BENEDETTO XVI – UN PAPA TOTALE

georg-e-benUNO SGUARDO RETROSPETTIVO CHE FA EMERGERE LA FIGURA DI UN PASTORE DI GRANDE LEVATURA, CHE RIMANE TALE ANCHE DOPO AVER LASCIATO LE REDINI DEL GOVERNO DELLA CHIESA.

Vorrei sottolineare sei fili conduttori, che mi pare caratterizzino la personalità di Papa Benedetto e aiutano a comprendere meglio il suo operato.

Primo filo conduttore: L’evangelico servizio petrino

Il pontificato di Benedetto XVI è stato in primo luogo contrassegnato dalla sua vigorosa e ferma richiesta di adoperarsi affinché al centro della vita della Chiesa tornasse ad esserci una realtà della quale solo la Chiesa conserva l’identità: la parola di Dio!

Essa di certo non risiede semplicemente in un passato lontano, in un mero ricordo storico; piuttosto la Parola parla al e nel nostro presente e ci sollecita nel vissuto personale e quotidiano.

Benedetto XVI si è dedicato alla parola di Dio con la coscienza che, come ha detto poco dopo la sua elezione, egli non si proponeva alcun programma di governo, per lo meno non così come lo si intende comunemente; piuttosto egli ha dichiarato inequivocabilmente: “Il mio vero programma di governo è quello di non fare la mia volontà, di non perseguire mie idee, ma di mettermi in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare da Lui, cosicché sia Egli stesso a guidare la Chiesa in questa ora della nostra storia” (Benedetto XVI, Omelia della Santa Messa per l’inizio del ministero petrino del Vescovo di Roma, 24 aprile 2005).

Poiché Benedetto ha visto come compito primario del suo ministero quello di vincolare l’intera Chiesa alla parola di Dio e di garantirne l’obbedienza ad essa, egli era anche cosciente del fatto che il suo primo dovere consisteva nel vivere lui stesso nell’obbedienza esemplare. E poiché ha amato così tanto la Sacra Scrittura e ha guidato gli uomini con l’annuncio e la predicazione alla conoscenza del Vangelo, il suo servizio petrino avrebbe dovuto essere caratterizzato come un pontificato in tutto e per tutto evangelico. Per questo motivo, nell’ ultima udienza generale, con la quale si è congedato come vescovo di Roma, Benedetto ha potuto confessare con franchezza, di essere stato accompagnato sempre nel suo ministero di successore di Pietro dalla solida coscienza “che la Chiesa crea la sua vita a partire dalla parola di Dio” (Benedetto XVI, Discorso all’Udienza generale del 27 febbraio 2013).

Papa Benedetto ha inteso e concepito il suo pontificato secondo il significato che ad esso attribuiva Sant’Ignazio di Antiochia, il quale nella sua Lettera ai Romani (circa nell’anno 110), ha indicato e vissuto la Chiesa di Roma come colei che ha la “presidenza nell’amore”, e questo nella convinzione che la presidenza nella fede e nella sua dottrina deve essere anche e soprattutto presidenza nell’amore. Perché una fede senza amore non sarebbe fede nel Dio biblico; la dottrina della Chiesa raggiunge i cuori degli uomini solo se conduce all’amore.

Riluce qui il motivo più profondo, per cui nel pensiero e nell’operare di Benedetto XVI verità e amore non sono termini in contraddizione; piuttosto si esigono e alimentano vicendevolmente, poiché la verità senza l’amore può diventare brutale e l’amore senza verità può diventare banale. Papa Benedetto ha, per questo, riassunto nella loro unità inscindibile la verità della fede nell’amore di Dio per l’uomo e nell’amore dell’uomo verso Dio e verso i suoi fratelli, ponendo tutto il suo pontificato al servizio dell’annuncio di questa fede. Poiché egli ha guidato la Chiesa principalmente attraverso la sua dottrina, del suo pontificato in futuro, come eredità, resterà senz’altro il suo magistero, che ha esercitato non solo con le sue tre encicliche – Deus caritas est, Spe salvi, Caritas in veritate –, ma anche nel corso delle udienze generali con le sue profonde catechesi sugli apostoli e soprattutto su San Paolo, sui Padri della Chiesa e sui grandi teologi e le grandi teologhe nella storia della Chiesa, sul sacerdozio, sulla preghiera e sulla fede.

