CONCLAVE 2005 – 1 – COSI’ ELEGGEMMO PAPA RATZINGER #conclave #Bergoglio #Martini #Benedetto XVI #chiesa

Dal diario segreto di uno dei partecipanti al Conclave.

I CLASSICI DI LIMES 1/09

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Emerge per la prima volta la vera storia che portò Benedetto XVI alla guida della Chiesa. Al terzo scrutinio, l’argentino Bergoglio sembrava in grado di bloccarlo. Ma poi…
 

«Domenica 17 aprile. Nel pomeriggio ho preso possesso della camera alla Casa Santa Marta. Posati i bagagli ho provato ad aprire le persiane, perché la stanza era buia. Non ci sono riuscito. Un mio confratello, per lo stesso problema, si è rivolto alle suore governanti. Pensava si trattasse di un inconveniente tecnico. Le religiose gli hanno spiegato che le persiane erano state sigillate. Clausura del conclave… Un’esperienza nuova, per quasi tutti noi: su 115 cardinali solo due hanno già partecipato all’elezione di un papa»…

 

Inizia così il diario di un autorevole porporato che nel suo quaderno ha appuntato non solo impressioni e notaz19-aprile-2005-1ioni di colore ma anche l’esito delle quattro votazioni che hanno portato all’elezione di Benedetto XVI. Un documento di cui, ovviamente, non possiamo svelare l’autore: ne siamo venuti in possesso grazie al rapporto di fiducia che ci lega da anni alla nostra fonte.

 

Pochissime indiscrezioni sono trapelate finora sull’andamento del conclave che lo scorso 19 aprile ha scelto il successore di Giovanni Paolo II. Pochissime e in alcuni casi contraddittorie, ad esempio sull’effettivo ruolo svolto dal cardinale Carlo Maria Martini. Il diario cui ci è stato possibile attingere – e successivi colloqui riservati con altri porporati – consentono di tentare una prima completa ricostruzione delle 24 ore di clausura che hanno dato alla Chiesa cattolica il 265°pontefice.
Ne emerge un quadro inedito, più mosso, della elezione del cardinale Joseph Ratzinger: al terzo scrutinio la minoranza riluttante a votare l’ex prefetto della fede aveva fatto blocco sul cardinale argentino Jorge Maria Bergoglio, raggiungendo l’obiettivo dei 40 voti: troppo pochi per eleggere il primo papa latinoamericano della storia, ma sufficienti a impedire, in termini astratti, puramente aritmetici, il raggiungimento del tetto minimo dei 77 voti necessari per eleggere il papa (115-40=75).
«L’esito del conclave, per alcune ore, dopo la terza votazione di martedì mattina, 19 aprile, sembrò ancora aperto».

 

Ma prima di addentrarci nei retroscena del conclave ancora qualche parola circa la natura e l’attendibilità delle informazioni su cui è basata questa ricostruzione. Quale grado di precisione, ci siamo chiesti, può avere un resoconto delle votazioni basato sulla buona memoria dei partecipanti? Bisogna sapere che ad ognuno dei 115 cardinali elettori, all’inizio di ogni votazione, veniva distribuita non solo la scheda elettorale ma anche un foglio contenente tutti i nomi dei porporati. Quanti lo desideravano avevano così la possibilità di annotare le preferenze. Al termine d’ogni scrutinio la scheda e il foglio dovevano essere riconsegnati e finivano entrambi nella vecchia stufa di ghisa della Cappella Sistina. Molti porporati, però, (tra questi l’autore del diario) per conservare un ricordo esatto di quanto avvenuto in conclave, appena rientrati nella Casa Santa Marta si appuntavano su un altro foglio, personale, l’esito della votazione. Inoltre un buon numero di porporati ha ricevuto l’incarico di cardinale scrutatore o cardinale revisore e quindi ha dovuto controllare l’esito delle votazioni e controfirmare i dati ufficiali finiti poi nella relazione finale stilata dal camerlengo. Operazioni che hanno permesso così di meglio memorizzare e verificare i numeri.

