PER CELEBRARE IL 90° COMPLEANNO DI JOSEPH RATZINGER OGNI GIORNO RILEGGIAMO INSIEME BRANI TRATTI DALLA SUA AUTOBIOGRAFIA – 4

NEL 1935

L’INESAURIBILE REALTA’ DELLA LITURGIA CATTOLICA MI HA ACCOMPAGNATO IN OGNI FASE DELLA MIA VITA.

Che cos’era lo Schott? Alla fine del secolo scorso Anselm Schott, abate del monastero benedettino di Beuron, aveva tradotto il messale in tedesco. C’erano delle edizioni solo in lingua tedesca, altre in cui singole parti della messa erano riportate tanto in latino che in tedesco, altre ancora in cui era riportato tutto il testo latino, con accanto la traduzione tedesca. Un parroco molto aperto aveva donato ai miei genitori lo Schott in occasione del loro matrimonio, nel 1920; per questo quel libro di preghiera fu da sempre presente nella nostra famiglia. I nostri genitori ci hanno fin da piccoli aiutati a entrare nella liturgia: c’era un libro di preghiera per i bambini ispirato al messale, in cui lo svolgersi dell’azione liturgica era illustrato con immagini, così che si potesse seguire bene quel che avveniva; esso presentava poi di volta in volta una breve preghiera, in cui l’essenziale delle singole parti della liturgia veniva sintetizzato e reso accessibile per la preghiera dei bambini. Come passo successivo ricevetti uno Schott per bambini, in cui erano già riportati i testi più importanti della liturgia; poi lo Schott della domenica, in cui la liturgia della domenica e dei giorni festivi era riportata integralmente, e, infine, il messale quotidiano completo. Ogni nuovo passo che mi faceva entrare più profondamente nella liturgia era per me un grande avvenimento. I volumetti che di volta in volta io ricevevo erano qualcosa di prezioso, come non potevo sognarne di più belli. Era un’avventura avvincente entrare a poco a poco nel misterioso mondo della liturgia, che si svolgeva là, sull’altare, davanti a noi e per noi. Comprendevo sempre più chiaramente che qui io incontravo una realtà che non era stata inventata da qualcuno, che non era la creazione di un’autorità qualsiasi, né di una singola, grande personalità. Questo misterioso intreccio di testi e di azioni era cresciuto nel corso dei secoli dalla fede della Chiesa. Portava in sé il peso di tutta la storia ed era, insieme, molto di più che un prodotto della storia umana. Ogni secolo vi aveva apportato qualcosa di suo: le introduzioni ci permettevano di capire quel che aveva avuto origine nella Chiesa primitiva, nel medioevo, in epoca moderna. Non tutto era logico, molte cose erano complicate e non era sempre facile orientarsi. Ma proprio per questo l’edificio era meraviglioso e ci si sentiva a casa. Ovviamente, da bambino non capivo ogni singolo particolare, ma il mio cammino con la liturgia era un processo di continua crescita in una grande realtà che superava tutte le individualità e le generazioni, che diventava occasione di stupore e scoperte sempre nuovi. L’inesauribile realtà della liturgia cattolica mi ha accompagnato attraverso tutte le fasi della mia vita; per questo, non posso non parlarne continuamente.