Secondo filo conduttore: Il servizio alla verità, alla ragione e alla bellezza della fede

Papa Benedetto, nel suo ricco magistero, non ha mai perso di vista la fede dei semplici. Egli era piuttosto convinto che la verità della fede si manifesta in ultima analisi ai semplici e ai cuori umili e può essere colta solo con gli occhi della fede, come lui stesso ha detto nel suo messaggio “Urbi et Orbi” del Natale 2010: “Se la verità fosse solo una formula matematica, in un certo senso si imporrebbe da sé. Se invece la Verità è Amore, domanda la fede, il ‘sì’ del nostro cuore” (Benedetto XVI, Messaggio “Urbi et Orbi”, 25 dicembre 2010).

Per poter essere e rimanere una fede umana, la fede cristiana deve quindi cercare continuamente il dialogo con la ragione umana. Il dialogo tra fede e ragione è stato particolarmente a cuore a Benedetto XVI, poiché egli era profondamente convinto che esse dipendano l’una dall’altra e solo nel dialogo reciproco possono essere superate le patologie della ragione e possono essere evitate le malattie della fede. Perché senza la fede la ragione minaccia di diventare unilaterale e unidimensionale; e senza la ragione la fede minaccia di nascondere la sua verità e di diventare fondamentalista. Questi temi sono stati continuamente chiamati in causa anche nel corso dei suoi oltre venti viaggi apostolici all’estero e in Italia, e soprattutto negli incontri con il mondo della cultura, della scienza e della politica. Così facendo egli ha offerto spunti essenziali per una riflessione profonda sulla fede e sulla sua forza illuminante per la convivenza tra gli uomini.

Con la convinzione che la domanda di Dio è di fondamentale significato per le questioni che attengono al futuro dell’umanità. Con la sua fondamentale omiletica, Papa Benedetto ha inteso contribuire a tenere viva la questione di Dio nelle società moderne.

Il dialogo tra fede e ragione per Benedetto XVI è stato essenziale soprattutto perché Dio stesso è logos e l’intera creazione è testimone di quella ragione. Il logos non è solo una ragione matematica, ma ha anche un cuore ed è amore. Da ciò Papa Ratzinger ha tratto la seguente conclusione: “La verità è bella, verità e bellezza vanno insieme: la bellezza è il sigillo della verità” (Benedetto XVI, Discorso per la chiusura degli Esercizi Spirituali della Curia Romana, 23 febbraio 2013).

È stata davvero un’esigenza del cuore di Benedetto XVI la coltivazione del dialogo con l’arte, in quanto mondo della bellezza, ma anche e soprattutto egli si è adoperato per portare alla luce la bellezza della fede stessa, per far sì che della fede non si parlasse soltanto, ma che essa soprattutto venisse celebrata.

Terzo filo conduttore: Riforma silenziosa dal centro della fede

Da quanto detto si capisce il valore fondamentale che ha avuto la liturgia non solo nel suo servizio petrino, ma soprattutto nel pensiero di questo fine teologo, come egli stesso ha riconosciuto: “Così come ho imparato ad intendere il Nuovo Testamento come l’anima della teologia, così ho colto la liturgia come il suo motivo di vita, senza la quale quella inaridisce.” (Joseph Ratzinger, La mia vita, Milano 1997, 64).

Papa Benedetto si è impegnato soprattutto perché la liturgia fosse celebrata nella sua bellezza, poiché essa è celebrazione della presenza e dell’opera del Dio vivente e perché essa vuole condurci cioè al e nel mistero di Dio. Questo vale in particolare per la celebrazione dell’Eucaristia, che per Benedetto è il gesto di adorazione più elementare e grande della Chiesa e che scaturisce continuamente da essa. Per questo motivo la Messa non è semplicemente un accadere isolato nella Chiesa: la Chiesa è nella sua essenza celebrazione eucaristica e vive nella comunione dell’Eucaristia.

Agli occhi di Papa Benedetto è dalla liturgia che deve derivare ogni riforma della Chiesa, perché solo essa può essere un rinnovamento della fede che parte dal centro, perché nel suo senso originario la riforma è un processo spirituale strettamente imparentato con la conversione. In considerazione di ciò va inteso in tutta la sua drammaticità il fatto che proprio un Papa per il quale non ha ponderato l’apparenza esteriore, quanto l’essere interiore della Chiesa e il suo rinnovamento, si sia dovuto occupare nel corso del suo pontificato di così tanti problemi emersi a livello d’opinione pubblica, come Vatileaks, fino alla particolarmente dolorosa piaga della pedofilia esplosa proprio nell’anno sacerdotale. Tutto ciò possiamo però leggerlo in chiave provvidenziale se consideriamo che solo un Papa cui interessi il rinnovamento interiore della Chiesa e che sia a conoscenza anche dell’abisso del peccato e del male presente nella Chiesa stessa può essere in grado di rimuovere da essa così tanta sporcizia.