 

E l’obbligo del segreto? Le nostre fonti erano coscienti di violare almeno in parte un impegno assunto («obbligo grave», anche se per i cardinali non è menzionata, come pena, la scomunica). Se hanno acconsentito, sia pure in forma anonima, a rendere possibile tale ricerca è perché hanno creduto all’intenzione non scandalistica ma rigorosamente storica di questo lavoro. L’imposizione del segreto, poi, è stata decisa dai papi innanzitutto per tutelare la libertà del conclave: una fuga di notizie prima o durante il conclave, con i «seggi» nella Sistina ancora aperti, potrebbe condizionare le successive votazioni. Altra cosa, meno grave, crediamo, è una violazione del segreto post factum. Non c’è qui alcuna possibilità di condizionare o influenzare un fatto che è già avvenuto e può essere ormai consegnato alla storia nei suoi contorni più obiettivi.

 

«Lunedì 18 aprile, ore 16,33. La lenta processione dei cardinali dall’Aula delle Benedizioni inizia a muoversi verso la Cappella Sistina; attraversa la Sala Regia, al canto delle litanie dei santi. Pochi minuti ed eccoci al cospetto del Giudizio di Michelangelo. I 115 cardinali – il più affollato conclave della storia moderna! – si dispongono nei sei grandi tavoli sistemati ai lati della cappella. Intoniamo il Veni Creator Spiritus, l’emozione è palpabile ». Il cardinale decano, Joseph Ratzinger, pronuncia a nome di tutti la solenne formula del giuramento: «Noi tutti e singoli Cardinali elettori presenti in questa elezione del Sommo Pontefice promettiamo, ci obblighiamo e giuriamo di osservare fedelmente e scrupolosamente tutte le prescrizioni contenute nella Costituzione apostolica del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, Universi Dominici Gregis, emanata il 22 febbraio 1996. Parimenti, promettiamo, ci obblighiamo e giuriamo che chiunque di noi, per divina disposizione, sia eletto Romano Pontefice, si impegnerà a svolgere fedelmente e strenuamente i diritti spirituali e temporali, nonché a difendere la libertà della Santa Sede. Soprattutto, promettiamo e giuriamo di osservare con la massima fedeltà e con tutti, sia chierici che laici, il segreto su tutto ciò che in qualsiasi modo riguarda l’elezione del romano pontefice e su ciò che avviene nel luogo dell’elezione, concernente direttamente o indirettamente lo scrutinio; di non violare in alcun modo questo segreto sia durante sia dopo l’elezione del nuovo Pontefice, a meno che non ne sia stata concessa esplicita autorizzazione dallo stesso Pontefice; di non prestare mai appoggio o favore a qualsiasi interferenza, opposizione o altra qualsiasi forma di intervento con cui autorità secolari di qualunque ordine e grado, o qualunque gruppo di persone o singoli volessero ingerirsi nell’elezione del Romano Pontefice».

 

Dopo il giuramento solenne pronunciato dal decano Ratzinger, ogni porporato secondo l’ordine di precedenza stabilito (prima i cardinali vescovi, poi i cardinali presbiteri infine i cardinali diaconi) ripete la formula abbreviata poggiando la mano sul Vangelo: «Io prometto, mi obbligo e giuro. Così Dio mi aiuti e questi santi Evangeli che tocco con la mia mano». Il primo e l’ultimo a giurare sono due cardinali italiani: rispettivamente Angelo Sodano, vice decano del sacro collegio e Attilio Nicora.
Sono le 17 e 24 quando il maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Piero Marini, intima con un soffio di voce l’extra omnes. Le telecamere del Centro televisivo vaticano vengono spente. Oltre ai cardinali elettori restano nella Sistina solo monsignor Marini e l’ecclesiastico incaricato di tenere l’ultima meditazione, il cardinale ultraottantenne Tomásˇ Sˇpidlik. Conclusa la meditazione anche loro escono dalla Sistina.

