciato a lavorare a una dissertazione in teologia sull’idea di coscienza nel cardinal Newman con Theodor Steinbuchel, che allora insegnava teologia morale a Monaco; la sua presenza si rivelò per noi particolarmente stimolante grazie all’ampiezza delle sue conoscenze di storia della filosofia e al suo gusto per il dibattito. Lessi i due volumi di Steinbuchel, dedicati alla fondazione filosofica della teologia morale, che erano appena apparsi in nuova edizione e vi trovai soprattutto un’eccellente introduzione al pensiero di Heidegger e Jaspers, come anche alle filosofie di Nietzsche, Klages, Bergson. Ancora più importante fu un’altra opera di Steinbuchel, La svolta del pensiero: come si riteneva di poter constatare in fisica l’abbandono dell’immagine meccanicistica del mondo e una svolta verso una nuova apertura all’Ignoto e anche all’Ignoto conosciuto – Dio -, così si riteneva di poter osservare anche in filosofia un ritorno alla metafisica, che da Kant in avanti era stata ritenuta inadeguata. Steinbuchel, che aveva iniziato il suo cammino con degli studi su Hegel e sul socialismo, presentava nel libro citato lo sviluppo, dovuto in particolare a Ferdinand Ebner, del personalismo che anche per lui era divenuto una svolta nel suo cammino culturale. L’incontro con il personalismo, che poi trovammo esplicitato con grande forza persuasiva nel grande pensatore ebreo Martin Buber, fu un evento che segnò profondamente il mio cammino spirituale, anche se il personalismo, nel mio caso, si legò quasi da sé con il pensiero di Agostino che, nelle Confessioni, mi venne incontro in tutta la sua passionalità e profondità umane. Ebbi, invece, delle difficoltà nell’accesso al pensiero di Tommaso d’Aquino, la cui logica cristallina mi pareva troppo chiusa in se stessa, troppo impersonale e preconfezionata. Ciò dipese probabilmente anche dal fatto che il filosofo del nostro seminario, Arnold Wilmsen, ci presentava un rigido tomismo neoscolastico, che per me era semplicemente troppo lontano dalle mie domande personali…..

Lo studio era alimentato, come ho già ricordato, dalla fame comune di conoscenza, ma trovò anche delle condizioni favorevoli nel clima familiare che regnava in seminario, malgrado tutte le differenze di età e di formazione culturale. A ciò contribuiva decisamente la personalità del nostro rettore, Michael Hock, che aveva trascorso cinque anni nel campo di concentramento di Dachau e che noi, per i suoi modi benevoli e cordiali, chiamavamo semplicemente “il padre”. In casa si faceva inoltre molta musica e, in occasione di alcune feste, si recitavano anche dei pezzi teatrali. Ma, soprattutto, restano come preziosi ricordi le grandi feste liturgiche in cattedrale e la preghiera silenziosa nella cappella del seminario. La grande figura dell’anziano cardinal Faulhaber mi colpì profondamente. Si percepiva sensibilmente il peso delle sofferenze che aveva sopportato negli anni del nazismo e che ora gli conferiva un invisibile alone di dignità. Non cercavamo in lui “un vescovo accessibile”: mi colpiva piuttosto la veneranda grandezza della sua missione, con cui egli si era del tutto identificato.