Papa Benedetto ha usato e consumato molta energia al servizio di questa, per così dire, silenziosa riforma della Chiesa. Con grande sensibilità, egli ha preso in considerazione la situazione critica della fede soprattutto, ma non solo, in Europa, e così facendo si è convinto che la riforma della Chiesa deve iniziare con un rinnovamento della fede che parta dal suo nucleo centrale. Per lui la promozione di una nuova evangelizzazione nelle società moderne ha rappresentato un suo desiderio fondamentale e facendola propria egli ha anche accolto una delle richieste decisive del Concilio Vaticano II, a cui come teologo ha partecipato ed alla cui stesura dei testi ha collaborato e che gli è servito come permanente cornice di riferimento del suo magistero. Benedetto XVI è stato un Papa coerentemente legato al Concilio Vaticano Secondo. È uno dei suoi grandi meriti, dunque anche parte dell’eredità del suo pontificato, il fatto che egli si sia occupato intensamente dell’interpretazione autentica del Concilio e della sua ricezione nella Chiesa, che l’abbia difesa dalle molteplici messe in discussione e, in risposta a quelle correnti di parte progressista e tradizionalista che nel Concilio Vaticano II salutano o lamentano una rottura con la tradizione, abbia sostenuto il concetto dell’ermeneutica della riforma nella continuità.

Quarto filo conduttore: Dialogo al servizio della Pace

Con fedeltà indefettibile al Concilio, Papa Benedetto ha posto l’accento su quei temi che in maniera                                                                                                                                                                                              particolare hanno a che fare con il dialogo della Chiesa con il mondo moderno, cioè il dovere ecumenico, il dialogo interreligioso e la libertà religiosa. A Papa Benedetto è stato particolarmente a cuore il dialogo ecumenico. Sebbene dopo quasi cinquant’anni il movimento ecumenico nella Chiesa cattolica non avesse potuto raggiungere l’unità visibile dei cristiani, e piuttosto quell’obiettivo nel frattempo fosse diventato sempre meno chiaro e oggi l’ecumenismo si trovi in una situazione tutt’altro che facile, Benedetto XVI si è mantenuto fermo sul dovere ecumenico della Chiesa cattolica e ha curato in particolare il dialogo dell’amore. Ha dedicato tanto tempo ad incontri con rappresentanti di altre Chiese e comunità ecclesiali, incontri che sono stati continuamente ideati, promossi e cercati, realizzando già in questo modo un primato ecumenico.

Anche dopo la sua rinuncia al pontificato, la maggior parte delle voci del mondo religioso, nella grande ecumene dell’orbe, ha espresso il proprio loro apprezzamento ed il proprio ringraziamento per la sua apertura e ha sottolineato soprattutto il chiaro e limpido messaggio del suo magistero.

Oltre all’ecumenismo, Benedetto ha promosso anche il dialogo interreligioso. Questo ha trovato un particolare significato nell’incontro di Assisi nell’ottobre 2011, dove egli ha voluto convocare le Chiese cristiane, le altre religioni e anche gli agnostici, per sensibilizzare tutti all’impegno per la ricerca sempre nuova di pace nel mondo ed insieme alla testimonianza pubblica che la sorella gemella della religione è la pace e invece non può essere in alcun modo la violenza.

Gettando uno sguardo retrospettivo, ha il suo bel significato anche il fatto che l’ultimo viaggio apostolico del suo pontificato lo abbia condotto in Libano, dunque in Medio Oriente, dove egli ha portato speranza a uomini che soffrono a causa di violenza e terrore e si è adoperato per la pace in quella regione duramente provata.

Per quanto riguarda l’intenso impegno di Papa Benedetto per il rispetto della libertà religiosa, occorre ricordare un’iniziativa che purtroppo non ha trovato molta risonanza, ma che rappresenta una bella testimonianza della sua preoccupazione di pastore. Penso alla poderosa lettera ai cattolici nella Repubblica Popolare della Cina, da lui scritta già nel corso del suo terzo anno di pontificato, con la quale ha espresso la sua preoccupazione per la Chiesa in quel grande paese. Questo esempio mostra quanto Papa Benedetto, che pure si è definito volentieri Vescovo di Roma e come tale ha operato in tanti incontri nella sua diocesi, avesse sempre di fronte agli occhi l’universalità della Chiesa cattolica.