 

All’esterno, per circa due ore, non trapela più alcuna informazione. I numerosi giornalisti accreditati non sono in grado di sapere se i cardinali stanno procedendo ad una prima votazione o se hanno deciso di rinviarla al mattino seguente. Entrambe le opzioni sono state annunziate come possibili, sabato 16 aprile, in un briefing del direttore della sala stampa vaticana, Joaquin Navarro Valls. Ma molti pensano che il lungo cerimoniale farà slittare troppo in avanti l’orario della votazione, rendendola impossibile. «In realtà», annota nel suo diario il nostro cardinale, «non si è fatto così tardi. E nessun cardinale desidera allungare inutilmente i tempi del conclave. Come prescritto dal regolamento, tocca proprio al “papabile” numero uno, il cardinale decano Joseph Ratzinger, sottoporre la questione al Collegio degli elettori. La maggioranza dei presenti è favorevole a votare subito. Sono circa le 18».

 

Vengono distribuite le schede. Sono di forma rettangolare, fatte in modo da essere piegate in due; nella metà superiore recano la scritta Eligo in Summo Pontifice, in quella inferiore c’è lo spazio per scrivere il nome del prescelto. Si procede quindi all’estrazione a sorte, fra tutti i cardinali elettori, di tre scrutatori, di tre revisori e di tre incaricati a raccogliere i voti degli infermi, denominati infirmarii. «Questi ultimi, però, di fatto resteranno disoccupati. Tutti i 115 elettori sono stati infatti in grado di raggiungere la Sistina, anche il cardinale Baum, quello in più precarie condizioni di salute: in caso contrario gli Infirmarii si sarebbero recati nella Casa Santa Marta per raccogliere in un’apposita urna il voto dei confratelli malati».

 

Tutto è pronto, ora, per l’inizio della prima votazione. «Secondo lo stesso ordine di precedenza i cardinali si alzano uno ad uno dalla sedia e tenendo la scheda in modo ben visibile, con la mano alzata, si muovono verso l’altare». Prima di deporre la scheda nell’urna ogni cardinale pronuncia ancora, ad alta voce, un nuovo giuramento: «Chiamo a testimone Cristo Signore, il quale mi giudicherà, che il mio voto è dato a colui che, secondo Dio, ritengo debba essere eletto». Dopo di che ogni cardinale depone la scheda nel piatto che copre l’urna e con lo stesso piatto la introduce nel recipiente. Le urne, in argento e bronzo dorati, sono state realizzate exnovoper questo conclave. Sono tre: nella prima sono inserite le schede al momento della votazione, la seconda è destinata a raccogliere il voto degli eventuali cardinali infermi, nella terza trovano posto le schede già esaminate.

 

Sono passate da pochi minuti le 19 quando l’ultimo cardinale, l’italiano Nicora, torna al suo posto dopo aver votato. Può iniziare il conteggio delle schede, per accertare che corrispondano esattamente al numero degli elettori. Il primo scrutatore agita più volte l’urna. Poi estrae una scheda alla volta e la mostra a tutti i presenti prima di deporla nella terza urna. È tutto in regola: 115 votanti, 115 schede. Ed ecco il momento più atteso, lo spoglio delle schede. Anche qui, si osserva alla lettera il «manuale» per il conclave emanato da Wojtyla. Il primo scrutatore prende la scheda, la apre, osserva il nome dell’eletto, e la passa al secondo scrutatore che, accertato a sua volta il nome dell’eletto, la passa al terzo, il quale la legge a voce alta e intelligibile, per consentire a tutti gli elettori di segnare il voto sull’apposito foglio che è stato loro fornito. Nel momento in cui proclama il nome lo scrutatore perfora ogni scheda con un ago nel punto esatto in cui si trova la parola Eligo e la inserisce con le altre in un filo: alla fine dello scrutinio i due capi del filo saranno stretti a formare un nodo.

 

Procedure arcaiche per garantire la più sicura conservazione delle schede e impedire manomissioni. «Procedure che potrebbero apparire eccessive, avendo a che fare con elettori almeno sulla carta timorati di Dio e degni di fiducia. La Chiesa non è per natura un’istituzione parlamentare ma quando decide di seguire la prassi democratica-elettorale lo fa con una scrupolosità, un culto della legalità, che non ammette privilegi o eccezioni».

