LA RINUNCIA DI BENEDETTO XVI E L’OMBRA DI CARL SCHMITT

Il recente intervento, del 20 maggio 2016, di Mons. Georg Gänswein sulla rinuncia di Benedetto XVI al pontificato ha suscitato clamore e riflessioni soprattutto perché sembrerebbe offrire un supporto alla teoria dei “due papi”. Senza entrare nel dibattito su quest’aspetto, o sulla problematica distinzione tra esercizio attivo e passivo del ministero petrino, vorrei attirare l’attenzione su un punto differente del testo, le cui implicazioni mi paiono meritevoli di approfondimento.

Mi permetto di esordire additando, in primo luogo, il titolo scelto dall’illustre Autore: “Benedetto XVI, la fine del vecchio, l’inizio del nuovo”. Egli lo giustifica in esordio, affermando che egli “ha incarnato la ricchezza della tradizione cattolica come nessun altro; e che – nello stesso tempo – è stato talmente audace da aprire la porta a una nuova fase, per quella svolta storica che nessuno cinque anni fa si sarebbe potuto immaginare”. In altri termini: l’“inizio del nuovo” non lo ravvisa in uno qualsiasi dei molti atti di governo o di magistero, ma proprio nella rinunzia e nella situazione inedita che essa crea.

Situazione che egli non descrive solo nei termini della dicotomia nell’esercizio del ministero. Impiega anche – sebbene in modo meno evidente – un’altra categoria, lo stato di eccezione.

La introduce in maniera obliqua, come riferendo un’opinione altrui: “Molti continuano a percepire ancor oggi questa situazione nuova come una sorta di stato d’eccezione voluto dal Cielo”. Tuttavia, poi, la fa propria, come estendendola all’intero pontificato ratzingeriano: “Dall’undici febbraio 2013 il ministero papale non è più quello di prima. È e rimane il fondamento della Chiesa cattolica; e tuttavia è un fondamento che Benedetto XVI ha profondamente e durevolmente trasformato nel suo pontificato d’eccezione (Ausnahmepontifikat), rispetto al quale il sobrio cardinale Sodano, reagendo con immediatezza e semplicità subito dopo la sorprendente dichiarazione di rinuncia, profondamente emozionato e quasi preso dallo smarrimento, aveva esclamato che quella notizia era risuonata fra i cardinali riuniti ‘come un fulmine a ciel sereno’”.

La lettura sembra piuttosto chiara: quello di Benedetto XVI diventa un “pontificato di eccezione” in forza della rinuncia e nel momento della rinuncia.

Ma perché l’espressione è riportata anche in tedesco, come “Ausnahmepontifikat”?

In italiano, “pontificato di eccezione” suona semplicemente come “fuori del comune”. Ma il riferimento alla sua lingua materna fa capire che Mons. Gänswein non ha in mente una simile banalità, bensì la categoria dello “stato di eccezione” (Ausnahmezustand).

Una categoria che qualunque tedesco di media cultura associa immediatamente alla figura e al pensiero di Carl Schmitt.

“Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione. […] Qui con stato di eccezione va inteso un concetto generale della dottrina dello Stato, e non qualsiasi ordinanza d’emergenza o stato d’assedio. […] Infatti non ogni competenza inconsueta, non ogni misura o ordinanza poliziesca d’emergenza è già una situazione d’eccezione: a questa pertiene piuttosto una competenza illimitata in via di principio, cioè la sospensione dell’intero ordinamento vigente. Se si verifica tale situazione, allora è chiaro che lo Stato continua a sussistere, mentre il diritto viene meno” (C. Schmitt, “Teologia politica”, in Id., “Le categorie del politico”, Bologna, 1972, pagg. 34 e 38-9).

“Aus-nahme”: letteralmente, “fuori-legge”. Uno stato di cose che non può essere regolato a priori e quindi, se si verifica, obbliga a sospendere l’intero ordinamento giuridico.

Un “Ausnahmepontifikat”, dunque, sarebbe un pontificato che sospende, in qualche modo, le regole ordinarie di funzionamento dell’ufficio petrino o, come dice Mons. Gänswein, “rinnova” l’ufficio stesso.