Quinto filo conduttore: Un Pontificato cristocentrico

Nonostante tutte queste prospettive, non sono ancora stati qui accennati né il cuore decisivo del pontificato di Benedetto XVI, né la sua più bella eredità. Essa consiste nella testimonianza cristocentrica: nel suo annuncio e nel suo operare, poiché la parola di Dio, cui il Papa ha rivolto la sua particolare attenzione, è per lui più di tutto ciò che è scritto. La parola di Dio è il Cristo stesso, che è e deve essere al centro della Chiesa e della sua vita. Considerato sotto questa luce, è cristiano colui che crede in Gesù Cristo e vive un’amicizia personale con Lui. Anche e proprio per questo motivo un Papa non può precedere Cristo e voler stabilire egli la via che solo Cristo stesso ha definito. Come ogni cristiano, piuttosto, anche e propriamente il Papa, deve seguire Cristo, anteponendolo alla propria persona e ai propri interessi.

In questo permanente rimando a Cristo e all’annuncio cristocentrico si potrà vedere il motivo più profondo per cui Papa Benedetto ha sottratto al logorante lavoro quotidiano del servizio petrino il tempo e l’energia per scrivere il suo libro in tre volumi su Gesù di Nazareth. Come allora Pietro a Cesarea di Filippi, a nome di tutti gli apostoli, ha testimoniato Cristo come “Messia, Figlio del Dio vivo”, così anche Benedetto, come successore di Pietro, ha voluto confessare la sua personale professione di fede in Cristo nell’odierna Cesarea di Filippi per convincere gli uomini della verità e della bellezza della fede cristiana per introdurli ad un rapporto personale con il Signore. Nella testimonianza del Papa per Gesù Cristo si rendono ancora una volta visibili il significato e la necessità del servizio petrino nella Chiesa.

Illuminato dalla luce della fede, il ministero papale appare come dono dello Spirito Santo alla Chiesa e possiamo essere dunque grati anche per gli otto anni nei quali Benedetto XVI ha esercitato il suo servizio petrino.

Quanto Papa Francesco si trovi in coerente continuità con Papa Benedetto e continui a costruire sul fondamento della stessa eredità lo mostra la sua prima enciclica Lumen fidei, la cui versione originaria è stata scritta da Papa Benedetto, ma in seguito essa è stata fatta propria da suo Successore. Il fatto che i Papi abbiano la stessa responsabilità e tuttavia la curino con diversi accenti e in maniera personale, senza voler imitare il predecessore, lascia intravedere anche una particolare bellezza della nostra Chiesa cattolica.

Anche con la scelta del giorno ultimo del suo servizio, fatta con particolare sensibilità e in modo che potesse celebrare la sua ultima messa pubblica nel mercoledì delle Ceneri, Benedetto XVI ha lasciato intendere ancora una volta quale sia stata la centralità del suo messaggio: ciò che più conta nella vita ecclesiale è la conversione a Gesù Cristo e il volgersi verso la Pasqua, con la quale il cristianesimo ha senso, altrimenti viene meno.

Per questo motivo l’ultima parola dobbiamo ascoltarla da Papa Benedetto stesso, ed è quella con la quale ci ha affidato la sua preziosa eredità nel senso più spirituale: nella nostra ricerca sulla figura di Gesù, la risurrezione è il punto decisivo. “Gesù è esistito soltanto nel passato o invece esiste anche nel presente? L’una o l’altra risposta dipendono dalla risurrezione. Nel rispondere ‘sì’ oppure ‘no’ a quella domanda, non ci si pronuncia su di un singolo avvenimento accanto ad altri; ci si pronuncia sulla figura di Gesù come tale” (Joseph Ratzinger, Opera omnia, Volume 6/1, Gesù di Nazaret. La figura e il messaggio. Città del Vaticano 2013, 661).

Sesto filo conduttore: La rinuncia al ministero petrino come simbolo dell’intero Pontificato

Il 19 aprile 2005, dopo la sua elezione, Papa Benedetto nel primo saluto pubblico si è presentato come “semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore.”

Il 28 febbraio 2013 invece ha rinunciato al suo ministero di vescovo di Roma, al suo ufficio di successore di Pietro, perché le sue forze non gli sono sembrate più sufficienti per esercitare in maniera adeguata il servizio petrino.