 

Ma è arrivato il momento della verità. Il primo scrutinio è terminato. Nel suo diario la nostra fonte trascriverà solo i voti andati alle personalità più in vista, con maggiori chance, tralasciando i numerosi voti dispersi (una trentina):

 

I votazione, lunedí 18 aprile, ore 18
Joseph Ratzinger, decano del Sacro collegio 47
Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, Argentina 10
Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano 9
Camillo Ruini, già vicario apostolico di Sua Santità per la diocesi di Roma 6
Angelo Sodano, già segretario di Stato vaticano 4
Oscar Rodríguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa, Honduras 3
Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano 2

 

La prima votazione sembra confermare i più accreditati pronostici della vigilia. Il conclave si apre con un’unica candidatura «organizzata» e in grado di contare su un blocco di voti predefiniti, quella del cardinale Ratzinger. Le previsioni dei vaticanisti più informati oscillavano tra i trenta e i cinquanta voti già sicuri per l’ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Ne ottiene infatti 47. Un’ottima base di partenza ma a Ratzinger mancano ancora 30 voti per raggiungere i due terzi necessari per l’elezione.

 

Molto inferiori alle stime ipotizzate sono invece le preferenze raccolte dal cardinale Martini. Diversi organi d’informazione hanno immaginato un testa a testa nel primo scrutinio fra le due eminenti personalità e qualcuno (nei giorni successivi) si è spinto a sostenere che Martini abbia addirittura sopravanzato Ratzinger nella prima votazione. «Lo scarto è stato invece molto ampio e netto. Bisogna ricordare che, mentre quella del porporato bavarese era una candidatura reale, il nome del cardinale italiano era stato indicato solo come eventuale “candidato di bandiera”. Capace di raccogliere e unire una parte del “dissenso” all’ipotesi Ratzinger. Ma il cardinale Martini non si è mai sentito un vero “papabile”, e non solo per i noti problemi di salute».

 

La vera sorpresa del primo scrutinio è il cardinale argentino Bergoglio. Anche lui gesuita, come Martini, sebbene fra i due confratelli non vi sia sempre stata una perfetta sintonia: negli anni Settanta, al tempo del generalato Arrupe e degli infuocati dibattiti sulla teologia della liberazione, Bergoglio si era dovuto dimettere da provinciale della Compagnia di Gesù perché non condivideva la linea «aperturista» dei vertici dell’ordine ignaziano. L’arcivescovo di Buenos Aires si è però guadagnato specialmente negli ultimi anni una diffusa fama d’uomo di Dio. «Uomo di preghiera, che rifugge la scena mediatica e conduce uno stile di vita sobrio ed evangelico». Sicuro sul piano dottrinale, aperto su quello sociale, insofferente sul piano pastorale verso la rigidezza mostrata da alcuni collaboratori di Wojtyla sui temi d’etica sessuale («vogliono mettere tutto il mondo in un preservativo», commentava con gli amici alla vigilia del conclave). Caratteristiche che, in mancanza di un vero candidato di «sinistra», alternativo alla linea Ratzinger, faranno di Bergoglio l’uomo di riferimento per l’intero gruppo dei cardinali più riluttanti a votare il decano del Sacro collegio. «Un gruppo il cui nocciolo pensante è costituito da Karl Lehmann, presidente della Conferenza episcopale tedesca e da Godfried Danneels, arcivescovo di Bruxelles, e al quale fanno capo un significativo drappello di cardinali statunitensi e latinoamericani, oltre che qualche porporato della curia romana».

 

Da notare, in questa prima votazione, la manciata di voti ottenuti da Ruini (6) e Sodano (4). Risultato numericamente modesto, ma «politicamente» non privo di rilevanza. I sostenitori del presidente della Cei e del segretario di Stato vaticano uscente, entrambi scelti da Wojtyla, non riversano da subito i voti su Ratzinger. Un appoggio che, in questo modo, peserà di più nelle successive votazioni, quando ogni singolo voto diventerà prezioso per raggiungere il quorum necessario per l’elezione (77 voti).