LO STUDIO DELLA TEOLOGIA A MONACO

Con il semestre estivo del 1947 si concluse anche il biennio di studi filosofici, previsto dal piano di studi allora in vigore, e bisognava prendere una nuova decisione. Per chiarire di che cosa si trattava, bisogna dare qualche spiegazione sul contesto. In Baviera c’erano allora due facoltà teologiche situate all’interno di università statali: a Monaco e a Wurzburg. A Eichstatt c’era un seminario tridentino nel senso stretto della parola, ovvero un seminario per la preparazione dei sacerdoti, con un corpo docente indipendente e sottoposto solo al vescovo, che era il responsabile ultimo della formazione teologica. In cinque diocesi – tra cui quella di MonacoFrisinga – c’era un seminario diocesano, affiliato a una facoltà riconosciuta dallo Stato. La sede del seminario della nostra diocesi era Frisinga. La facoltà teologica di Monaco non serviva quindi alla formazione sacerdotale di una sola diocesi. Per questo a Monaco non c’era neppure un seminario diocesano, ma il cosiddetto Georgianum, che era stato fondato dal duca Giorgio il Ricco a Ingolstadt per i candidati al sacerdozio provenienti da tutta la Baviera. Questa istituzione, insieme con l’università di Ingolstadt, si trasferì dapprima a Landshut, poi a Monaco. Con la creazione dei seminari diocesani, la sua funzione divenne quella di offrire ospitalità ai teologi che intendevano studiare teologia in università e che, per questo, ricevevano l’approvazione del loro vescovo. Con altri due studenti del mio anno, mi decisi a indirizzare al vescovo la richiesta di proseguire gli studi a Monaco, ricevendone la necessaria approvazione. Studiando in università, speravo di poter penetrare ancor più in profondità nel dibattito culturale del nostro tempo ed, eventualmente, di potermi un giorno dedicare completamente alla teologia scientifica. Poiché, per mancanza di combustibile, non era possibile organizzare un vero e proprio semestre invernale, fu deciso che l’anno accademico 1947/1948 sarebbe iniziato già il 1° settembre; in compenso saremmo andati in vacanza da Natale a Pasqua, dunque per più di tre mesi e mezzo. Arrivammo quindi a Monaco alla fine di agosto, per gli esercizi spirituali che precedevano l’anno accademico. Molti degli edifici universitari erano cumuli di macerie. Anche la biblioteca era in gran parte inaccessibile. La facoltà teologica aveva trovato una sistemazione provvisoria nell’ex residenza di caccia di Furstenried, a sud di Monaco. Qui l’infelice re Ottone aveva trascorso i decenni della sua follia fino alla prima guerra mondiale. Dopo la fine della monarchia l’arcidiocesi di Monaco era entrata in possesso di quel piccolo castello e lo aveva adibito a casa di esercizi. Nella situazione di bisogno degli anni Venti vi erano stati aggiunti due modesti edifici, in cui venne ospitato un seminario per vocazioni adulte. In questi due edifici vennero provvisoriamente sistemati tanto la facoltà teologica che il Georgianum. La mancanza di spazio era cronica: in una sola casa abitavano due professori, c’erano la segreteria della facoltà e la sala delle riunioni, inoltre le biblioteche seminariali per la teologia pastorale, la storia della Chiesa e l’esegesi dell’Antico e del Nuovo Testamento, oltre ai locali dove noi studiavamo e dormivamo. Data la mancanza di spazio, si dormiva in letti a castello. Quando, il primo giorno, aprii gli occhi ancora mezzo addormentato, credetti per un attimo di essere ancora in guerra e di ritrovarmi di nuovo nella nostra batteria antiaerea. Anche il vitto era scarso, dato che non si poteva fare affidamento su una propria fattoria, come invece avveniva a Frisinga. Nel castello c’era un piccolo lazzaretto, esso pure destinato a dei feriti di guerra stranieri, e, inoltre, la casa per gli esercizi. Di straordinario, invece, c’era il fatto che avevamo a nostra disposizione il bel parco del castello, che era suddiviso in due parti, una strutturata come un giardino all’inglese, l’altra alla francese. Molto spesso me ne andavo a passeggiare per quel parco, immerso in molti pensieri; là sono maturate le decisioni di quegli anni e là ho riflettuto su quel che ci veniva detto nelle ore di lezione, cercando di trarne una mia visione delle cose. Il clima tra di noi era più asciutto che a Frisinga. Non c’era quella spontanea cordialità che là dominava. Eravamo un gruppo troppo eterogeneo perché questo potesse avvenire: c’erano studenti da tutta la Germania, soprattutto dal nord, e, inoltre, molti che ormai stavano concludendo il dottorato e che erano già molto avanti con il loro lavoro. L’interesse intellettuale era dominante e generava un certo individualismo, mentre a Frisinga la volontà comune di impegnarsi presto nella pastorale contribuiva a creare dei legami reciproci molto stretti. Qui l’accento sulle lezioni era più forte e intorno ai corsi si creava lo spazio per degli interessi comuni, per lo scambio di domande e di risposte.
C’era in me una fortissima aspettativa nei confronti dei corsi tenuti dai nostri grandi professori di università. Il luogo, poi, in cui essi si tenevano era molto particolare. Dato che non c’era una vera e propria aula, le lezioni si svolgevano nella serra del giardino del castello. Quando vi entrammo per la prima volta fummo accolti da una calura rovente, che in inverno fu compensata da un freddo altrettanto pungente.

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