GLI ANNI DEL GINNASIO A TRAUNSTEIN
A quel tempo, a causa delle onerose prestazioni fisiche richieste dal loro lavoro, i gendarmi venivano messi in pensione a sessant’anni. Mio padre attendeva con impazienza quel giorno. I numerosi turni notturni di sorveglianza, che rientravano tra i suoi compiti, lo mettevano duramente alla prova; ma ancor di più gli pesava la situazione politica in cui doveva svolgere il suo compito. Prese un lungo periodo di congedo per malattia, durante il quale si recava spesso a fare delle passeggiate con me e mi raccontava della sua vita. Finalmente, il 6 marzo 1937 giunse il suo sessantesimo compleanno. Già nel 1933 i miei genitori erano riusciti ad acquistare a un prezzo conveniente una vecchia casa contadina dell’anno 1726 (così stava inciso, se ben mi ricordo, su una trave del tetto), alla periferia di Traunstein. I proprietari precedenti avevano svenduto i loro terreni; per questo alla casa era annesso ormai soltanto un grande prato, dove si innalzavano due possenti ciliegi e, inoltre, dei meli, dei peri e dei prugni. Il terreno era delimitato da un bosco di querce, da cui ci separavano solo pochi passi, che poi cedeva il posto a una foresta di conifere che si estendeva per parecchie ore di cammino. La proprietà era costruita nello stile alpino tipico della zona di Salisburgo; fienile e stalle sotto un unico tetto insieme con lo spazio abitativo. Il tetto delle stalle e del fienile era ancora coperto di assicelle di legno, appesantite e protette dal vento con delle pietre. Non c’era l’acqua corrente, in compenso davanti alla casa scorreva una fontanella che dava un’acqua fresca e deliziosa. Più tardi, però, quando vicino alla nostra furono edificate altre case con fontane, la nostra finiva sempre per prosciugarsi in tempi di siccità. Le finestre della camera da letto, dove dormivamo noi ragazzi, davano verso sud. Al mattino, quando aprivamo le tendine, vedevamo davanti a noi l’Hochfellen e l’Hochgern, le due “montagne domestiche” di Traunstein, tanto vicine che ci pareva di poterle toccare. Col passare degli anni nostra madre riuscì a trasformare quella casa, inizialmente un po’ decaduta, che mio padre aveva fatto restaurare, in una splendida abitazione. Davanti alle finestre c’erano delle fioriere. Dai campi ricavò due orticelli, in cui crescevano tante cose utili e che erano circondati da una quantità di fiori. Le condizioni in cui avevamo ricevuto quella casa erano state per mio padre motivo di non poche preoccupazioni, ma per noi bambini era un paradiso, che non avremmo potuto immaginare più bello. C’erano ampi fienili pieni di misteri, e inoltre una stanza semioscura adibita a laboratorio di tessitura, in cui dei precedenti proprietari avevano svolto questo lavoro. E poi il prato, la fontanella, gli alberi, il bosco … Qui, dopo tanto peregrinare, avevamo finalmente trovato un posto dove ci sentivamo a casa nostra; qui la mia memoria torna spesso riconoscente. Indimenticabile resta la prima impressione di quel luogo: il camion con le nostre masserizie ci aveva preceduto; arrivammo con l’auto della padrona di casa di Aschau e la prima cosa che vedemmo fu il prato, coperto di primule. Era l’inizio di aprile. Con il trasloco a Traunstein cominciò però, anche per me, un nuovo, importante e difficile periodo. Pochi giorni dopo il nostro arrivo la scuola aprì le sue porte; cominciai allora la prima classe del “ginnasio umanistico”, corrispondente all’attuale indirizzo classico. Per arrivare a scuola dovevo camminare per circa mezz’ora, un tempo sufficiente per guardarsi intorno e riflettere, ma anche per ripetere quel che si era imparato a scuola. La scuola primaria di Aschau, alla fine, aveva ormai poco da offrire; ora, invece, dovevo studiare una nuova materia e far fronte a nuove, più esigenti, richieste, tanto più che ero il più giovane e uno dei più piccoli di tutta la classe. Il latino veniva ancora insegnato come base di tutto l’apprendimento scolastico, con una severità e un rigore di cui, poi, sono rimasto grato per tutta la vita: come teologo non ho mai avuto delle difficoltà a studiare le antiche fonti in latino e in greco e, a Roma, durante il Concilio, riuscii rapidamente ad ambientarmi nel latino teologico parlato in quella circostanza, benché io non avessi mai seguito lezioni universitarie tenute in latino. Anche

Joseph Ratzinger – La mia vita

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