 

Ma torniamo alla cronaca minuto per minuto nella cappella Sistina. «Benché il risultato negativo sia già chiaro a tutti, scrutatori e revisori devono completare il loro lavoro. I primi facendo la somma precisa dei voti che ciascun candidato ha riportato. I secondi procedendo al controllo sia delle schede sia del conteggio degli scrutatori per accertare che questi abbiano seguito esattamente e fedelmente il loro compito». Non resta ora, dopo tanto certosino lavoro, che… distruggere l’intero materiale elettorale. Schede e fogli sono immessi nella stufa e bruciati con l’aiuto del segretario del Collegio (monsignor Nicola Monterisi, ex nunzio in Bosnia) e dei cerimonieri chiamati nel frattempo dall’ultimo cardinale diacono. In piazza San Pietro l’esercito dei media punta invano da oltre un’ora i propri obiettivi sul comignolo montato sul tetto della Sistina. Quando già qualcuno inizia ad allentare la guardia, ecco una prima folata di fumo s’innalza incerta sul cielo sopra San Pietro. Bianca o nera? L’incertezza dura secondi che sembrano un’eternità alle agenzie di stampa. Sono le 20 e 04 del 18 aprile. Il mancato suono delle campane conferma la mancata elezione.

 

Lassù, nella Sistina, numerosi cardinali si attardano attorno ai fuochisti per assistere alla bruciatura delle schede. Evento imperdibile. La maggior parte degli elettori (ben 113 su 115!) non ha mai partecipato ad un conclave. Effetto collaterale, anche questo, del lungo pontificato di Giovanni Paolo II. Sono solo due i cardinali non «wojtyliani» che partecipano al conclave. Uno è l’americano William Baum, 79 anni, già arcivescovo di Washington e penitenziere maggiore; ora in pensione, quasi cieco, costretto in una sedia a rotelle. L’altro è il tedesco Joseph Ratzinger, che di anni ne ha 78 ma si presenta come l’uomo del futuro. Furono entrambi creati cardinali da Paolo VI. Curioso che ad interpretare la continuità dottrinale col pontificato di Giovanni Paolo II sia proprio uno dei pochi cardinali «montiniani» superstiti.

 

Ma adesso si è fatto davvero tardi ed è ora di tornare a Santa Marta. Sei minibus, 15-20 posti ognuno, sono pronti a trasferire i cardinali elettori nella nuova residenza ufficiale del conclave. Fino al 1978, i porporati erano alloggiati in celle ricavate alla buona nel palazzo apostolico. Spesso in condizioni disagevoli, con i servizi igienici lontani dalla stanza. Il conclave 2005 sarà ricordato anche per questa novità. La nuova residenza è una palazzina che si trova di fronte alla stazione di rifornimento vaticana, tra gli uffici del Pontificio consiglio per le comunicazioni sociali e l’aula Paolo VI (ex aula Nervi) per le udienze generali.
Dal 1996 Santa Marta funziona come il più esclusivo hotel al mondo. Riservato solo ad una stretta cerchia di ecclesiastici residenti o di passaggio. Fu il cardinale venezuelano Rosario Castillo Lara nei primi anni Novanta, quando era titolare dei più importanti uffici economici della Santa Sede, a proporre al papa di ristrutturare il vecchio ospizio Santa Marta per trasformarlo in un albergo che potesse ospitare anche i partecipanti ai conclavi. Non ebbe coraggio, però, di menzionare la parola conclave: sembrava di cattivo gusto, col papa vivo e felicemente regnante. Lo tolse dall’imbarazzo il segretario polacco del papa, don Stanislao, e Wojtyla approvò subito il progetto.

 

Lunedì sera la cena è alle 20 e 30. «L’isolamento è davvero totale. Inaccessibili televisori, radio e giornali. Bloccati telefoni e cellulari. Ma parlare si può. Si conversa a tavola, scambiandosi le impressioni sulla prima votazione andata a vuoto. Altri colloqui, con la massima discrezione, avvengono dopo cena nelle camere. Piccoli gruppi, due-tre persone, non ci sono maxi riunioni. Come in tutti gli alberghi, ai mille divieti già esistenti si aggiunge quello del fumo. Il cardinale portoghese José Policarpo da Crux, fama di fumatore incallito, non resiste ed esce all’aperto per accendersi un buon sigaro».

