PER IL NOVANTESIMO COMPLEANNO DI JOSEPH -BENEDETTO, RILEGGIAMO OGNI GIORNO LA SUA AUTOBIOGRAFIA – 7

IMPROVVISAMENTE MI DECISI AD ANDARMENE A CASA ANCHE SE SAPEVO CHE AVEVANO L’ORDINE DI FUCILARE SUL POSTO I DISERTORI…..E POI LA PRIGIONIA DEGLI AMERICANI….E FINALMENTE IL 19 GIUGNO 1945 LA DEFINITIVA FINE DELLA GUERRA, ANCHE PER ME

La morte di Hitler rafforzò la speranza che la fine fosse vicina. Ma la lentezza con cui gli americani procedevano nella loro avanzata continuava a differire il giorno della liberazione. Alla fine di aprile о ai primi di maggio – non ricordo più con precisione – mi decisi ad andarmene a casa. Sapevo che la città era circondata da soldati che avevano l’ordine di fucilare sul posto i disertori. Per questo, per uscire dalla città, presi una strada secondaria nella speranza di passare indisturbato. Ma all’uscita di una galleria c’erano due soldati di sentinella e per un momento la situazione si fece estremamente critica. Per fortuna, erano di quelli che non ne potevano più della guerra e non volevano trasformarsi in assassini. Ovviamente, dovevano escogitare una scusa, per lasciarmi passare. Avevo il braccio fasciato e allacciato al collo per una ferita. Essi allora dissero: “Camerata, sei ferito. Passa pure”. In questo modo riuscii ad arrivare a casa incolume. Sedute a tavola c’erano alcune suore delle Dame Inglesi, a cui mia sorella era molto legata. Stavano studiando una carta e cercavano di capire quando gli americani sarebbero arrivati. Quando entrai, ritennero che l’arrivo di un soldato sarebbe stata una sicura difesa per la casa – ma si trattava proprio del contrario. Nei giorni seguenti dapprima venne alloggiato presso di noi un maresciallo della Luftwaffe, un simpatico cattolico berlinese, che stranamente, con una logica per noi inesplicabile, continuava a credere nella vittoria finale del Reich tedesco.

Mio padre, che ebbe con lui delle accese discussioni sull’argomento, riuscì infine a convincerlo del contrario. Poi vennero alloggiati in casa nostra due membri delle SS e la situazione si fece pericolosa per una doppia serie di ragioni. Essi non potevano non accorgersi che ero nell’età del servizio militare e, difatti, cominciarono a fare domande sulla mia posizione. Tutti sapevano che, dalle nostre parti, gli uomini delle SS avevano già impiccato diversi soldati che si erano allontanati dai loro reparti. Inoltre mio padre non riusciva a trattenersi dal rovesciare loro addosso tutto la sua rabbia contro Hitler, cosa che normalmente sarebbe equivalso a una condanna a morte. Ma pareva proprio che un angelo particolare vegliasse su di noi. I due se ne andarono il giorno dopo, senza procurarci dei guai. Finalmente anche nel nostro paese arrivarono gli americani. Pur essendo la nostra casa priva di ogni comodità, essi la scelsero come loro quartier generale. Venni identificato come soldato, dovetti indossare nuovamente l’uniforme che avevo già messo da parte, alzare le mani e prendere posto tra i prigionieri di guerra che, sempre più numerosi, vennero acquartierati proprio sul nostro prato. Soprattutto mia madre soffrì profondamente nel vedere suo figlio e quei resti dell’esercito sconfitto starsene là, senza alcuna certezza, guardati a vista da soldati americani armati fino ai denti. Speravamo di essere presto liberati, ma mio padre e mia madre riuscirono a farmi avere tante piccole cose utili per le giornate che ancora mi stavano davanti, mentre io stesso mi infilai in tasca un grosso quaderno e una matita – una scelta apparentemente poco pratica, mentre, in realtà, quel quaderno si rivelò per me una meravigliosa compagnia, poiché, giorno dopo giorno, vi potei segnare pensieri e riflessioni di ogni genere; arrivai per sino a cimentarmi con la composizione di esametri greci.