E, se l’analogia corre, questa sospensione sarebbe giustificata, o piuttosto imposta, da un’emergenza impossibile ad affrontarsi altrimenti.

In un altro testo, “Il custode della costituzione”, Schmitt ravvisa il potere di decidere sul caso di eccezione nel presidente della repubblica di Weimar e lo ritiene funzionale alla custodia della costituzione. Forse questo aspetto del pensiero schmittiano non è pertinente, ma certo dà l’idea della gravità della crisi richiesta da uno stato di eccezione.

Possibile, allora, che un concetto dalle implicazioni simili sia stato impiegato con leggerezza, in modo impreciso, magari solo per alludere alla difficoltà di inquadrare la situazione creatasi con la rinuncia secondo le regole e i concetti ordinari?

Non mi sembra possibile, per tre ragioni.

1) L’improprietà di linguaggio non si presume, a fortiori trattandosi di uno dei concetti più conosciuti di uno studioso che, almeno in Germania, è noto “lippis et tonsoribus”.

2) L’enfasi, evidente fin dal titolo, su effetti e portata della rinuncia, che non è certo considerata una possibilità di rara occorrenza ma tranquillamente prevista dal codice di diritto canonico (si consideri che è definita, tra l’altro, “ben ponderato passo di millenaria portata”);

3) I possibili riferimenti alla situazione critica concreta che mi sembra di ravvisare nell’intervento di Mons. Gänswein.

Si consideri quanto egli dice sull’elezione di Benedetto XVI “a seguito di una drammatica lotta”: “Era certamente l’esito anche di uno scontro, la cui chiave quasi aveva fornito lo stesso Ratzinger da cardinale decano, nella storica omelia del 18 aprile 2005 in San Pietro; e precisamente lì dove a ‘una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie’ aveva contrapposto un’altra misura: ‘il Figlio di Dio e vero uomo’ come ‘la misura del vero umanesimo’.”.

Uno scontro dove, se non in conclave, nel cuore della Chiesa?

Se ne indicano anche i protagonisti. E non è un mistero per nessuno, ormai, che il “gruppo di San Gallo” è tornato in azione nel 2013.

Quanta parte delle difficoltà del pontificato di Benedetto XVI si può spiegare proprio con questo scontro magari sotterraneo, ma incessante, tra chi resta fedele all’immagine evangelica del “sale della terra” e chi vorrebbe prostituire la Sposa dell’Agnello alla dittatura del relativismo? Questo scontro, che non è solo una lotta per il potere, ma semmai una lotta sovrannaturale per le anime, è la ragione principale per cui gli uni hanno amato Benedetto XVI, gli altri lo hanno odiato.

E proseguiamo nella lettura.

“Durante l’elezione, poi, nella Cappella Sistina fui testimone che visse l’elezione come un ‘vero shock’ e provò ‘turbamento’, e che si sentì ‘come venire le vertigini’ non appena capì che ‘la mannaia’ dell’elezione sarebbe caduta su di lui. Non svelo qui alcun segreto perché fu Benedetto XVI stesso a confessare tutto questo pubblicamente in occasione della prima udienza concessa ai pellegrini venuti dalla Germania. E così non sorprende che fu Benedetto XVI il primo papa che subito dopo la sua elezione invitò i fedeli a pregare per lui, fatto questo che ancora una volta questo libro [di Roberto Regoli] ci ricorda.”.

Ma più del “soprattutto mi affido alle vostre preghiere” pronunciato subito dopo l’elezione, non ricordiamo forse l’invito drammatico della messa per l’inizio del ministero petrino: “Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi”? Nella parabola del Vangelo il cattivo pastore non fugge per paura. Fugge perché “è un mercenario, e non gli importa delle pecore”.

Credo, quindi, che Benedetto XVI stesse confessando una paura concreta. E che pensasse a lupi molto concreti. Credo anche che questo spiegasse shock, turbamento e vertigini.

E forse un altro riferimento si trova nell’accenno ad una critica piuttosto frequente: “Regoli non sottace l’accusa di scarsa conoscenza degli uomini che spesso è stata mossa al geniale teologo nei panni del Pescatore; capace di valutare in modo geniale testi e libri difficili e che ciononostante, nel 2010, con franchezza confidò a Peter Seewald quanto trovasse difficili le decisioni sulle persone perché ‘nessuno può leggere nel cuore dell’altro’. Quanto è vero!”.