 

In queste poche ore, con gran riservatezza, prendono forma le strategie dei diversi schieramenti per la mattina successiva. I sostenitori di Ratzinger si concentrano sul vasto blocco degli incerti: oltre una trentina le preferenze disperse. Gli amici del cardinale Ruini fanno sapere che il loro piccolo pacchetto di voti (6) si riverserà sul cardinale decano. Sul fronte opposto, di coloro che contrastano l’elezione di Ratzinger, prevale l’orientamento a fare blocco su Bergoglio. Anche i cardinali che hanno votato Martini si convincono a puntare sull’arcivescovo di Buenos Aires. Sarebbe il primo papa latinoamericano della storia, e sicuramente almeno una parte dei 20 cardinali provenienti dall’America latina lo sostiene. Una parte. È noto a tutti i partecipanti al conclave, infatti, che almeno due cardinali dello stesso continente sono schieratissimi con Ratzinger: il colombiano Alfonso López Trujillo, ministro vaticano per la famiglia, aspro avversario della teologia della liberazione, e il cileno Jorge Arturo Medina Estévez, prefetto emerito della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, già responsabile dell’edizione cilena della rivista Communio, creatura teologica di Ratzinger.  Per le sue virtù spirituali il mite Bergoglio gode di una stima trasversale ai continenti e agli schieramenti tradizionali. Tutti sono coscienti però che è pressoché impossibile che il gesuita argentino possa diventare il successore di Wojtyla. Non è certo nemmeno che accetterebbe l’elezione. «Lo guardo mentre va a deporre la sua scheda nell’urna, sull’altare della Sistina: ha lo sguardo fisso sull’immagine di Gesù che giudica le anime alla fine dei tempi. Il volto sofferente, come se implorasse: Dio non mi fare questo».

 

L’obiettivo realistico dello schieramento di minoranza che intende sostenere Bergoglio è creare una situazione di stallo, che porti al ritiro della candidatura Ratzinger. In termini concreti centrare tale obiettivo significa sfondare il muro delle 39 preferenze. Ovvero un terzo più uno dei voti. In modo da rendere matematicamente impossibile, al candidato più forte, di raggiungere i 77 voti. Poi si vedrà. I giochi si potrebbero riaprire.

 

Martedì 19 aprile la sveglia suona alle 6 e 30 nelle stanze dell’Hotel Conclave. Alle 7 e 30 celebrazione della messa nella Casa Santa Marta. L’appuntamento nella Cappella Sistina è alle 9, con la recita delle lodi. «La maggior parte dei cardinali ha utilizzato il servizio minibus per il trasferimento. Ma alcuni hanno preferito una panoramica e salutare passeggiata a piedi. Fra questi il cardinale tedesco Walter Kasper».
Le votazioni iniziano alle 9 e 30. Secondo lo stesso rituale della sera precedente. Queste le preferenze annotate dalla nostra fonte. Anche questa volta, tralascia i voti dispersi che però si riducono sensibilmente (sono 9):

 

II votazione, martedì 19 aprile, ore 9,30
Ratzinger 65
Bergoglio 35
Martini 0
Ruini 0
Sodano 4
Tettamanzi 2

 

Come previsto Ratzinger sale ancora, ma resta a 12 punti dalla vetta. I voti guadagnati rispetto al primo scrutinio sono 18: in parte gli arrivano dai sostenitori di Ruini (6), in parte dagli indecisi (12). Non convergono ancora sul suo nome, invece, i sostenitori di Sodano (4). Distaccato di 30 punti ma in netta crescita è Bergoglio, che aggiunge altri 25 voti alla sua dote iniziale. Sul suo nome confluiscono come previsto i sostenitori di Martini (9), che infatti non ottiene alcuna preferenza, e anche un discreto numero di cardinali che la sera precedente avevano disperso il loro voto (16). Il gesuita argentino è ad un passo dalla soglia numerica dei 39 voti che, teoricamente, può consentire ad una minoranza organizzata di bloccare l’elezione di qualsiasi candidato.