Egli ha deciso questa rinuncia, come lui stesso ha detto espressamente, dopo averla verificata con la sua coscienza al cospetto di Dio. Il fatto che la sua rinuncia si sia incentrata su di una decisione di coscienza offre già un primo cenno ad un importante aspetto del suo pontificato, poiché Papa Benedetto non ha solo ascoltato costantemente la sua coscienza, ma si è anche occupato per l’intera vita della tematica e delle problematiche della coscienza, in particolare della relazione tra coscienza e potere: proprio per questo è diventato quella figura di riferimento che pur nel silenzio ha potuto svolgere un immenso effetto.

Che Benedetto XVI, fortemente radicato nella grande tradizione della Chiesa e di essa profondo conoscitore, con la sua rinuncia all’ufficio abbia compiuto un passo nella Chiesa completamente nuovo ed oggi non ancora interamente discernibile e neppure comparabile con quello di Papa Celestino V, è essenzialmente in relazione con la sua persona e con la sua comprensione dell’ufficio del servizio nella Chiesa. Come Teologo, come Vescovo, come Cardinale e infine come Papa non ha mai posto la sua persona in primo piano ma piuttosto ha visto se stesso interamente a servizio del compito che gli era stato affidato. In questo tratto caratteristico si motiva e si comprende come egli, nel momento in cui la sua persona non era più nella condizione di percepire con coscienza l’onerosa e gravosa diaconia cui era stato chiamato, potesse rimetterlo in altre mani; una convinzione questa già espressa nell’intervista rilasciata a Peter Seewald: “Quando il pericolo è grande non si può scappare. Ecco perché questo sicuramente non è il momento di dimettersi. È proprio in momenti come questo che bisogna resistere e superare la situazione difficile. Ci si può dimettere in un momento di serenità, o quando semplicemente non ce la si fa più. Ma non si può scappare proprio nel momento del pericolo e dire: se ne occupi un altro. Quando un Papa giunge alla chiara consapevolezza di non essere più in grado fisicamente, psicologicamente e mentalmente di svolgere l’incarico affidatogli, allora ha il diritto ed in alcune circostanze anche il dovere di dimettersi” (Benedetto XVI, Luce del mondo. Il Papa, La Chiesa e i segni dei tempi. Una conversazione con Peter Seewald, Città del Vaticano 2010, 53).

Alla luce di tutto ciò, la sua rinuncia va colta come un gesto così coraggioso e profetico, quanto umile. Tuttavia vedere in quel gesto la vera eredità del suo pontificato sarebbe del tutto sbagliato, limitante, riduttivo e forviante. Si può comprendere piuttosto la sua rinuncia solo se la si considera sullo sfondo dei suoi quasi otto anni di pontificato e sotto la luce che quel gesto illumina ed esprime nel suo intero servizio petrino. Visto sotto quest’ottica e in questa chiave interpretativa, abbiamo di fronte a noi la cifra di un pontificato significativo che certamente farà storia.

Papa Benedetto, l’umile lavoratore nella vigna del Signore, è rimasto nel recinto di Pietro. In silenzio, pregando: per la Chiesa, per i fedeli, per il mondo e per il Suo Successore.

Il meritevole libro di Marco Mancini si chiude con una significativa citazione di Papa Francesco con la quale vorrei anch’io concludere questo mio contributo, che ha le note dell’affetto, della venerazione e della gratitudine verso questo grande della Chiesa del nostro secolo: “In questi anni di Pontificato ha arricchito e rinvigorito la Chiesa con il Suo magistero, la Sua bontà, la Sua guida, la Sua fede, la Sua umiltà e la Sua mitezza. Rimarranno un patrimonio spirituale per tutti! Il ministero petrino, vissuto con totale dedizione, ha avuto in Lui un interprete sapiente e umile, con lo sguardo sempre fisso a Cristo, Cristo risorto, presente e vivo nell’Eucaristia. La accompagneranno sempre la nostra fervida preghiera, il nostro incessante ricordo, la nostra imperitura e affettuosa riconoscenza. Sentiamo che Benedetto XVI ha acceso nel profondo dei nostri cuori una fiamma: essa continuerà ad ardere perché sarà alimentata dalla Sua preghiera, che sosterrà ancora la Chiesa nel suo cammino spirituale e missionario” (Papa Francesco, Primo discorso al Collegio cardinalizio dopo l’elezione a Pontefice).

Georg Ganswein – 5 febbraio 2016

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