Marciammo per tre giorni sull’autostrada vuota fino a Bad Aibling, in una fila che si andava via via ingrossando fino a divenire interminabile. I soldati americani fotografavano soprattutto noi, i giovanissimi, e gli anziani, per portarsi a casa il ricordo dell’esercito sconfitto e della desolata condizione di chi ne faceva parte. Poi rimanemmo un paio di giorni all’aperto sul campo dell’aeroporto militare di Bad Aibling, finché fummo trasportati su un esteso terreno agricolo, dove erano stati acquartierati circa 50.000 prigionieri. Anche gli americani apparivano in difficoltà nel gestire cifre di questo genere. Restammo all’aperto fino alla fine della nostra prigionia. Il vitto consisteva in un mestolo di minestra e un pezzo di pane al giorno. Alcuni fortunati avevano portato con sé una tenda. Quando, dopo un lungo periodo di bel tempo, cominciò a piovere, si formarono dei gruppi, per cercare un misero riparo dall’offesa del maltempo. Davanti a noi, a segnare il limite dell’orizzonte, la sagoma maestosa del duomo di Ulm, la cui vista giorno dopo giorno diventava per me un consolante annuncio della perenne umanità della fede. Ma anche nello stesso campo di concentramento fiorivano sempre di più delle iniziative caritatevoli. C’erano là alcuni sacerdoti, che ogni giorno celebravano all’aperto la Santa Messa, per la quale si raccoglieva un gruppo di partecipanti non particolarmente grande, ma riconoscente. Si radunavano studenti di teologia degli ultimi semestri, ma anche laureati e universitari di varia origine – giuristi, storici dell’arte, filosofi – così che potè svilupparsi un ricco programma di conferenze, che dava una certa articolazione alle nostre vuote giornate, arricchiva le conoscenze e, a poco a poco, faceva nascere delle amicizie al di là dei blocchi del campo di concentramento. Vivevamo senza orologi, senza calendario, senza giornali; solo tramite delle voci spesso confuse e frammentarie arrivava all’interno del nostro mondo recintato dal filo spinato qualcosa di quel che accadeva fuori. Solo all’inizio di giugno, se ben mi ricordo, cominciarono a rilasciarci e ogni vuoto nelle nostre fila era per noi un segno di speranza. Si procedeva per classi sociali: i primi furono gli agricoltori, gli ultimi – perché considerati i meno utili in quelle circostanze – gli studenti. In quella situazione, come si può ben capire, molti laureati si dichiaravano contadini, e molti si ricordavano di qualche lontano parente о conoscente che risiedeva in Baviera, per essere rilasciati proprio in questa regione, dato che la zona di occupazione americana era considerata la più sicura e la più ricca di prospettive. Alla fine arrivò anche il mio turno.
Il 19 giugno dovetti passare i diversi controlli e gli esami di rito, finché, ebbro di gioia, mi trovai tra le mani il foglio di congedo, con cui la fine della guerra diventava realtà anche per me…..arrivai nella mia città ancor prima del tramonto del sole; la Gerusalemme celeste in quel momento non mi sarebbe potuta apparire più bella. Dalla chiesa udivo pregare e cantare, era la sera del venerdì del Sacro Cuore. Non volli disturbare e, quindi, non entrai, ma mi affrettai verso casa quanto più velocemente potevo. Quando all’improvviso mi vide vivo, davanti a lui, mio padre non stava più in sé dalla gioia. Mia madre e mia sorella erano in chiesa. Mentre tornavano a casa, delle ragazze dissero loro che mi avevano visto passare di corsa. Nella mia vita non ho più mangiato un pasto tanto gustoso come quello che mia madre mi preparò quella volta con i prodotti del nostro orticello. Perché la nostra gioia fosse piena mancava però ancora qualcosa. Dall’inizio di aprile non avevamo più avuto notizie di mio fratello. A casa nostra si era quindi in ansia, sia pur silenziosamente. Tanto più grande fu perciò la nostra gioia quando, in una calda giornata di luglio, si sentirono improvvisamente dei passi e colui del quale per tanto tempo non si era saputo nulla, era ora in mezzo a noi, abbronzato dal sole d’Italia, e, riconoscente e sollevato, intonava sul nostro pianoforte il Grosser Gott, wir loben dich2. I mesi successivi, in cui potemmo gustare la ritrovata libertà, che ora avevamo imparato a stimare nel suo giusto valore, sono tra i più bei ricordi della mia vita. A poco a poco i dispersi facevano ritorno. Ci cercavamo a vicenda, ci scambiavamo i ricordi e i nuovi progetti di vita.

giovane seminarista in famigliaMio fratello e io, insieme con molti altri reduci, lavoravamo, per quanto possibile, nel seminario semidistrutto, che per sei anni era stato adibito a ospedale militare, per renderlo nuovamente utilizzabile per il suo scopo originario. Di libri, nella Germania distrutta ed economicamente prostrata, non era  possibile acquistarne. Ma dal parroco e in seminario potevamo ricevere qualcosa in prestito, cercando così di muovere i primi passi sul terreno sconosciuto della filosofia e della teologia. Mio fratello si dedicava appassionatamente alla musica, che è il suo carisma particolare. Durante le feste di Natale riuscimmo a combinare un incontro tra i nostri compagni di classe; molti erano caduti e, a maggior ragione, i reduci erano riconoscenti per il dono della vita e per la speranza che rinasceva, pur in mezzo a tutte le distruzioni.

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