 

Alle undici si procede alla seconda votazione del mattino prevista dal regolamento. E le speranze della minoranza sembrano sul punto di diventare realtà. Riportiamo di seguito l’esito dello scrutinio che la nostra fonte trascrive nel suo diario. Mancano all’appello solo due voti, ininfluenti, andati a cardinali ritenuti totalmente privi di chance. La fonte segna invece il nome di Darío Castrillón Hoyos, colombiano della curia romana, perché era uno dei nomi circolati come «papabili» alla vigilia del conclave. E annota la scomparsa dei due voti andati nei precedenti scrutini a un altro papabile di carta, il cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi. Ma l’attenzione di tutti è puntata sui due veri candidati in lizza.

 

III votazione, martedì 19 aprile, ore 11
Ratzinger 72
Bergoglio 40
Castrillón 1
Tettamanzi 0

 

Ratzinger cresce ancora, da 65 a 72. Gli mancano appena 5 voti per diventare il 264°successore dell’apostolo Pietro.

 

Ma anche Bergoglio cresce, da 35 a 40. Supera di poco, ma la supera, la soglia che rende matematicamente impossibile l’elezione di Ratzinger. Se i sostenitori dell’arcivescovo di Buenos Aires decidessero compatti di resistere ad oltranza, alzando le barricate a quota 40, il cardinale tedesco potrebbe raggiungere al massimo 75 voti. E vedrebbe così sfumare l’elezione per appena due voti. I cardinali elettori sono consapevoli che questo è il momento cruciale del conclave. Il suo destino si deciderà nei colloqui informali delle prossime ore, prima della prossima votazione, la quarta, in programma nel pomeriggio. «Già nella Sistina, prima del trasferimento a Santa Marta per il pranzo, ci sono i primi commenti e i primi contatti. Grande preoccupazione fra i porporati che auspicano l’elezione del cardinale Ratzinger; s’infittiscono i contatti, il più attivo è il cardinale López Trujillo…». Trujillo è visto da molti avvicinare in particolare i cardinali latinoamericani; cerca di convincerli che non ci sono vere alternative a Ratzinger; insiste sul paradosso che a sostenere un candidato latinoamericano siano proprio i cardinali del primo mondo, tedeschi e americani.

 

Sull’altro fronte inizia a farsi strada un cautissimo ottimismo sulla possibilità di bloccare, a pochi metri dal traguardo, la corsa del cardinale bavarese. «Domani grandi novità», sussurra il cardinale Martini con un sorriso sibillino a un suo collega, durante la pausa del pranzo. Richiesto di un chiarimento Martini confida di prevedere un cambiamento di candidati la mattina del giorno seguente, nel caso in cui anche le due prossime votazioni del pomeriggio si concludessero con un nulla di fatto. L’arcivescovo emerito di Milano compie persino qualche sondaggio informale alla ricerca di nuovi possibili candidati del giorno dopo. Alcuni testimoni lo vedono accostare il cardinale portoghese José Saraiva Martins («uomo ponte fra l’Europa e l’America latina» l’hanno definito alcuni quotidiani alla vigilia del conclave): i due si conoscono dagli anni Settanta, quando erano entrambi rettori di università pontificie a Roma.

 

Umori, battute, contatti, che riferiamo per dare l’idea dell’atmosfera che si respira all’ora di pranzo di martedì 19 aprile nella sigillata residenza del conclave. Almeno nei gruppi più impegnati. Dell’uno e dell’altro fronte. «Nessun esito sembra ancora scontato». Ma la condizione perché i piani della minoranza riescano è che non si aprano crepe nel blocco che si è formato attorno alla candidatura Bergoglio.

 

Invece una crepa, e nemmeno tanto piccola, si sta per aprire. Quando i 115 elettori, alle ore 16, tornano nella Sistina, l’esito del conclave è già deciso.