Quando i lupi sono travestiti da agnelli, o da pastori; quando i loro pensieri non sono stampati su carta e passibili di raffinata analisi teologica; come smascherarli? Come capire di chi fidarsi, e a chi affidare parte dell’autorità sul gregge del Signore?

Per questo, mi sembra che anche la frase “Benedetto XVI era consapevole che gli veniva meno la forza necessaria per il gravosissimo ufficio” acquisti un senso meno anodino e, forse, più sinistro. Gravosissimo sarebbe, l’ufficio, non per la molteplicità di impegni esteriori, senz’altro stancanti, ma per l’estenuante lotta interna. Tanto estenuante che, non sentendosi più in grado di sostenerla…

Forse sto leggendo troppo all’interno di questo testo. Forse Mons. Gänswein ama le immagini colorite o le frasi ad effetto. Di sicuro qualcuno non mancherà di dirlo. E sono il primo ad ammettere che il gusto per l’analisi mi può prendere la mano.

Ma se posso sbagliare nella ricostruzione dell’emergenza concreta, non credo che sia possibile liberare la rinuncia dall’ombra che vi getta quell’espressione pesante come un macigno: “Ausnahme”. Non ho evocato io l’ombra di Carl Schmitt: mi sono limitato ad indicare il punto in cui Mons. Gänswein l’ha resa visibile, oserei dire palpabile.

Resta aperto un interrogativo, però: in che modo, in che termini la rinuncia, con l’introduzione del “papa emerito”, costituirebbe una reazione adeguata all’emergenza?

Si può pensare alla forza spirituale dell’esempio di distacco dal potere, o più semplicemente al fatto che l’esercito di Cristo avrebbe avuto un nuovo comandante, non ancora logorato dalla lotta in questione e in grado di condurla meglio. Ma queste ragioni valgono per la rinunzia, non per l’“emeritato”.

Forse, un accenno può emergere dall’affermazione che Benedetto XVI ha “arricchito” il papato “con la ‘centrale’ della sua preghiera e della sua compassione posta nei giardini vaticani”.

La compassione, di questi tempi sarà il caso di ricordarlo, non è la misericordia. In teologia ascetica o mistica, è l’unirsi alle sofferenze di Cristo crocifisso, offrendo sé stessi per la santificazione del prossimo.

Un servizio di com-passione da parte del papa si rende necessario – a mio avviso – solo quando la Chiesa pare vivere in prima persona il Venerdì Santo. Quando debbono riecheggiare le parole amarissime: “Haec est hora vestra et potestas tenebrarum”.

Beninteso, con questo non denuncio complotti e non formulo accuse: lo stato di eccezione può essere benissimo “voluto dal Cielo”, dato che le tenebre non avrebbero potere alcuno senza una permissione divina. E noi sappiamo che esiste pure una misteriosa necessità del “mysterium iniquitatis”: “È necessario che sia tolto di mezzo ciò che lo trattiene”. A maggior ragione, dunque, rientreranno nel piano di Dio gli anticristi minori e le ore di tenebra.

Io non possiedo né posso offrire risposte certe sulle cause concrete della rinunzia di Benedetto XVI, né sulle ragioni teologiche o personali che possono averlo indotto a definirsi “papa emerito”, meno ancora sui piani soprannaturali della Provvidenza. Ma che oggi gli anticristi siano scatenati – soprattutto quelli che dovrebbero pascere il gregge del Signore – mi sembra incontestabile.

Allora, comunque ci si sia arrivati, è senz’altro tempo di com-passione.

Tempo di opporre la speranza cristiana all’“impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità”, allo “pseudo messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne” (Catechismo della Chiesa cattolica, 675).

Tempo di affrettare con la sofferenza cristiana, l’arma spirituale più potente che ci sia dato impiegare, il momento in cui Iddio interverrà, nel modo a lui noto “ab aeterno”, per ristabilire verità, diritto e giustizia.

Kyrie, eleison!

insieme-a-gg-febbr-13
Guido Ferro Canale

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