B16 : È SEMPRE ESISTITO UN SAPERE CIRCA DIO. CHE COSA DEVO O POSSO FARE E CHI SONO IO???

È sempre esistito un sapere circa Dio. E dappertutto nella storia delle religioni incontriamo, in figure diverse, la strana frattura tra la conoscenza dell’unico Dio e il volgersi ad altre potenze, che vengono considerate come più pericolose, più vicine e quindi più importanti per l’uomo del misterioso Dio lontano.


Tutta la storia è segnata da questa singolare dilemma tra la pretesa calma non violenta della verità e la pressione dell’utilità, del bisogno di venire a patti con le potenze che caratterizzano la vita quotidiana. E sempre c’è questa vittoria dell’utile sulla verità, benché neppure la traccia della verità della sua propria potenza si perda mai del tutto e anzi continui a vivere in forme spesso sorprendenti come in una giungla piena di piante velenose.

Ciò vale anche oggi, in una civiltà del tutto areligiosa, nella cultura della razionalità e della sua gestione tecnica? Penso di sì. Già che anche oggi l’interrogarsi dell’uomo va al di là del campo della razionalità tecnica. Anche oggi ci domandiamo non soltanto: Che cosa posso fare?, Ma anche che cosa devo fare e chi sono io?

Così la situazione è oggi fondamentalmente è caratterizzato dalla stessa tensione tra due opposte tendenze che attraversano tutta la storia: l’intimo apertura dell’anima umana per Dio, da una parte, l’attrazione più forte delle necessità e delle esperienze immediate, dall’altra.

L’uomo è preso tra queste due forze. Egli non si libera di Dio, ma non ha neppure la forza di aprirsi una strada verso di lui; non può da sé crearsi un ponte che divenga un rapporto concreto con questo Dio. Si può continuare a dire con Tommaso che l’incredulità è innaturale ma occorre aggiungere nello stesso tempo che l’uomo non può completamente illuminare lo strano crepuscolo circa la questione dell’Eterno,così che Dio deve prendere l’iniziativa di venirgli incontro, deve parlargli , se deve aver luogo una vera relazione con lui .

La parola di Dio arrivano e mediante uomini che l’hanno udito e quasi toccata mediante uomini per i quali Dio è diventato un’esperienza concreta e che, per così dire, lo conoscono di prima mano.

Per comprendere questo dobbiamo riflettere sulla struttura del conoscere del credere. Della fede fa parte, da un lato, l’aspetto del sapere non autosufficiente, ma, dall’altro, anche l’elemento della fiducia reciproca, mediante cui il sapere dell’altro diventa mio sapere.

L’elemento della fiducia comporta dunque in sé il fattore della partecipazione: con la mia fiducia io divento partecipe del sapere altrui. In ciò sta per così dire l’aspetto sociale del fenomeno fede. Nessuno sa tutto, ma insieme sappiamo il necessario; la fede forma una rete di reciproca dipendenza, di persone che si sostengono e vengono sostenute. Questa struttura antropologica di fondo ritorna nel nostro rapporto con Dio, anzi essa ha qui la sua forma primordiale e il suo centro che unifica.

Anche la nostra conoscenza di Dio si fonda su questa reciprocità, sulla fiducia che diventa partecipazione e che poi si verifica per il singolo nell’esperienza vissuta. Anche il rapporto con Dio è a un tempo e anzitutto relazione umana; si fonda su una comunione degli uomini, anzi la comunione della relazione con Dio trasmette per principio la più profonda possibilità di comunicare umano, che aldilà dell’utilità raggiungere il fondo della persona stessa.

B16 

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