 

Questo il risultato dell’ultima e decisiva votazione del conclave. È la trascrizione più analitica. Mancano all’appello solo due voti, andati a singole personalità che la nostra fonte ha ritenuto inutile segnare. Mentre invece ha annotato, perché più «curiose», le preferenze ottenute dai cardinali in pensione Bernard Law, già arcivescovo di Boston costretto alle dimissioni per lo scandalo del clero pedofilo, e Giacomo Biffi, battagliero arcivescovo emerito di Bologna. Curiosa anche l’altra preferenza dispersa, andata al giovane cardinale di Vienna, Christoph Schönborn, personalità legata a Ratzinger da un antico sodalizio d’amicizia e affinità intellettuale. Ma ecco i numeri definitivi della elezione di Ratzinger.

 

IV votazione, martedì 19 aprile, ore 16,30
Ratzinger 84
Bergoglio 26
Schönborn 1
Biffi 1
Law 1

 

Ratzinger aggiunge altri 12 voti ai 72 già ottenuti al terzo scrutinio. Bergoglio ne perde ben 14 e la matematica ci dice che sono andati tutti al cardinale tedesco. Non sappiamo chi siano questi porporati e con quali motivazioni, al quarto scrutinio, abbiano deciso di ritirare il loro voto al cardinale argentino per offrirlo al decano del Sacro collegio. Forse hanno semplicemente ritenuto che fosse inopportuno puntare ad uno stallo prolungato, col rischio di una grave spaccatura, in mancanza di un’alternativa reale e convincente a Ratzinger.

 

«Questo conclave ci dice che la Chiesa non è ancora pronta ad un papa latinoamericano», sarà il commento laconico del cardinale belga Danneels. Questi gli ultimi ricordi annotati sul diario: «Anche il cardinale Ratzinger, man mano che si svolge lo spoglio delle schede, annota i voti con cura, sul suo foglio. Poi quando alle 17 e 30 ha superato il quorum dei 77 voti, nella Sistina c’è un momento di silenzio, seguito da un lungo cordiale applauso».

 

I dati trascritti dalla nostra fonte, e confermati da altri partecipanti al conclave, ci dicono che non si è trattato di un’elezione plebiscitaria: 84 preferenze, un margine di appena 7 voti. I suoi immediati predecessori, Wojtyla e Luciani, secondo una
ricostruzione del senatore Giulio Andreotti (cfr. A ogni morte di papa, p. 176) avrebbero ottenuto rispettivamente 99 e 98 voti in conclavi ai quali parteciparono un minor numero di cardinali (111). Quello che ha eletto Ratzinger è stato in ogni caso uno dei conclavi più rapidi della storia contemporanea. Nel Novecento il record spetta a Pio XII, eletto nel 1939 con appena tre scrutini. A Benedetto XVI ne è stato sufficiente uno solo in più, quattro, come a Giovanni Paolo I. Cinque scrutini furono invece necessari per eleggere Paolo VI (1963); otto scrutini per Giovanni Paolo II (1978); undici per Giovanni XXIII (1958).

 

Quanto ai motivi che hanno spinto la maggioranza dei cardinali a scegliere Ratzinger, sono stati già dichiarati da numerosi partecipanti (cfr. 30Giorni, n. 5/2005). L’indiscussa autorevolezza morale ed intellettuale del personaggio; la continuità con il pontificato di Wojtyla, pur dentro una maggiore sobrietà di stile e di dottrina; la garanzia (fornita dall’età) di un pontificato meno lungo del precedente; il modo convincente con cui Ratzinger ha gestito nella veste di decano del Sacro collegio prima i funerali di Wojtyla poi le congregazioni generali che hanno preparato il conclave: quasi una prova (superata) da papa. Un merito che un’ampia maggioranza dei cardinali elettori gli ha riconosciuto. Anche se, nel diario della nostra fonte, resta annotata la perplessità di alcuni porporati di fronte al potenziale conflitto d’interessi in cui viene a trovarsi un decano che sia anche un papabile. «Per ovviare ad un simile inconveniente alcuni cardinali propongono che, in futuro, a ricoprire la carica di decano sia scelto un cardinale ultraottantenne e quindi escluso per limiti anagrafici dal conclave».

Lucio Brunelli, 31 agosto 2009


 

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